La politica italiana in questa fase sembra uno stagno dove non succede quasi niente, ma non è così. Già lo sfondo, che è drammatico, descrive una situazione quasi senza precedenti in tempi recenti. Un doppio scenario di guerra nell’Europa dell’Est e in Medio Oriente. Una sfida all’Occidente che ripropone le angosce dell’11 settembre americano. Una legge finanziaria povera di risorse e schiacciata sotto il peso del debito: dunque un’attesa inquieta per il responso delle agenzie di rating. E naturalmente un’immigrazione che sembra incontrollabile. L’intrecciarsi di questi temi può essere per la classe politica di maggioranza e di opposizione la straordinaria occasione per approdare a un più alto livello di maturità, e magari di parziale condivisione, a cominciare dalle iniziative sulla scena internazionale. Oppure la pressione può provocare un clamoroso e generale fallimento: ipotesi che nessuno può augurarsi.
La politica italiana in questa fase sembra uno stagno dove non succede quasi niente, ma non è così. Già lo sfondo, che è drammatico, descrive una situazione quasi senza precedenti in tempi recenti. Un doppio scenario di guerra nell’Europa dell’Est e in Medio Oriente. Una sfida all’Occidente che ripropone le angosce dell’11 settembre americano. Una legge finanziaria povera di risorse e schiacciata sotto il peso del debito: dunque un’attesa inquieta per il responso delle agenzie di rating. E naturalmente un’immigrazione che sembra incontrollabile. L’intrecciarsi di questi temi può essere per la classe politica di maggioranza e di opposizione la straordinaria occasione per approdare a un più alto livello di maturità, e magari di parziale condivisione, a cominciare dalle iniziative sulla scena internazionale. Oppure la pressione può provocare un clamoroso e generale fallimento: ipotesi che nessuno può augurarsi.
È dentro tale cornice che ci si è avviati verso le elezioni europee della prossima primavera, precedute di qualche settimana dal voto per cinque consigli regionali: Piemonte, Sardegna, Umbria, Abruzzo e Basilicata. Nessuno crede che il governo possa inciampare prima di quella data (probabilmente nemmeno dopo), tuttavia il doppio passaggio, prima locale e poi europeo, lascia capire che l’immobilismo politico di questo autunno non è reale. Sia a destra sia a sinistra qualcosa si muove sotto la superficie dello stagno. Giorgia Meloni, ad esempio, ha bisogno di consolidare la sua leadership. È vero, i sondaggi dicono che lei dispone di una forza relativa superiore al consenso raccolto il 25 settembre dell’anno scorso. Tuttavia solo se uscirà bene dalle Regionali, dove il centrodestra ha molto da perdere e poco da guadagnare, la premier e il suo partito avranno la spinta per affrontare le Europee con il giusto slancio.
Nè va dimenticato che lo sgretolarsi dei Conservatori fa di Giorgia Meloni il più importante esponente della destra al governo nell’Europa che conta. Anche quello da cui ci si attende, nel suo stesso interesse, una scelta di campo. Il leghista Salvini è da tempo impegnato a erodere il voto di FdI e la sua opzione l’ha già esercitata, schierandosi dalla parte dell’euro-scetticismo più smaccato, quando non dei populisti nemici giurati dell’Unione. La premier in fondo ha una sola strada: rintuzzare Salvini sul piano elettorale con gli argomenti di un’Europa severa, ma all’interno di un certo establishment che prevede anche, alla bisogna, la rielezione della Von der Leyen. Senza una rinnovata e salda leadership, Giorgia Meloni rischia di cedere terreno e spazio a una forza, la Lega salviniana, collocata più a destra.
Quanto al centrosinistra, la rivalità tra Schlein e Conte è stata più volte descritta. La segretaria del Pd insegue il disegno di recuperare l’astensione di sinistra, ma questo è anche il progetto dei 5S. Si rischia la “somma zero” rinunciando in partenza al voto riformista, attento agli schieramenti internazionali. Qui s’inserisce la piccola vicenda del “terzo polo” che tante ironie ha sollevato: non meritate, almeno non tutte. Dei due contendenti, Calenda tenta di dar voce a un centrosinistra moderato, distinto dall’asse Pd-5S e in grado di contribuire al dibattito con la competenza tecnica. Certo, se Azione dovrà confluire nel gruppo Misto, il danno non sarà irrilevante. Viceversa, Renzi dispone di mezzi limitati, tuttavia è palese il tentativo di “educare” la destra, specie quella ex berlusconiana di Forza Italia. Innalzando il livello della discussione sui temi della giustizia, della scuola, della pace e della guerra, dell’europeismo, Renzi spera di trovare il grimaldello in grado di aprire il centrodestra. È l’impresa più difficile a cui si è fin qui accinto, senza dubbio la più visionaria.