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L’Europa contro il terrore

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La risoluzione approvata al Parlamento europeo sul conflitto in Medio Oriente è un passo importante: un messaggio ad Hamas, in solidarietà con Israele
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La risoluzione approvata a larghissima maggioranza dal Parlamento europeo sul conflitto mediorientale offre uno strumento concreto e condiviso ai governi nazionali e al Consiglio per affrontare con decisione le scelte che siamo chiamati a compiere. L’Europa, come nel conflitto ucraino, nonostante i gravi limiti che ancora frenano una reale politica estera e di difesa comune, ha scelto con fermezza e coerenza di assumere il suo carico di responsabilità nella condanna netta al terrorismo e in sostegno alla popolazione civile con una pausa umanitaria. Un messaggio forte e univoco contro l’orrore di Hamas, in solidarietà allo Stato di Israele, per il rispetto del diritto internazionale e umanitario affinché gli ostaggi siano liberati senza condizioni e vi siano canali di aiuti umanitari sicuri.

Per troppo tempo la politica non ha affrontato la natura delle autocrazie e del terrorismo, minacce che potenzialmente crescevano nelle nostre società così come ai nostri confini, ad Est come…

La risoluzione approvata a larghissima maggioranza dal Parlamento europeo sul conflitto mediorientale offre uno strumento concreto e condiviso ai governi nazionali e al Consiglio per affrontare con decisione le scelte che siamo chiamati a compiere. L’Europa, come nel conflitto ucraino, nonostante i gravi limiti che ancora frenano una reale politica estera e di difesa comune, ha scelto con fermezza e coerenza di assumere il suo carico di responsabilità nella condanna netta al terrorismo e in sostegno alla popolazione civile con una pausa umanitaria. Un messaggio forte e univoco contro l’orrore di Hamas, in solidarietà allo Stato di Israele, per il rispetto del diritto internazionale e umanitario affinché gli ostaggi siano liberati senza condizioni e vi siano canali di aiuti umanitari sicuri.

Per troppo tempo la politica non ha affrontato la natura delle autocrazie e del terrorismo, minacce che potenzialmente crescevano nelle nostre società così come ai nostri confini, ad Est come in Asia e in Medio Oriente, dismettendo l’ambizione di favorire la combinazione tra le tradizioni millenarie di quell’area e lo Stato di diritto, la democrazia e la partecipazione alla vita pubblica.

L’orrore e la ferocia sembrano essere divenute la cifra del nostro tempo e sempre più insopportabile è la coltre di disperazione e di instabilità che vediamo intorno a noi: da Kyiv a Bucha arrivando al kibbutz di Kfar Aza, questi ultimi due anni sono stati all’insegna del tentativo di indebolire, persino distruggere, le democrazie. Conflitti diversi, in luoghi diversi, agiti con rivendicazioni distanti, che sono segnati tuttavia dal medesimo odio.

Si è costruito così un “ibrido ideologico” in cui anche le culture progressiste hanno smesso di esercitare la funzione storica di difendere e promuovere le libertà sociali, civili e politiche come unico contesto possibile in cui connettere spinte identitarie e pluralismo.

Le giuste riserve poste da parte americana sulla reazione seguita all’11 settembre, merito ancora non sufficientemente riconosciuto all’attuale amministrazione Biden, gli sventurati e dannosi interventi in Iraq e Afghanistan, la negazione della sciagurata teoria dell’esportazione della democrazia, sono fattori pacificamente assunti nelle società occidentali. Allo stesso tempo, non si può negare che la polarizzazione ossessiva del nostro dibattito pubblico ci allontanano dal cuore del problema, dalla domanda che ritornerà sempre di più l’orizzonte dei conflitti: vale ancora la pena credere e investire nella democrazia?

Corriamo il rischio di confondere la complessità con la neutralità e il relativismo, il bisogno di pace con la paura, il ripudio della guerra con l’assenza di soluzioni realistiche e stabilizzatrici alle controversie e ai conflitti nel mondo, la forza naturalmente pacificatrice della democrazia e dell’espressione della volontà popolare con un malinteso rispetto delle diversità culturali.

In questi anni la tenuta democratica globale si è erosa sempre di più e compito dei progressisti è essere non solo argine di tenuta, ma avere la capacità di slancio e di tensione per una nuova stagione di diritti e democrazia.

Anche laddove questo processo ci sembra non adeguato. Se guardiamo anche a quanto accaduto in Israele prima dell’attacco terrorista della scorsa settimana, è evidente quanto la sicurezza di uno Stato passi per la qualità della sua tenuta democratica. L’inadeguatezza della destra radicale israeliana e di Benjamin Netanyahu ha originato un vulnus democratico senza precedenti, producendo lacerazioni nello Stato di diritto. Quella che rimane l’unica democrazia del Medio Oriente è risultata essere sempre più isolata dal resto delle democrazie liberali.

Ma la realtà ci impone scelte da cui non possiamo derogare in virtù dei nostri desideri. Se non si comprende che il tempo della pace possibile si potrà raggiungere solo dopo la rimozione delle minacce alla sicurezza d’Israele, la liberazione degli ostaggi nelle mani dei terroristi e il disarmo dell’orrore, le formule che richiamano alla politica e alla diplomazia sono solo retorica. Anche in questo caso, non va fatta confusione: il principio inderogabile del rispetto del diritto umanitario internazionale a cui vanno richiamate le parti in conflitto, è, non solo coerente con il principio della difesa di Israele, ma ne è parte essenziale. La risoluzione approvata dal Parlamento Europeo ne è la prova.

L’autrice è vicepresidente del Parlamento europeo

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