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Economia di guerra

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Standard&Poor’s ha confermato il giudizio sull’Italia ma tra la Manovra debole e gli scenari internazionali lasciano il Paese in un pericoloso limbo
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Per ora l’abbiamo scampata. Standard&Poor’s ha confermato il suo giudizio sull’affidabilità del Paese nel rimborsare i risparmiatori che sottoscrivono i nostri titoli pubblici. È la buona notizia di oggi, che tuttavia non ci dà garanzie sul domani. L’appuntamento con l’Apocalisse è rinviato, per fortuna, ma il nemico è alle porte e l’Italia continua a far finta di niente. Il nostro nemico, in questo tempo del ferro e del fuoco, non sono solo il terrorismo di Hamas o l’imperialismo di Putin, che stringono il mondo nella morsa dell’odio. Il nostro nemico è anche la grande stagflazione che i conflitti globali si portano dietro e che impone ai governi ricette da economia di guerra. A tutti i governi, più o meno. Ma non al nostro, che invece continua a danzare sotto il Vulcano. A giocare con i numeri. A costruire castelli di rabbia e a firmare cambiali in bianco, per lo più addebitate sul conto già in rosso fisso delle generazioni future.

Per ora l’abbiamo scampata. Standard&Poor’s ha confermato il suo giudizio sull’affidabilità del Paese nel rimborsare i risparmiatori che sottoscrivono i nostri titoli pubblici. È la buona notizia di oggi, che tuttavia non ci dà garanzie sul domani. L’appuntamento con l’Apocalisse è rinviato, per fortuna, ma il nemico è alle porte e l’Italia continua a far finta di niente. Il nostro nemico, in questo tempo del ferro e del fuoco, non sono solo il terrorismo di Hamas o l’imperialismo di Putin, che stringono il mondo nella morsa dell’odio. Il nostro nemico è anche la grande stagflazione che i conflitti globali si portano dietro e che impone ai governi ricette da economia di guerra. A tutti i governi, più o meno. Ma non al nostro, che invece continua a danzare sotto il Vulcano. A giocare con i numeri. A costruire castelli di rabbia e a firmare cambiali in bianco, per lo più addebitate sul conto già in rosso fisso delle generazioni future.

La guerra israelo-palestinese, insieme a quella russo-ucraina, aggiunge crisi alla crisi. Da paladini della globalizzazione, abbiamo creduto a una regola antica: dove passano le merci non passano gli eserciti. Nel sanguinoso cortocircuito mediorientale - com’è già successo con “l’operazione militare speciale” contro Kiev - sembra funzionare il meccanismo inverso. Il nuovo fronte della “Terza Guerra Mondiale diffusa” di cui parla Papa Francesco può avere impatti devastanti su una congiuntura internazionale già fiacca e un’emergenza energetica ancora irrisolta. Lo ha spiegato il governatore uscente della Banca d’Italia: “Viviamo un momento tragico, difficilissimo, con pericoli straordinari davanti a noi…”. Ma le parole di Ignazio Visco non hanno impensierito il Palazzo romano, forse troppo preso dalla mesta comédie humaine di chi lo abita.

La legge di bilancio appena varata e blindata da Giorgia Meloni è un capolavoro di avventurismo contabile e di opportunismo pre-elettorale. Forse non ci costerà la bocciatura totale della Commissione europea e delle agenzie di rating, che hanno appena avviato la loro sessione di esami d’autunno. E forse non è nemmeno peggiore di altre, che abbiamo già sopportato in questi ultimi anni. Ma certo non risponde alle emergenze della fase. E lascia il Paese sospeso in un limbo pericolosissimo, esposto a ogni attacco speculativo sui due fianchi scoperti che continuano a fare dell’Italia il malato più grave d’Europa. Da una parte c’è la crescita economica: le tre tronfie destre al potere hanno gonfiato il petto per mesi, gridando “corriamo più della Germania!”, mentre adesso, nel raffronto tra i Documenti programmatici dei 27 Stati Ue per il 2024, siamo ultimi insieme alla Finlandia, con una stima già miracolosa di aumento del Pil all’1,2%, contro l’1,4 della Francia, l’1,6 della Germania e il 2 della Spagna. Dall’altra parte c’è il debito pubblico: nella Nadef è ipotizzato per l’anno prossimo un calo di appena due centesimi sotto al 140% del Pil, irrealistico perché affidato a 20 miliardi di entrate da privatizzazioni-fantasma e irrilevante perché ci inchioda comunque all’ultimo posto tra i Paesi più indebitati d’Europa.

Su questa montagna di debito - per convincere i mercati a comprare nel prossimo anno 340 miliardi di Btp e a consentirci di far funzionare la macchina dello Stato - dobbiamo assicurare un “premio di rischio” superiore al 5%. Il che porta l’onere per interessi a livelli mai raggiunti dal 1996, cioè da quando abbiamo lanciato la rincorsa all’euro: 4,2% del Pil l’anno prossimo, poi 4,3 nel 2025 e 4,6 nel 2026. Parliamo di 103,6 miliardi. Più di quello che serve a finanziare gli ospedali e le scuole. È l’incubo di Giorgetti, che dice “ogni mattina mi alzo dal letto e so che devo vendere i nostri titoli”. Con i tassi di interesse della Fed e della Bce in aumento ovunque per tamponare l’inflazione, questo brusco risveglio è già costato al ministro, e dunque a ogni italiano, 14 miliardi in più.

In questo scenario critico, servirebbero un colpo d’ala nell’attuazione del Pnrr, e una terapia d’urto nella costruzione della manovra. Il governo non ha predisposto né l’uno né l’altra. A parte il bastone e la carota usati con Salvini (di qua il mantenimento della riforma Fornero sulle pensioni, di là lo stanziamento dei fondi per il Ponte sullo Stretto) la “Melonomics” è il solito impasto di panem et circenses. Un paio di atti dovuti: i 7 miliardi per i contratti del Pubblico Impiego e i 3 miliardi per la Sanità (insufficiente a evitare che la spesa diminuisca al 6,4% rispetto al Pil). Una strizzatina d’occhi al sommerso, con un altro pseudo-condono. E poi una spolveratina di mezze misurette sociali: dalla decontribuzione per le madri che “donano” almeno due figli alla Patria alla mezza truffa degli asili nido gratis, in un Paese che può offrire in media solo 27 posti ogni 100 bambini. Per il resto, il solito calcio alla lattina, lungo la strada del debito che porta all’Inferno. Le due novità fiscali più importanti - il taglio del cuneo fiscale e il passaggio da 4 a 3 aliquote Irpef – sono coperte in deficit e valgono solo per l’anno prossimo. Due una tantum, che costano 15 miliardi e durano come un gatto in tangenziale.

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E qui c’è tutta la mediocre furbizia di chi ha pensato la legge di bilancio puntando solo ad acchiappare voti alle prossime elezioni europee. Come già successe con gli 80 euro di Renzi, anche stavolta gli italiani a giugno andranno contenti alle urne, con un bel “bonus Meloni” da 100 euro in busta paga. Ma solo per il 2024, che è quello che conta sul piano politico. Per il 2025 non si sa, non c’è un euro in cassa. Chissà, magari in ossequio alla Sacra Triade cara ai nostri conservatori all’amatriciana provvederà il buon Dio, benché in questa Patria sgangherata neppure Lui si senta tanto bene, come del resto la povera Famiglia. In realtà a pagare il conto saranno i giovani, che come sempre si ritroveranno sulle spalle un debito ancora più pesante.

Il simbolo di questa politica turbo-populista sta nella beffa del canone Rai, che scenderà da 90 a 70 euro. Ottime notizie per noi teleutenti, imbufaliti con il servizio pubblico che scambia Fabio Fazio e Lucia Annunziata con Pino Insegno e Nunzia De Girolamo. Peccato che i 20 euro di differenza finiranno “a carico della fiscalità generale”. Cioè, ancora una volta, di noi teleutenti, che restituiremo con una mano quello che avevamo risparmiato con l’altra. È la “democrazia del deficit”, bellezza. Quella dei “Padri nobili” della Prima Repubblica, che in limine mortis hanno scaricato sui figli della Seconda il fardello della spesa, facendo proprio il motto dei fratelli Marx: “Perché mai dovremmo fare qualcosa per i posteri? Cos’hanno fatto questi posteri, per noi?”.

La verità è che questa “manovra senza qualità”, come l’ha giustamente definita Elsa Fornero, non ci metterà al sicuro sui mercati. E resta dietro l’angolo il downgrading sui titoli del nostro debito pubblico, che il 10 e il 17 novembre è già nell’agenda di Fitch e di Moody’s. E se non squalificheranno i Btp a titoli-spazzatura sarà solo perché, con il meloniano “globo terracqueo” che brucia, nessun Paese di un Occidente spaesato si può permettere tempeste perfette, cioè choc finanziari e crisi di governo. Ma è una “finestra” temporale che non durerà a lungo. E non è una questione di complotti giudo-pluto-massonici, come piace pensare alla Trimurti tricolore. Anche questo ha provato a spiegare, inutilmente, Ignazio Visco: “Gli investitori sull’Italia hanno preoccupazioni legittime. Tassi in aumento, costi energetici elevati, tensioni nel sistema commerciale globale e rapido invecchiamento della popolazione: i mercati hanno dubbi sul nostro tasso di crescita potenziale di lungo termine. Bisogna capire perché…”. Noi l’abbiamo capito. Giorgia e i suoi Fratelli, a quanto pare, ancora no.

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