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La memoria della pace

Il Kibbutz Be'eri teatro dell'attacco di Hamas

 (ansa)

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Il conflitto in Medio Oriente allontana la possibilità di un’intesa tra israeliani e palestinesi
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Questo conflitto è una tragedia. Una tragedia enorme. La barbarie delle azioni di Hamas, la distruzione dei kibbutz e dei civili, l’uccisione di giovani che ballano a un concerto rappresentano degli atti atroci, che nuocciono non solo agli israeliani, ma anche ai palestinesi — dal momento che distruggono la possibilità di dialogo tra i due popoli. Una possibilità che rappresenta l’unica prospettiva possibile.

Non amo parlare basandomi interamente su numeri e statistiche. Cerco sempre di dare un volto alle vittime.

Vivian Silver ha settantaquattro anni ed abita nel kibbutz Beeri. Non la conosco, ma so che è una militante della pace. Fa arrivare i bambini di Gaza negli ospedali israeliani. Esistono persone come lei, che rischiano la vita per contribuire al riavvicinamento dei due popoli. È stata rapita, non se ne conosce la sorte. Nulla, secondo me, può giustificare gesti di questo tipo. Ascolto i discorsi di chi su questa tragedia dice qualsiasi cosa. Ma nemmeno una resistenza naz…

Questo conflitto è una tragedia. Una tragedia enorme. La barbarie delle azioni di Hamas, la distruzione dei kibbutz e dei civili, l’uccisione di giovani che ballano a un concerto rappresentano degli atti atroci, che nuocciono non solo agli israeliani, ma anche ai palestinesi — dal momento che distruggono la possibilità di dialogo tra i due popoli. Una possibilità che rappresenta l’unica prospettiva possibile.

Non amo parlare basandomi interamente su numeri e statistiche. Cerco sempre di dare un volto alle vittime.

Vivian Silver ha settantaquattro anni ed abita nel kibbutz Beeri. Non la conosco, ma so che è una militante della pace. Fa arrivare i bambini di Gaza negli ospedali israeliani. Esistono persone come lei, che rischiano la vita per contribuire al riavvicinamento dei due popoli. È stata rapita, non se ne conosce la sorte. Nulla, secondo me, può giustificare gesti di questo tipo. Ascolto i discorsi di chi su questa tragedia dice qualsiasi cosa. Ma nemmeno una resistenza nazionale può giustificare una barbarie simile, una tale violenza. Bruciare vive delle persone, uccidere dei bambini davanti ai loro genitori...Nulla può giustificare questo. Azioni simili non fanno che ritardare il necessario accordo tra israeliani e palestinesi — perché è evidente che tra i due popoli occorra trovare un modus vivendi sostenibile. Non vi sono altre opzioni possibili.

Di recente, su invito di Wajdi Mouawad, ho messo in scena al Teatro della Collina una rappresentazione con degli attori israeliani e palestinesi e un musicista iraniano. Sono rimasto molto stupito dal successo che ha riscosso, tanto tra gli spettatori ebrei che tra quelli palestinesi. Lo spettacolo descrive le vicende di una casa di Gerusalemme ovest attraverso la voce dei proprietari — palestinesi e israeliani — che nel corso degli anni vi si sono avvicendati. È una storia che cerca di superare le frontiere e far ascoltare le voci dei due popoli.

Il macabro ciclo di eventi a cui stiamo assistendo fa venire voglia di piangere. Il governo Netanyahu è composto da integralisti, membri dell’estrema destra, persone che si lasciano andare a delle provocazioni sul Monte del Tempio, a Gerusalemme. Mentre, da mesi, ogni settimana centinaia di migliaia di israeliani manifestano contro questo governo. Il sentimento più diffuso oggi è simile a quello di cinquant’anni fa.

La storia purtroppo si ripete. Ma il ciclo che stiamo vivendo è peggiore di quello che la mia generazione conobbe. Nel 1973, ai tempi della guerra del Kippur, non vi furono villaggi distrutti, dati alle fiamme o occupati, né israeliani rapiti.

Oggi è un’altra storia. Si è messo in moto un rituale terribile, fatto di bombardamenti, perdita di vite umane e spreco di tutte le risorse di questa regione, in nome del conflitto militare, e senza soluzione di continuità.

Stiamo vivendo un momento molto buio. Nessuno sa come andrà a finire, ma ritengo che occorra tenere alta la speranza. In caso contrario, ad avere il sopravvento sarebbero il nihilismo, la distruzione, la morte. Occorre continuare a sforzarsi di tracciare un cammino di speranza. È per questo che ho dedicato una buona parte del mio lavoro all’assassinio di Yitzhak Rabin.

A differenza di molti uomini politici che conosciamo, che studiano i sondaggi del mattino per sapere cosa dire nel pomeriggio, Rabin era un vero uomo di Stato, ed ebbe il coraggio — direi addirittura l’audacia — di costruire qualcosa di diverso, un altro Medio Oriente.

La sua uccisione ha decapitato gli sforzi di pace. Cosa può fare l’arte in un contesto simile? L’arte, purtroppo o per fortuna, non modifica il corso degli eventi. Ne conserva però la memoria. Ci ricorda che un’opzione diversa, un’opzione di pace, è esistita. Un modo di vivere che riconosceva la tragedia di due popoli e tentava di costruire per essi un futuro diverso. Sapere che un’altra realtà è possibile è l’unica consapevolezza che può permetterci di uscire dall’attuale situazione di stallo.

(Traduzione di Marzia Porta)

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