“Settecento giorni di fallimenti e un giorno di successo”: così il senatore americano George Mitchell, uno dei mediatori della pace in Irlanda del Nord, definiva il paziente lavoro diplomatico. Parole da meditare, mentre l’attacco senza precedenti di Hamas a Israele minaccia una nuova guerra globale in Medio Oriente. L’esortazione a non arrendersi nemmeno di fronte alle crisi più gravi appare recepita dal mondo del business, che si appresta a riunirsi la settimana prossima, senza cancellazioni o ritardi, nella “Davos nel deserto”, conferenza annuale di banchieri internazionali in Arabia Saudita. Può sembrare strano che i grandi investitori accorrano a Riad “per capire la nuova realtà mediorientale”, come confida uno di loro al Financial Times, mentre quella realtà rischia di uscire distrutta dalla sfida lanciata dal gruppo islamico palestinese. L’offensiva di Hamas, infatti, ha tra i suoi obiettivi dichiarati l’intento di bloccare il negoziato per normalizzare le relazioni fra sauditi…
“Settecento giorni di fallimenti e un giorno di successo”: così il senatore americano George Mitchell, uno dei mediatori della pace in Irlanda del Nord, definiva il paziente lavoro diplomatico. Parole da meditare, mentre l’attacco senza precedenti di Hamas a Israele minaccia una nuova guerra globale in Medio Oriente. L’esortazione a non arrendersi nemmeno di fronte alle crisi più gravi appare recepita dal mondo del business, che si appresta a riunirsi la settimana prossima, senza cancellazioni o ritardi, nella “Davos nel deserto”, conferenza annuale di banchieri internazionali in Arabia Saudita. Può sembrare strano che i grandi investitori accorrano a Riad “per capire la nuova realtà mediorientale”, come confida uno di loro al Financial Times, mentre quella realtà rischia di uscire distrutta dalla sfida lanciata dal gruppo islamico palestinese. L’offensiva di Hamas, infatti, ha tra i suoi obiettivi dichiarati l’intento di bloccare il negoziato per normalizzare le relazioni fra sauditi e Stato ebraico e di compromettere gli accordi di Abramo firmati da Gerusalemme con Emirati Arabi, Bahrein e Marocco: nel mirino c’è il vento del cambiamento che spira da alcuni anni nella regione. Perciò Israele e i suoi alleati, in primo luogo l’America, devono affrontare la guerra di Gaza non solo con la forza delle armi ma pure con le armi della diplomazia.
Tre Paesi del Golfo Persico riassumono differenti reazioni alla nuova deflagrazione regionale. Uno è il Qatar, minuscola monarchia assoluta che, con appena 300 mila cittadini quasi tutti imparentati con la famiglia reale, detiene il terzo maggiore giacimento di gas e il quarto più alto reddito pro capite al mondo. Un ricchissimo microcosmo di contraddizioni, che ospita la più grande base navale americana nel Medio Oriente e l’ufficio politico di Hamas; che ha organizzato gli ultimi mondiali di calcio e ad Hamas passa 30 milioni di euro l’anno. Per riabilitarsi agli occhi occidentali, adesso il governo qatariota è l’intermediario della trattativa per il rilascio degli ostaggi in mano ad Hamas, due dei quali sono già stati liberati. Ma è probabile che non basti: Usa e Ue chiedono al piccolo regno di espellere Hamas, rompendo ogni legame con il movimento che considerano un’organizzazione terroristica.
Sul versante opposto ci sono gli Emirati Arabi Uniti, tra i primi a esprimere cordoglio e solidarietà allo Stato ebraico per l’attacco di Hamas. È vero che, dopo l’esplosione nell’ospedale di Gaza City, gli Emirati si sono uniti al coro arabo condannando Gerusalemme, sebbene tutte le prove finora emerse indichino che a provocare la strage è stato un razzo della Jihad islamica ricaduto al suolo: ma quella emiratina suona come una condanna di facciata. I rapporti con Israele rimangono ottimi. Non a caso ad Abu Dhabi vive da anni Mohammed Dahlan, ex-capo dei servizi di sicurezza palestinesi a Gaza, nemico giurato di Hamas e gradito a Gerusalemme.
A metà strada fra questi due atteggiamenti si colloca l’Arabia Saudita. Da un lato Riad sottolinea che la crisi odierna è frutto di decenni di occupazione israeliana dei territori palestinesi. Dall’altro l’ex-capo dell’intelligence saudita, Turki bin Faisal al Saud, denuncia come “anti islamico” il massacro di civili israeliani compiuto da Hamas; e Rasha Nabil, una giornalista senza velo e senza peli sulla lingua di al Arabiya, tivù di sole news di proprietà saudita, intervista Khaled Meshal, uno dei leader di Hamas in esilio, mettendolo più volte in difficoltà sul massacro di civili israeliani, con tono certamente più accusatorio di quelli usati da al Jazeera, la cosiddetta “Cnn araba”, che ha sede in Qatar. Sullo sfondo, il leader de facto saudita Mohammed bin Salman manda segnali che la trattativa per normalizzare le relazioni con Israele è ancora in piedi, ma che il prezzo di una pace fra Gerusalemme e Riad sarà più alto in termini di concessioni ai palestinesi.
Su una cosa sono tutti d’accordo, commenta l’Economist: sperano che la guerra finisca presto, per poter continuare a parlare di un nuovo Medio Oriente di affari, commercio e turismo. Come faranno nei prossimi giorni i banchieri di Goldman Sachs e JP Morgan nella “Davos nel deserto”.