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Il calcio che naviga a vista

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L’asta dei diritti tv per la Serie A cristallizza il duopolio Dazn-Sky per i prossimi cinque anni. Ma la Premier vale il doppio del campionato italiano
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Come in certe commedie americane in cui i protagonisti si prendono, si lasciano, si odiano, si allontanano e poi si rimettono insieme proprio sui titoli di coda, il calcio italiano e il sistema delle pay-tv hanno fatto la pace e si sono giurati amore, amore a pagamento: se non è eterno, durerà almeno per i prossimi cinque anni, che in questi tempi incerti equivalgono a un orizzonte sconfinato.

L’asta dei diritti tv che doveva cambiare tutto non ha cambiato niente, in un esempio di pigro gattopardismo che qui neppure ha fatto lo sforzo di simulare una rivoluzione, ma l’ha solo minacciata, con una convinzione inversamente proporzionale ai decibel dei proclami. La Serie A fino al 2029 si vedrà ancora su Dazn, interamente, e su Sky, per tre partite a settimana, una soluzione che alla fine mette tutti…

Come in certe commedie americane in cui i protagonisti si prendono, si lasciano, si odiano, si allontanano e poi si rimettono insieme proprio sui titoli di coda, il calcio italiano e il sistema delle pay-tv hanno fatto la pace e si sono giurati amore, amore a pagamento: se non è eterno, durerà almeno per i prossimi cinque anni, che in questi tempi incerti equivalgono a un orizzonte sconfinato.

L’asta dei diritti tv che doveva cambiare tutto non ha cambiato niente, in un esempio di pigro gattopardismo che qui neppure ha fatto lo sforzo di simulare una rivoluzione, ma l’ha solo minacciata, con una convinzione inversamente proporzionale ai decibel dei proclami. La Serie A fino al 2029 si vedrà ancora su Dazn, interamente, e su Sky, per tre partite a settimana, una soluzione che alla fine mette tutti d’accordo. Dazn conserva il ruolo di protagonista e porta a casa un contratto di più ampio respiro rispetto al precedente: la finestra temporale dell’esclusiva passa da tre a cinque anni, consente investimenti a lungo termine e legittima definitivamente la piattaforma come il principale finanziatore del calcio italiano. È così, in realtà, già nel triennio in corso, che si concluderà nel 2024, ma l’imbarazzante sequenza di problemi tecnici di trasmissione aveva sollevato il dubbio, in certi casi l’aspettativa, che quella delle partite via web fosse solo una parentesi reversibile, un esperimento destinato a essere accantonato. E invece no, nessun dietrofront. Tuttavia, nel 2021 il passaggio della palla dal satellite al wi-fi doveva essere anche e soprattutto lo strumento per una grande rivoluzione tecnica e culturale del Paese, il fine (o la scusa) per accelerare la diffusione della banda larga e la riduzione del digital divide: questa resta indubbiamente un’occasione persa.

Sorride anche Sky, che avrà un migliore posizionamento nei criteri di scelta delle partite in ogni turno, e nel frattempo ha tagliato i costi senza sacrificare il suo bacino di abbonati. Soprattutto, respira la Lega Serie A, che di fatto congela i ricavi per il prossimo quinquennio e sterilizza il trend negativo del campionato, in crisi di ascolti, di investimenti, di appeal. Per fare un raffronto, nella stagione in corso la Premier League ha venduto i diritti domestici a 1,8 miliardi (il doppio dell’Italia, nonostante in Inghiterra siano escluse dal pacchetto le partite del sabato pomeriggio) e quelli per l’estero a 2,1 miliardi (dieci volte la Serie A).

Esce sconfitto, ridotto a un paio di voci dissidenti su venti club, il fronte che spingeva per una trasformazione radicale del sistema attraverso la creazione di un Canale Lega, su cui dichiarare l’indipendenza della Serie A. Non c’erano i tempi tecnici per realizzarlo, ma soprattutto, piccolo dettaglio, non c’erano i soldi: i fondi che avrebbero dovuto finanziarlo hanno portato solo timide manifestazioni d’interesse. E il calcio italiano in questo momento non ha basi solide per sopportare un rischio d’impresa relativo alla sua principale fonte di sostentamento. Vive alla giornata, insomma.

Per capire di cosa parliamo: secondo il report Figc del 2023, i diritti tv garantiscono il 41% del fatturato della Serie A, gli incassi da stadio solo il 7%. Al netto delle plusvalenze da playertrading, che incidono per il 18%, un euro su due che entra nei club arriva dalle tv. È un sistema con 5 miliardi di debiti, che continua a perdere un miliardo l’anno: 2,9 miliardi di ricavi contro 3,8 di costi, di cui la metà sono gli stipendi dei calciatori. I soldi freschi di diritti, anticipati dalle banche, garantiscono la liquidità per avviare la stagione e chiudere le operazioni di mercato in estate. Estremizzando il discorso, ma neanche poi tanto: le tv finanziano i club nell’allestire uno spettacolo che i club poi rivendono proprio alle tv. Un circolo vizioso impossibile da spezzare se nel frattempo mancano investimenti in stadi e vivai, e se le altre voci del bilancio, dal botteghino agli sponsor alle attività commerciali, non crescono o restano in alcuni casi inferiori al periodo pre-Covid. In questo quadro, rinnovare l’accordo con i partner tv senza rimetterci è un piccolo miracolo, in un sistema che non ha alcuna voglia di innovare né di rischiare. Anche perché non se lo può permettere.

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