Sorprese in finanziaria sulle pensioni. Chi si aspettava che un governo di centro-destra rendesse più facile uscire dal mercato del lavoro, per poter così contrastare la vituperata riforma Fornero, rimarrà deluso. Nulla di tutto ciò. La flessibilità in uscita diventa anzi più complessa e onerosa.
Ricompare, purtroppo, un’altra Quota. Quota 104, composta da 63 anni età e 41 anni di contributi. Si tratta della quarta quota in pochi anni: 100, 102, 103 e 104. I criteri diventano più stringenti di quelli precedenti, ma gli errori rimangono. Si continua a creare incertezza riguardo l’effettiva età di pensionamento che sarà vigente negli anni a venire: ricordate la corsa a scongiurare lo scalone di fine Quota 100? E si continuano a favorire solo alcune categorie di lavoratori — spesso uomini, di reddito medio e con carriere contributive lunghe. La spesa pensionistica italiana ha ripreso ad aumentare a causa di questa serie di quote. Ma i governi che si sono succeduti hanno preferito renderl…
Sorprese in finanziaria sulle pensioni. Chi si aspettava che un governo di centro-destra rendesse più facile uscire dal mercato del lavoro, per poter così contrastare la vituperata riforma Fornero, rimarrà deluso. Nulla di tutto ciò. La flessibilità in uscita diventa anzi più complessa e onerosa.
Ricompare, purtroppo, un’altra Quota. Quota 104, composta da 63 anni età e 41 anni di contributi. Si tratta della quarta quota in pochi anni: 100, 102, 103 e 104. I criteri diventano più stringenti di quelli precedenti, ma gli errori rimangono. Si continua a creare incertezza riguardo l’effettiva età di pensionamento che sarà vigente negli anni a venire: ricordate la corsa a scongiurare lo scalone di fine Quota 100? E si continuano a favorire solo alcune categorie di lavoratori — spesso uomini, di reddito medio e con carriere contributive lunghe. La spesa pensionistica italiana ha ripreso ad aumentare a causa di questa serie di quote. Ma i governi che si sono succeduti hanno preferito renderle un po’ più stringenti — da 100 a 104 — anziché affrontare in maniera strutturale il nodo della flessibilità in uscita.
Il governo Meloni si piega dunque alle stringenti logiche di bilancio, ma chiediamoci in che maniera la finanziaria impatta l’equità del sistema previdenziale. Sia quella orizzontale, ovvero tra individui della stessa età ma con caratteristiche diverse (salute, genere, contributi, carriere lavorative, reddito). Sia a quella verticale, ovvero tra individui di generazioni diverse.
Sul piano dell’equità orizzontale, la finanziaria rende più stringenti i criteri di accesso alle pensioni per alcune categorie di persone più disagiate. Aumenta a 63 anni e 5 mesi, l’età per accedere all’APE sociale — lo strumento introdotto nel 2016 dal governo Renzi, che consente l’uscita dal mercato del lavoro ad alcune categorie di lavoratori, che abbiano almeno 30 anni di contributi: disoccupati, persone che assistono non-autosufficienti, invalidi e lavoratori in settori gravosi (in questo caso con 36 anni di contributi). Invece Quota 104 tende a favorire il pensionamento di lavoratori più abbienti. Aumenta viceversa l’elemento di redistribuzione presente nell’indicizzazione all’inflazione: viene riconosciuto meno alla sesta fascia — ovvero ai pensionati più ricchi, e più alla seconda fascia. Inoltre, l’utilizzo di un’età di pensionamento unica per tutte le categorie di persone — ad eccezione appunto dell’APE sociale, continua a creare una redistribuzione perversa. Perché le persone con lavori meno usuranti (più istruite e con redditi più elevati) tendono a vivere più a lungo ma tutti hanno accesso alla pensione con gli stessi criteri e alla stessa età. A parità di risorse si potrebbe fare meglio.
Anche sul piano dell’equità tra generazioni, la finanziaria presenta qualche novità. Quota 104 consente solo a poche coorti di lavoratori di uscire prima dal mercato del lavoro, ma introduce una penalizzazione a causa del ricalcolo della quota retributiva. Inoltre le pensioni anticipate tornano ad essere adeguate alla speranza di vita a partire dal primo gennaio 2025. Ricalcolo contributivo e adeguamento alla speranza di vita aumentano l’equità intergenerazionale del sistema pensionistico. Infatti, in un sistema pensionistico a ripartizione, la pensione che è lecito attendersi, a fronte dei contributi versati, dipende dal tasso di crescita dei salari e del numero dei lavoratori — ovvero dal calcolo contributivo. Inoltre se la speranza di vita aumenta e viviamo più a lungo dobbiamo aspettarci pensioni più basse o scegliere di andare in pensione più tardi.
La finanziaria ha qualche novità anche per i Millennials, che iniziando a lavorare dopo il 1996, sono interamente coperti dal calcolo contributivo. Per poter andare in pensione a 64 anni (e con 20 anni di contributi) dovranno aver accesso a pensioni generose (almeno 3,3 volte l’assegno sociale), mentre basterà una pensione pari all’assegno sociale per andare in pensione a 67 anni. Sembra un inasprimento contro i giovani. In realtà, per chi è coperto dal calcolo contributivo, il sistema previdenziale è equo. Ma se l’economia non cresce e la demografia è stagnante, equità rischia di far rima con povertà.
Tra chi in pensione è andato un po’ di anni fa, osserviamo trattamenti ben più generosi. Ma si tratta di una generosità poco equa nei confronti delle generazioni future. Chi è andato in pensione nel 1996 ha avuto in media quasi il 50% in più di quanto stabilito dal sistema contributivo. Per i pensionati del 2005, il bonus era del 25%. Ai Millennials toccherà pagare il conto. Equità intergenerazionale significa eliminare i bonus, da subito.
L’autore è docente di Economia alla Bocconi