La seconda manovra del governo Meloni è stata crocefissa da tantissimi commentatori (anche su queste colonne), spesso ancora prima di essere conosciuta. In realtà è una manovra che fa il meno possibile e quel poco che fa è in continuità con il governo Draghi. Meglio fare poco che fare male. E ci sono alcune sorprese: diverse positive e due pessime.
Partiamo dalla continuità. Si è scritto che questa manovra si basa su previsioni eccessivamente ottimistiche. La Nadef (Nota di Aggiornamento del Documento di Economia e Finanza) di ottobre stima la crescita programmatica per il prossimo anno all’ 1,2%. La Commissione Europea in settembre prevedeva una crescita dello 0,8%. Dunque l’accusa di ottimismo irrealistico si riferisce a questo 0,4% in più previsto dal governo. Eppure lo scarto delle previsioni pro…
La seconda manovra del governo Meloni è stata crocefissa da tantissimi commentatori (anche su queste colonne), spesso ancora prima di essere conosciuta. In realtà è una manovra che fa il meno possibile e quel poco che fa è in continuità con il governo Draghi. Meglio fare poco che fare male. E ci sono alcune sorprese: diverse positive e due pessime.
Partiamo dalla continuità. Si è scritto che questa manovra si basa su previsioni eccessivamente ottimistiche. La Nadef (Nota di Aggiornamento del Documento di Economia e Finanza) di ottobre stima la crescita programmatica per il prossimo anno all’ 1,2%. La Commissione Europea in settembre prevedeva una crescita dello 0,8%. Dunque l’accusa di ottimismo irrealistico si riferisce a questo 0,4% in più previsto dal governo. Eppure lo scarto delle previsioni programmatiche del governo Draghi era anche maggiore (4,7% rispetto al 4,2% della Commissione).
Il grosso della manovra consiste nella proroga del taglio dei contributi sociali introdotto dal governo Draghi e potenziato da questo esecutivo nel giugno di quest’anno. È prorogato per un solo anno, il che ne riduce l’efficacia nello stimolare la crescita permanente dell’occupazione. È mal congegnato perché chi ha un reddito anche di un solo euro superiore a 35.000 euro si vede aumentare il prelievo del 6% rispetto a chi guadagna anche solo un euro in meno. Ma entrambi i problemi c’erano già nella misura decisa dal governo Draghi, anche se lo “scalone” era più piccolo perché allora il taglio era solo del 3%.
Sulle pensioni c’è l’ennesima “quota”. Dopo la quota 100 del Conte I, c’è stata la quota 102 del governo Draghi. Ora si passa alla quota 104 e, come nei casi precedenti, si creano nuove asimmetrie di trattamento fra generazioni. Ma delle tre quote, questa è quella meglio congegnata. Innanzitutto 104 è meglio di 102 e 100. Inoltre la manovra prevede una riduzione dell’importo della pensioni per chi va in pensione prima: lungi dall’essere una punizione iniqua, è la cosa giusta da fare per garantire una maggiore equità tra chi appartiene alla stessa generazione, ma va in pensione ad età diverse. Si rimette in moto il meccanismo automatico di aggiustamento delle pensioni in base all’allungamento della vita (il governo Conte I lo aveva sospeso fino al 2027), il che rende maggiormente sostenibile nel tempo il nostro sistema pensionistico. Infine si apre alla possibilità di indicizzare le pensioni non ai prezzi dei consumi, ma al deflatore del Pil, qualcosa di più vicino all’andamento della principale fonte di finanziamento delle pensioni, il totale dei salari percepiti in Italia.
Il governo è stato variamente accusato, anche dalle stesse persone, di non spendere abbastanza per far ripartire l’economia e di non tagliare a sufficienza la spesa. Non siamo al corrente di spending review serie fatte dai governi precedenti. Ma notiamo che quando questo governo ha proposto un taglio di 100 milioni nei sussidi e nelle agevolazioni al cinema, decine di politici, commentatori, artisti e intellettuali sono insorti contro questo delitto di lesa maestà alla cultura. Eppure il taglio era sacrosanto. L’Italia sussidia il cinema, in proporzione alle dimensioni dell’industria, enormemente più di Francia (un Paese e una classe dirigente non certo nemici del cinema) e Gran Bretagna, per esempio. Il cinema “crea occupazione”, ma migliaia di altri settori creano occupazione. Eppure il cinema è intoccabile: chiunque proponga di ridurne le agevolazioni è invariabilmente etichettato come un despota che vuole mettere la museruola alla cultura. Il governo è stato costretto a ridurre i tagli.
Odiosa invece la scelta di far pagare 2000 euro agli extracomunitari che volessero accedere alle prestazioni del nostro Servizio Sanitario Nazionale in assenza di contratto di lavoro. Si tratta di una platea esigua, persone che non lavorano o non lavorano regolarmente in Italia, spesso anziani coinvolti in ricongiungimenti famigliari. È una misura che colpisce le fasce più vulnerabili della popolazione, espone tutti noi al rischio di contagio da parte di chi non si fa curare perché non ha i soldi per farlo (non abbiamo imparato nulla dalla pandemia?) ed è vessatoria. Speriamo che, in sede di dibattito parlamentare, venga rimossa. Pessima anche l‘idea di non considerare il possesso di titoli di Stato nel selezionare chi può accedere alle prestazioni sociali riservate ai più poveri. Rischiamo di avere milionari che ricevono ciò che è rimasto del Reddito di Cittadinanza quando il governo ha invece tagliato l’assistenza sociale a molti poveri che hanno la sola colpa di essere in età lavorativa e di non avere figli minori.
La vera accusa che va mossa a questa manovra riguarda quello che non fa piuttosto che quello che fa. Non c’è il paventato taglio ai fondi per la non-autosufficienza, ma c’è il rinvio della riforma prevista dalla legge delega approvata all’unanimità dal nostro Parlamento nel marzo di quest’anno. Non ci sono i tagli alla spesa nella sanità, ma tutti i soldi vengono messi per i rinnovi contrattuali, anziché usarne una parte per le assunzioni necessarie per far decollare la sanità di prossimità prevista dal Pnrr. Se si voleva stimolare la natalità, l’incremento dei sussidi agli asili nido non è né carne né pesce, perché troppo basso per avere effetti sulla decisione di avere un figlio. E cambiare le aliquote Irpef per un solo anno aumenta l’incertezza e la confusione del contribuente: serve solo per dare lavoro (peraltro non ben visto dagli stessi interessati) ai commercialisti. Non si era mai vista una riforma fiscale con orizzonti in partenza così ristretti. L’impressione, insomma, è quella di uno stile di governo basato sulla provvisorietà. Ma tutto ciò è ben diverso dalle critiche che abbiamo letto sui giornali in questi giorni.