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Quanto contiamo per la Germania

Olfa Scholz, il canceliere tedesco

 (afp)

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Il Goethe Institut taglia sulle sedi italiane
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I soldi non bastano, i conti non tornano e le priorità cambiano. Anche in Germania si mette mano alla forbice per tagliare spese e riformulare programmi. Il Goethe Institut, potente macchina di diffusione della lingua e cultura tedesca nel mondo, raccordato con l’agenda politica del Ministero degli Esteri di Berlino, annuncia varie chiusure di sedi nel quadro di una ristrutturazione della sua rete. Ma alla base della decisione non c’è solo la revisione di spesa per esigenze di bilancio, si delinea un nuovo assetto della politica culturale nel mutato contesto geopolitico.

Il Goethe sceglie di rafforzare le sue strutture in Europa centro-orientale, Caucaso e Pacifico meridionale. Per aprire le postazioni e dotarle di risorse necessarie occorre compensare l‘onere con la chiusura di altre sedi, meno prioritarie. C’è chi sale e chi scende, è normale. A non essere normale invece è il sacrificio, in un colpo solo, di tre delle sette sedi operanti in Italia: si chiudono quelle di Torino, Geno…

I soldi non bastano, i conti non tornano e le priorità cambiano. Anche in Germania si mette mano alla forbice per tagliare spese e riformulare programmi. Il Goethe Institut, potente macchina di diffusione della lingua e cultura tedesca nel mondo, raccordato con l’agenda politica del Ministero degli Esteri di Berlino, annuncia varie chiusure di sedi nel quadro di una ristrutturazione della sua rete. Ma alla base della decisione non c’è solo la revisione di spesa per esigenze di bilancio, si delinea un nuovo assetto della politica culturale nel mutato contesto geopolitico.

Il Goethe sceglie di rafforzare le sue strutture in Europa centro-orientale, Caucaso e Pacifico meridionale. Per aprire le postazioni e dotarle di risorse necessarie occorre compensare l‘onere con la chiusura di altre sedi, meno prioritarie. C’è chi sale e chi scende, è normale. A non essere normale invece è il sacrificio, in un colpo solo, di tre delle sette sedi operanti in Italia: si chiudono quelle di Torino, Genova e Trieste, restano Roma, Milano, Napoli e Palermo. Per la verità, la ghigliottina ha fatto anche altre vittime, come Lille e Bordeaux. Ma colpisce che delle nove sedi decapitate, ben tre siano in Italia. Con buona pace di Johann Wolfgang von Goethe, che si emozionava nel Paese dove fioriscono i limoni. Oggi per la Germania siamo meno importanti?

Se è indiscutibile l‘interesse per le nuove aree di irradiazione culturale, il disimpegno dall‘Italia non è una buona notizia. Perdiamo una presenza culturale di prestigio, strumenti utili di dialogo e collaborazione, in tre grandi città italiane. Quei centri sono punti d’incontro stimolanti per gli amici della letteratura e della storia, di cinema, teatro, musica, arte contemporanea. I tedeschi riconoscono che sono state decisioni dolorose. Da parte loro, i francesi non l‘hanno presa bene, per giunta nel sessantesimo anniversario del Trattato dell’Eliseo. Da noi vedremo, ma sarebbe un errore far finta di niente, perché gli scambi sul piano della lingua e cultura sono il complemento essenziale delle sinergie da perseguire in politica e in economia con un Paese come la Germania, nostro primo partner in Europa e tuttora “vicino lontano“ per tanti versi.

Non aiuta soffiare sul fuoco delle polemiche in entrambi i Paesi, spesso per motivi di politica interna da noi come da loro, quando a ben vedere molti interessi sono convergenti. È profonda l’integrazione economica tra le due maggiori nazioni manifatturiere in Europa ed è condivisa la visione strategica da sviluppare ad esempio nei Balcani e in Africa, oltre che nei rapporti transatlantici. Tutte cose ben note.

Meno evidente ma altrettanto comune è l‘interesse a un’equa disciplina europea delle migrazioni, che però non resti sulla carta, essendo ormai la Germania dichiaratamente arrivata al limite della sua capacità di accoglienza. La fiducia nelle possibilità di ricezione indiscriminata dei migranti (wir schaffen das, ce la faremo) è un ricordo sbiadito del passato. Oggi anzi è materiale esplosivo, dato che è soprattutto sulla paura di un’immigrazione fuori controllo che si basa l’inquietante ascesa elettorale l‘AfD. Lo stesso vale per la transizione energetica. Dopo qualche sbandata iniziale, il realismo prevale sull’ideologia e le ipotesi di interventi radicali vengono riviste, anche dai Verdi, a favore di misure più equilibrate e graduali, meno controverse per l’opinione pubblica, specie quella economicamente più vulnerabile.

I diplomatici di Roma e Berlino sono al lavoro per archiviare gli attriti delle ultime settimane. Occorre spiegarsi e trovare sintesi soddisfacenti, guardando agli interessi di fondo, non alle simpatie più o meno spiccate o ai gruppi politici di appartenenza. Il 22 novembre l’atteso vertice governativo italo-tedesco dovrebbe suggellare il Piano d’azione negoziato a lungo tra i due Paesi. C’è da augurarsi che sia formalizzato e aiuti a rilanciare il dialogo sui tanti tavoli aperti: conoscersi meglio serve a diffidare meno e capirsi di più. Per questo, anche quelle tre piccole antenne di cultura a Torino, Genova e Trieste erano importanti ed è un gran peccato che siano state rimosse. Anche se è difficile, sarebbe bello se qualcuno potesse in qualche modo rimetterle in funzione.

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