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Un salto nel buio

(ansa)

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L’avvio alla riforma costituzionale per introdurre il premierato risponde a un disegno politico preciso
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L’approssimarsi della decisione governativa di dare inizio all’iter di riforma costituzionale per introdurre il premierato elettivo risponde a un disegno politico al tempo stesso contingente e, per la destra, identitario. Certo, si vuole offrire all’opinione pubblica un sostanzioso argomento per rilanciare l’immagine del governo, ammaccata dalla manovra sulle pensioni e dalle tensioni interne alla coalizione; ma quel progetto risponde anche a un antico disegno presidenziale, già del Msi, che, se oggi trovasse via libera, sancirebbe la nascita di una nuova repubblica (seconda o terza che si voglia), della quale la destra sarebbe la fondatrice — come non lo fu della Prima — . Non solo tattica, quindi, ma anche strategia: un tempo nuovo si aprirebbe per la storia italiana, una nuova fondazione della forma politica del nostro Stato.

Un grande progetto, insomma (o almeno così vorrebbe essere), ma fondato su assunti errati. In primo luogo perché anti-storici. Il nostro Paese si è sempre re…

L’approssimarsi della decisione governativa di dare inizio all’iter di riforma costituzionale per introdurre il premierato elettivo risponde a un disegno politico al tempo stesso contingente e, per la destra, identitario. Certo, si vuole offrire all’opinione pubblica un sostanzioso argomento per rilanciare l’immagine del governo, ammaccata dalla manovra sulle pensioni e dalle tensioni interne alla coalizione; ma quel progetto risponde anche a un antico disegno presidenziale, già del Msi, che, se oggi trovasse via libera, sancirebbe la nascita di una nuova repubblica (seconda o terza che si voglia), della quale la destra sarebbe la fondatrice — come non lo fu della Prima — . Non solo tattica, quindi, ma anche strategia: un tempo nuovo si aprirebbe per la storia italiana, una nuova fondazione della forma politica del nostro Stato.

Un grande progetto, insomma (o almeno così vorrebbe essere), ma fondato su assunti errati. In primo luogo perché anti-storici. Il nostro Paese si è sempre retto su basi di fatto o di diritto parlamentari. Nessun vertice dell’esecutivo è mai stato eletto dal popolo ma sempre (con remotissime e rarissime eccezioni) dal combinarsi della nomina regia o presidenziale col voto di fiducia del parlamento. Introdurre l’elezione popolare in questo meccanismo — che verrebbe formalmente conservato, ma di fatto svuotato — è un salto nel buio, tranne che la proposta non nasca, come in effetti nasce, dall’idea che i problemi italiani derivino dalla mancanza di un vertice politico-istituzionale forte e stabile. Si richiama a questo proposito la breve durata media dei governi della Prima repubblica, ma si tace della sostanziale continuità politica assicurata, a quei tempi, dal ruolo centrale della Dc, al di là anche dei pochi cambi reali di formula politica — centrismo, centro-sinistra, unità nazionale, pentapartito — .

Si sostiene che l’elezione diretta del vertice dell’esecutivo — peraltro, un unicum a livello mondiale — metterebbe fine a questa instabilità, per la verità diminuita nella seconda repubblica, e soprattutto impedirebbe il temutissimo “ribaltone”, ovvero il cambio delle maggioranze in corso di legislatura. Un cambio in realtà del tutto fisiologico: in un sistema parlamentare i cittadini votano, appunto, per il parlamento, non per il governo; inoltre, la pretesa di conoscere la sera del voto la composizione politica dell’esecutivo, e chi ne sarà il presidente, è da una parte infantile (le elezioni non sono una partita di calcio, che si deve concludere con un chiaro risultato) e dall’altra è di fatto antipolitica, qualunquistica. Implica infatti che, cessata la noiosa incombenza elettorale, la politica possa essere affidata a un volto, a un personaggio, e possa essere dimenticata per cinque anni, fino al successivo turno elettorale.

La proposta del governo risponde a una diffusa richiesta di “democrazia d’investitura”, ossia all’insofferenza per la mediazione che invece da una politica democratica è inseparabile. Si tratta, in buona sostanza, della nuova declinazione del vecchio anti-parlamentarismo della destra radicale, ovvero di una formalizzazione istituzionale che vuole sancire definitivamente il ruolo da tempo sempre più debole e subalterno all’esecutivo dell’istituzione nella quale trova rappresentanza la sovranità popolare. A questa si offre piuttosto di esprimersi immediatamente in elezioni simili a plebisciti.

Da un lato, insomma, il governo propone una riforma nel segno di una politica forte, di una capacità decisionale riconoscibile e accentrata; dall’altro il vero retroterra ideologico della proposta è la spoliticizzazione ulteriore delle istituzioni rappresentative e della società. Che è oggi debole, sfilacciata, segmentata in corporazioni grandi e piccole, in individualismi refrattari a ogni logica di interesse generale; e che tale deve restare, contenta di una fiammata politica, più o meno furiosa, ogni cinque anni.

Il problema dell’Italia (e non solo del nostro Paese) è questa debolezza del legame sociale, questo particolarismo privo di respiro. A cui si può porre rimedio con la costruzione di forme di partecipazione politica, e in parallelo di rafforzamento della rappresentanza, non certo di spoliticizzazione. Curare con un vertice istituzionale forte (solo in apparenza, perché in realtà le contraddizioni tecniche del progetto lo rendono quasi inapplicabile) una società indebolita è un disegno al tempo stesso populistico e autoritario. Cioè pesantemente ideologico. Non perché ogni forma di presidenzialismo (a cui assimiliamo per brevità il premierato elettivo) sia in sé antidemocratico, ma perché questa forma specifica è fuori luogo e fuori tempo, siamo quindi di fronte a un grave pericolo per la democrazia.

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