✕

Lo pseudo gollismo senza De Gaulle

Ascolta l'audio

Il progetto di premierato scelto da Meloni trae ispirazione nella Quinta repubblica francese. Ma le condizioni sono molto diverse
2 minuti di lettura

“Il gollismo annacquato” era il titolo che l’Unità dava ieri, 31 ottobre, a una disamina accurata della riforma costituzionale che il governo sta per presentare. Gollismo annacquato rende l’idea, pur essendo fuorviante. Da un lato, esprime molto bene l’aspetto ambizioso della riforma: cambiare la Costituzione per rafforzare il ruolo del presidente del Consiglio, il quale diventa titolare di un potere senza eguali nella storia del dopoguerra. C’è un’ispirazione gollista in questa manovra: finisce l’era della coabitazione di fatto tra Quirinale e Palazzo Chigi, in cui il vertice politico e il vertice istituzionale possono andare d’accordo oppure no. Nel secondo caso ad abbassare la testa è quasi sempre il premier, titolare di un’investitura che solo in parte è popolare, in quanto deve passare attraverso il filtro presidenziale e poi il percorso parlamentare.

“Il gollismo annacquato” era il titolo che l’Unità dava ieri, 31 ottobre, a una disamina accurata della riforma costituzionale che il governo sta per presentare. Gollismo annacquato rende l’idea, pur essendo fuorviante. Da un lato, esprime molto bene l’aspetto ambizioso della riforma: cambiare la Costituzione per rafforzare il ruolo del presidente del Consiglio, il quale diventa titolare di un potere senza eguali nella storia del dopoguerra. C’è un’ispirazione gollista in questa manovra: finisce l’era della coabitazione di fatto tra Quirinale e Palazzo Chigi, in cui il vertice politico e il vertice istituzionale possono andare d’accordo oppure no. Nel secondo caso ad abbassare la testa è quasi sempre il premier, titolare di un’investitura che solo in parte è popolare, in quanto deve passare attraverso il filtro presidenziale e poi il percorso parlamentare.

Quali siano i rischi di questa operazione è stato già elencato da numerosi osservatori. Soprattutto si paventa l’erosione di un certo equilibrio istituzionale che ha nel presidente della Repubblica il suo garante. Ma allora perché parlare di una riforma “annacquata”, secondo l’opinione di chi esprime un giudizio negativo ma non vede i barbari alle porte? Per la buona ragione che il testo sembra un faticoso compromesso, il punto d’arrivo di una mediazione che intende trasmettere l’idea di una novità istituzionale e al tempo stesso non apparire troppo minaccioso verso il Quirinale. Ovvio che il risultato sia insoddisfacente, sia per i fautori del “premierato” sia per i difensori dello status quo. Tutti scontenti, tutti egualmente timorosi del domani. Per cui la Terza Repubblica, evocata dalla premier con una certa enfasi, non è proprio dietro l’angolo.

Il richiamo al gollismo è peraltro fuorviante. La Quinta Repubblica francese, come nacque alla fine degli anni Cinquanta dopo il disastro della guerra coloniale in Algeria, non ha niente a che vedere con la velleitaria Terza Repubblica che per ora è solo uno slogan elettorale in vista delle elezioni europee di primavera. Elezioni per le quali Giorgia Meloni ha bisogno di una proposta forte e centrata intorno al suo nome. Ma la riforma costituzionale cui pose mano in pochi mesi il generale fu una clamorosa riscrittura delle regole, possibile grazie a circostanze eccezionali: la disfatta coloniale, il discredito del vecchio assetto repubblicano e soprattutto il prestigio eccezionale dell’uomo che aveva guidato la resistenza anti-nazista.

Ovviamente si affrontò direttamente il problema dalla testa, nel senso di un “semi-presidenzialismo” che innovava alla radice il ruolo del presidente della Repubblica. Nulla di simile accadde in altri Paesi europei nell’arco del dopoguerra: mancavano le idee, la congiuntura e gli uomini. In Italia il dissesto di Tangentopoli, nei primi anni Novanta, avrebbe forse potuto innescare una riforma costituzionale significativa, ma sul palcoscenico avevamo Berlusconi, non De Gaulle. Ci si domanda allora che senso abbia incardinare adesso una riforma tanto ambiziosa quanto contraddittoria. Una riforma che evoca il generale sul piano retorico, ma nella pratica vorrebbe ispirarsi al sistema inglese, le cui caratteristiche sono peraltro tutt’altra cosa: a cominciare dall’importanza assegnata al Parlamento. S’intende, la convenienza politica prevale in questo momento sull’ingegneria istituzionale. Serve un tema solido per la campagna elettorale, il resto si vedrà. Ma anche chi scommette sul successo di FdI alle europee, non si spinge a manifestare troppo ottimismo sull’iter della riforma. Ci sono resistenze di vario tipo anche a destra, c’è Salvini che vuole l’autonomia regionale. De Gaulle è una suggestione, quando semmai servirebbe un progetto coerente.

Leggi i commenti