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Pensioni con lo sguardo corto

(ansa)

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Il nostro sistema pensionistico, definito da due grandi riforme, la Dini del 1995 e la Fornero del 2011, ha tuttavia una serie di lacune, derivazione soprattutto di stratificazioni di mini-riforme, introduzioni di novità più o meno bizzarre, e correzioni minime ma necessarie che si aggiungono a quelle due grandi riforme.

Fa discutere ad esempio l’intervento, per il passato, di modifica alle aliquote di rendimento per una parte di lavoratori pubblici, per i contributi già a versati tra il 1981 e il 1994. Si tratta di circa 700mila lavoratori, secondo la Relazione tecnica dell’Inps, che stanno per andare in pensione nei prossimi mesi, i primi, e fino al 2043 gli ultimi. Un intervento che sebbene fatto nello spirito di uniformare le aliquote di questi lavora…

Il nostro sistema pensionistico, definito da due grandi riforme, la Dini del 1995 e la Fornero del 2011, ha tuttavia una serie di lacune, derivazione soprattutto di stratificazioni di mini-riforme, introduzioni di novità più o meno bizzarre, e correzioni minime ma necessarie che si aggiungono a quelle due grandi riforme.

Fa discutere ad esempio l’intervento, per il passato, di modifica alle aliquote di rendimento per una parte di lavoratori pubblici, per i contributi già a versati tra il 1981 e il 1994. Si tratta di circa 700mila lavoratori, secondo la Relazione tecnica dell’Inps, che stanno per andare in pensione nei prossimi mesi, i primi, e fino al 2043 gli ultimi. Un intervento che sebbene fatto nello spirito di uniformare le aliquote di questi lavoratori alla maggior parte degli altri lavoratori iscritti all’Inps, ha effetto retroattivo, e quindi a forte rischio di incostituzionalità. Del resto il sistema pensionistico, ancora oggi, è ricco di trattamenti diversi tra lavoratori, non solo pubblici, riguardo sia i criteri di pensionamenti, sia i criteri di valorizzazione dei contributi versati. Ne sono un esempio i “lavoratori” delle forze dell’ordine, che nel settore pubblico hanno sia dei criteri di uscita più generosi che delle aliquote di rendimento più favorevoli. Così come i commercianti e gli artigiani, che sono privilegiati nella contribuzione, oppure, fino al 2022 i giornalisti iscritti all’ex Inpgi che avevano dei criteri di pensionamento e aliquote di rendimento più favorevoli. Inpgi, nel 2022, è stato giustamente assorbito in Inps, per i noti motivi di strutturale insostenibilità che si portava dietro. Le regole di pensionamento per i giornalisti, dal 2022, sono cambiate, uniformandosi al resto dei lavoratori Inps, ma non la valorizzazione dei contributi già versati in passato, perché sarebbe stato incostituzionale.

Oggi invece per i lavoratori pubblici iscritti alla Cpdel (enti locali), Cps (sanitari, medici e infermieri), Cpi (insegnanti) e Cpug (ufficiali giudiziari), le regole cambiano per il passato. Ciò è manifestamente iniquo oltre che incostituzionale. Inoltre, gli effetti perversi di queste norme potrebbero causare una uscita anticipata in massa, entro la fine dell’anno, da parte di dipendenti pubblici, soprattutto medici, che già sono carenti nella nostra sanità.

Alla luce di questi interventi discutibili, e di altri presenti in legge di bilancio, come la penalizzazione per i Millenials (che in gran parte non potranno uscire con la pensione contributiva anticipata a 64 anni, perché non raggiungeranno la soglia di pensione pari 3 volte l’assegno sociale, ovvero 1509 euro), e che appaiono a dir poco sorprendenti, quello che non c’è invece è una riflessione sul futuro pensionistico dei giovani. Una vera riforma pensionistica dovrebbe guardare alla situazione dei giovani. Anche qui numerosi studi, dentro Inps ma anche fuori, ci dicono che i lavoratori che hanno iniziato a lavorare dopo il 1996, ovvero nel regime contributivo pieno, hanno lavori instabili e precari, salari bassi, e la maggior parte di loro (il 53%), secondo quanto accumulato finora e in proiezione, quando matureranno i criteri di uscita, avranno una pensione povera, inferiore alla soglia di povertà (800 euro circa). Per questi lavoratori innanzitutto la soluzione va trovata subito in correttivi dentro il mercato del lavoro, spingendo i salari verso l’alto, con l’introduzione di un salario minimo come abbiamo più volte detto e scritto, anche su questo giornale, e con la limitazione dei contratti part-time e precari, sulla scia di quanto si era fatto con il decreto dignità.

Oggi che registriamo il paradosso di una modesta crescita occupazionale con il Pil fermo, è ancora più evidente che la dinamica positiva è da attribuire a bassi salari e ad un numero di ore lavorate per persona inferiore. E quindi è ancora più necessaria l’introduzione di un salario minimo e di limitazioni al part time involontario e a forme precarie. Ad esempio, secondo stime dell’Inps presentate nel rapporto annuale del 2022, se si introducesse un salario minimo sopra i 9 euro lordi l’ora, per i giovani il rateo pensionistico crescerebbe del 10%.

Ma a parte questo, come ultimo intervento di rete di protezione, va introdotta una pensione di garanzia di tipo contributivo. Come è noto, nel modello contributivo attuale, non esiste la pensione minima, quindi va creato un meccanismo che, senza disincentivare la partecipazione al mercato del lavoro, possa creare una pensione di garanzia dignitosa, valorizzando buchi contributivi e formazione, inserendo un minimale pensionistico a fronte di un certo montante contributivo raggiunto (e non necessariamente un numero di anni). In questo contesto si dovrebbe anche inserire il riscatto di laurea gratuito per i giovani, che avrebbe il merito di incentivare lo studio e non penalizzare coloro che per motivi di studio entrano più tardi nel mercato del lavoro.

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