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Suicidio assistito di Sibilla Barbieri, perché sono colpevole anch’io

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Sono coinvolto nel “viaggio in Svizzera”, dal momento che l’ho sostenuto sul piano economico e organizzativo. E mi presenterò a un posto di polizia per una formale autodenuncia
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Le righe che seguono parlano di una grave ingiustizia. Dunque, si tratta di un testo di denuncia e, allo stesso tempo, di autodenuncia: perché racconta, tra l’altro, della mia partecipazione a una iniziativa di disobbedienza civile che intende contestare e in qualche modo porre rimedio a quella situazione ingiusta.

Ricorrerò a parole che vorrei fossero miti sfuggendo all’aggressività propria del dibattito pubblico italiano e alla pulsione irresistibile allo schieramento marziale a favore dell’una o dell’altra tesi. Questo perché il tema in questione, come si vedrà, esige la massima delicatezza e il massimo rispetto.

I fatti. Sibilla Barbieri, regista e attrice di 58 anni, è morta il 31 ottobre scorso. Avrebbe voluto concludere la sua vita e mettere fine alle indicibili sofferenze derivanti da una crudele patologia nella sua casa di Roma.

Credeva fosse suo diritto farlo, dal momento che ricorrevano i requisiti richiesti dalla sentenza della Corte costituzionale (242 del 2019) per conse…

Le righe che seguono parlano di una grave ingiustizia. Dunque, si tratta di un testo di denuncia e, allo stesso tempo, di autodenuncia: perché racconta, tra l’altro, della mia partecipazione a una iniziativa di disobbedienza civile che intende contestare e in qualche modo porre rimedio a quella situazione ingiusta.

Ricorrerò a parole che vorrei fossero miti sfuggendo all’aggressività propria del dibattito pubblico italiano e alla pulsione irresistibile allo schieramento marziale a favore dell’una o dell’altra tesi. Questo perché il tema in questione, come si vedrà, esige la massima delicatezza e il massimo rispetto.

I fatti. Sibilla Barbieri, regista e attrice di 58 anni, è morta il 31 ottobre scorso. Avrebbe voluto concludere la sua vita e mettere fine alle indicibili sofferenze derivanti da una crudele patologia nella sua casa di Roma.

Credeva fosse suo diritto farlo, dal momento che ricorrevano i requisiti richiesti dalla sentenza della Corte costituzionale (242 del 2019) per consentire l’aiuto alla morte volontaria. Ovvero: la capacità di autodeterminazione della persona; l’irreversibilità della patologia; l’intollerabilità delle sofferenze fisiche o psicologiche; la dipendenza da trattamenti di sostegno vitale.

Il comitato etico della Asl Roma 1 ha ritenuto sussistenti tali requisiti, mentre la commissione medica chiamata a dare il parere definitivo ha sostenuto che non fosse accertato l’ultimo di essi (la dipendenza dai trattamenti vitali).

Il che appare sommamente opinabile in quanto Barbieri era sottoposta a ossigenoterapia e a terapia antalgica di derivazione morfinica, che equivalgono, appunto, a trattamenti vitali. Di conseguenza la donna si è trovata costretta a scegliere la via del “viaggio in Svizzera”, formula tragicamente eufemistica per indicare il ricorso a una opportunità consentita in quel Paese e negata in Italia.

Così Barbieri ha potuto concludere la sua esistenza ormai dilaniata dalle sofferenze in una clinica di Zurigo. Ad accompagnarla c’erano Marco Perduca, dirigente dell’Associazione Luca Coscioni, e il figlio della stessa Barbieri.

Questa ultima circostanza dovrebbe fare intendere a chi abbia orecchie e cuore che l’aiuto al suicidio può essere un atto di amore: l’espressione di una tale dedizione all’altro da indurre ad assumersi la responsabilità di contribuire ad accelerarne la scomparsa (così il figlio: «So di essere nel giusto. La mia azione è adatta all’amore che sento per mia madre»).

È una vicenda, questa, che ancora una volta segnala le carenze del nostro sistema normativo. La sentenza della Consulta prima citata chiedeva al Parlamento di legiferare in materia ma, trascorsi quattro anni, nulla è stato fatto. E ciò lascia larghi vuoti, incentiva la discrezionalità delle decisioni e ne dilata i tempi, produce condizioni diseguali sul territorio nazionale, con tutto il carico di ulteriore sofferenza che ciò comporta.

Nel frattempo, grazie al cielo, qualcosa si muove. La regione Veneto è stata la prima a garantire, attraverso il Servizio sanitario, la verifica delle condizioni di salute per l’accesso al suicidio assistito, come previsto dalla sentenza già citata, senza dover ricorrere ai tribunali. E il consiglio di quella stessa regione dovrà, nei prossimi mesi, pronunciarsi sulla proposta di legge regionale di iniziativa popolare per decidere regole chiare e per dare tempi e garanzie certe ai malati irreversibili. Lo stesso dovrebbe avvenire in altre regioni (Abruzzo, Emilia-Romagna, Toscana…).

Chi scrive è coinvolto nel “viaggio in Svizzera” di Sibilla Barbieri, dal momento che l’ha sostenuto sul piano economico e organizzativo. E oggi, insieme ai parlamentari Riccardo Magi e Ivan Scalfarotto, si presenterà a un posto di polizia per una formale autodenuncia per il reato di aiuto al suicidio. E per una denuncia nei confronti della direzione di Asl Roma 1, per una serie di reati, tra i quali violenza privata e omissione di atti d’ufficio.

È stata una scelta tutt’altro che facile, dal momento che è in questione il tema enorme della vita umana, della sua unicità e irripetibilità e della sua intangibilità quale valore supremo. Come conciliare tutto ciò con il libero arbitrio e con il diritto all’autodeterminazione — alla “sovranità” — su di sé e sul proprio corpo?

Tanto più quando il nostro organismo viene visitato da un «ospite ingrato»: il dolore fisico e psichico che si fa intollerabile e mortifica la persona e la sua dignità. Ossia quando la sopravvivenza perde il suo significato profondo, la sua capacità di relazione e di esperienza, degradando il corpo e lo spirito. Problematiche che coinvolgono la sfera più intima di ciascuno di noi e mettono in discussione valori e principi consolidati.

Si tratta di scelte private, privatissime, ma l’autorità pubblica deve agevolarle e non ostacolarle, tutelarle e non interdirle, proteggerle e non umiliarle. Serve, di conseguenza, una legge, che la classe politica fino a ora ha negato. Innanzitutto per ignavia e poi perché ritiene che le questioni del fine vita non siano politiche e non richiedano risposte politiche.

Quale errore! La politica può ritrovare una sua dignità e aspirare a una qualche nobiltà solo se sarà capace di chinarsi sul capezzale dei sofferenti e prestare ascolto al loro dolore.

Oggi non è così. Si pensi che quei medici della Asl Roma 1 hanno risposto alla domanda di aiuto di una malata terminale solo dopo 44 giorni. Evidentemente, la percezione del tempo di chi sente sfuggirgli la vita tra mille patimenti non rientra tra gli indicatori dei protocolli medici.

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