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Droghe, il dovere di ridurre il danno

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Nella Relazione annuale al Parlamento sul fenomeno delle tossicodipendenze sparisce un elemento fondamentale. Ecco perché è preoccupante
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È ormai evidente che quello del diritto alla salute, e quindi alla cura, sarà uno dei terreni di scontro più importanti su cui si giocherà la battaglia politica contro le destre negli anni a venire. La questione delle dipendenze patologiche, in questa prospettiva, rappresenta allo stesso tempo un osservatorio tanto efficace quanto preoccupante. Considerate come una questione di ordine pubblico più che un complesso fenomeno intorno a cui convergono fattori diversi e da considerare nella loro interazione, le dipendenze mettono in luce, quando se ne parla, l’ideologia punitiva, paternalistica, e fortemente arretrata con cui questo governo si “occupa” della salute dei soggetti più fragili, ai margini, considerati poco meno che criminali (e non dimentichiamoci dell’uso che viene fatto della parola devianza per parlare di fenomeni legati alla salute mentale). Un importante campanello d’allarme è senza dubbio rappresentato dal fatto che dal più importante fra i documenti ufficiali sul tema, …

È ormai evidente che quello del diritto alla salute, e quindi alla cura, sarà uno dei terreni di scontro più importanti su cui si giocherà la battaglia politica contro le destre negli anni a venire. La questione delle dipendenze patologiche, in questa prospettiva, rappresenta allo stesso tempo un osservatorio tanto efficace quanto preoccupante. Considerate come una questione di ordine pubblico più che un complesso fenomeno intorno a cui convergono fattori diversi e da considerare nella loro interazione, le dipendenze mettono in luce, quando se ne parla, l’ideologia punitiva, paternalistica, e fortemente arretrata con cui questo governo si “occupa” della salute dei soggetti più fragili, ai margini, considerati poco meno che criminali (e non dimentichiamoci dell’uso che viene fatto della parola devianza per parlare di fenomeni legati alla salute mentale). Un importante campanello d’allarme è senza dubbio rappresentato dal fatto che dal più importante fra i documenti ufficiali sul tema, la Relazione annuale al Parlamento sul fenomeno delle tossicodipendenze 2023 (dati 2022) l’espressione “riduzione del danno” è scomparsa.

Per riduzione del danno (Rdd) si intende “quella serie di politiche, programmi e pratiche che mirano a minimizzare gli impatti negativi sulla salute, sociali e legali dell’uso di droghe, delle politiche e delle leggi sulle droghe” ed è una pratica sempre più diffusa in Paesi che negli ultimi decenni hanno dovuto affrontare il fallimento delle politiche repressive, che questo governo intende ripristinare, la tradizionale war on drugs. Penso agli Stati Uniti, soprattutto, dove 100.000 morti all’anno per sostanze legali (farmaci) e illegali ha fatto sì che nelle grandi città siano sorti moltissimi centri di ascolto e aiuto. Banchetti su strada che distribuiscono siringhe pulite ma anche preservativi o assorbenti. E campagne pubblicitarie nelle metropolitane nelle quali si invitano i consumatori abituali di eroina a verificare cosa stanno per assumere perché potrebbe essere prevalente (e irriconoscibile) il fentanyl, un farmaco analgesico il cui mercato illegale è esploso negli anni del Covid. Qua da noi questo non è accaduto anche perché abbiamo la barriera del sistema sanitario pubblico, una diversa cultura della prescrizione dei farmaci e del loro consumo e, non ultimo, operatori che da decenni lavorano seriamente nella prospettiva integrata della riduzione del danno dove opera non solo personale medico ma anche ricercatori di diverse provenienze.

La Rdd, gestita dai servizi pubblici e dalle associazioni del terzo settore, laddove è finanziata e sostenuta dagli amministratori locali, funziona. Funziona soprattutto nel diffondere pratiche che proteggono chi “si fa” ma anche chi a chi “si fa” è vicino. Affrontare la questione delle dipendenze patologiche come un tema di salute di tutti è banale per chi di questi temi si occupa seriamente ma purtroppo, e in questo anche il mondo dell’informazione ha non poche responsabilità, prevale lo sguardo di chi affronta ogni storia di abuso o dipendenza con l’espressione: “tunnel della droga” in cui si entra da soli e si deve uscire da soli.

Ma, anche questo è il caso di ricordarlo:

1) la droga non esiste. Esistono le droghe e ognuna agisce in modo diverso a seconda dei soggetti che la consumano.

2) le droghe non sono solo quelle illegali.

3) dai tunnel alla fine si esce, dalle dipendenze patologiche cronicizzate non sempre.

Quindi che si fa? Si mettono in prigione le persone e si butta via la chiave, le si obbliga a frequentare programmi per l’astinenza forzata, si aspetta che muoiano salvo poi scrivere articoli strappalacrime?

La Rdd aiuta ad affrontare, almeno in parte, questi problemi: nasce negli anni Ottanta, negli anni dell’epidemia di Hiv, quando imparare a non condividere le siringhe o a fare sesso protetti ha salvato la vita a migliaia di persone. Oggi i farmaci salvavita e le unità di strada svolgono la stessa funzione. Attenzioni minime che dovrebbero essere intraprese anche dal più proibizionista dei governi perché, da morto, nessuno può disintossicarsi. Ma la Rdd non è rivolta soltanto a persone con gravi dipendenze, è indispensabile anche in contesti nei quali l’uso di sostanze è occasionale e lì si parla di riduzione del rischio: essere informati sugli effetti che provoca assumere una sostanza legale come l’alcol, insieme a un’altra sostanza legale come uno psicofarmaco, può mettere a riparo da conseguenze spiacevoli. Chi lo fa in Italia viene spesso accusato di diffondere “la cultura della droga”. Il sottosegretario Alfredo Mantovano l’ha definita “gestione del male”. La Rdd è, invece, un dispositivo che garantisce a tutti lo stesso diritto alla salute previsto dalla Costituzione, all’articolo 32, altro che “gestione del male”.

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