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Il dilemma di Gaza

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Con questo conflitto si apre una finestra sul futuro che può dischiudersi o in una tragedia definitiva e quindi senza sbocchi o in una soluzione forse accettabile per tutti
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Una striscia di terreno lunga 40 km, larga al massimo 12, abitata da oltre 2 milioni di palestinesi chiusa tra il Mar Mediterraneo, l’Egitto con il varco di Rafah ed Israele a sud. Un’area al centro di drammi, di guerre, di speranze, da cui era partito il sogno di Yitzhak Rabin e di Yasser Arafat verso la realizzazione del progetto “due popoli, due Stati” con l’assunzione di responsabilità dell’Autorità palestinese sulla Cisgiordania e su Gaza. Anche se di Stato palestinese in Israele in realtà non si è mai parlato.

Dalla Striscia il 7 ottobre è partito con violenza inaudita l’attacco terroristico più drammatico che Israele abbia mai subito, con l’obiettivo di indebolirlo e destabilizzarlo, spingendolo ad una ritorsione attesa e volutamente provocata, tale da far sollevare il mondo arabo ed isolarlo dal resto del mondo: questo il piano strategico di Hamas.

Hamas si è preparato per lungo tempo, studiando tattiche, producendo migliaia di razzi utilizzati contro obiettivi indiscriminati …

Una striscia di terreno lunga 40 km, larga al massimo 12, abitata da oltre 2 milioni di palestinesi chiusa tra il Mar Mediterraneo, l’Egitto con il varco di Rafah ed Israele a sud. Un’area al centro di drammi, di guerre, di speranze, da cui era partito il sogno di Yitzhak Rabin e di Yasser Arafat verso la realizzazione del progetto “due popoli, due Stati” con l’assunzione di responsabilità dell’Autorità palestinese sulla Cisgiordania e su Gaza. Anche se di Stato palestinese in Israele in realtà non si è mai parlato.

Dalla Striscia il 7 ottobre è partito con violenza inaudita l’attacco terroristico più drammatico che Israele abbia mai subito, con l’obiettivo di indebolirlo e destabilizzarlo, spingendolo ad una ritorsione attesa e volutamente provocata, tale da far sollevare il mondo arabo ed isolarlo dal resto del mondo: questo il piano strategico di Hamas.

Hamas si è preparato per lungo tempo, studiando tattiche, producendo migliaia di razzi utilizzati contro obiettivi indiscriminati e costruendo circa 500 chilometri di gallerie sotto la città e sotto i civili con snodi ed incroci corrispondenti a punti nevralgici e sensibili come gli ospedali.

Il combattimento multiplo nei due ambienti più difficili di una guerra, l’ambiente urbano e l’ambiente sotterraneo, richiede costi di vite umane elevatissimi e, in questo momento, gli israeliani e la comunità internazionale non hanno ancora trovato risposte al dilemma di Gaza.

Netanyahu dapprima ha espresso la volontà di prendere il controllo militare dell’intera Striscia rimuovendo definitivamente la presenza di Hamas, mandando un messaggio di fermezza, rivolto in particolare alla parte più ortodossa della propria popolazione che vorrebbe a Gaza l’intervento più estremo delle Israel Defence Forces (IDF), per poi modificare nel tempo lievemente il messaggio, che oggi lascia qualche apertura negoziale. Al netto della giusta volontà di colpire i terroristi di Hamas, Israele comprende che la guerra portata alle estreme conseguenze genererebbe un numero di vittime civili intollerabile anche per i paesi a lui più vicini.

Ma un nuovo accordo in stile Oslo ’93, anche con un parziale controllo israeliano di Gaza, sarebbe il sicuro innesco per ulteriori guerre e non risolverebbe affatto il dramma del popolo palestinese.

Israele è un paese in guerra dal 1947, una democrazia che non è mai riuscita a fare i conti fino in fondo con questo dramma e che non ha mai voluto o potuto affrontare o tantomeno ridurre la presenza delle centinaia di migliaia di coloni israeliani in Cisgiordania, vero ostacolo alla soluzione dei due Stati.

Il dilemma è anche di Hamas che sperava nel sostegno incondizionato arabo, che non è arrivato.

A partire da Nasrallah, leader di Hezbollah, legato da un patto di fratellanza con Hamas e dalla visione comune di Israele come un nemico. Questi, anche nel suo ultimo discorso di sabato ha ribadito sì il supporto ad Hamas aumentando il lancio di razzi di Hezbollah verso Israele ma non ha dato il via alle temute operazioni terrestri oltre il confine, certamente in parte a causa della pressione statunitense. Anche i vari attacchi missilistici provenienti dalla Siria, dallo Yemen e dall’Iraq in termini di conseguenze sembrano interventi simbolici.

Le capitali arabe moderate invocano una soluzione per il popolo palestinese, chiedono subito corridoi umanitari ma, allo stesso tempo, sono interessate a trovare una quadra politica alla crisi che permetta di stabilizzare la regione, evitando un allargamento del conflitto che rappresenterebbe, per l’intero Medio Oriente, un salto all’indietro di decine di anni.

L’Iran, in occasione dell’ultima Conferenza dei Paesi arabi, pur alzando il tono della voce e chiedendo sanzioni contro Israele, non ha voluto assumersi la responsabilità e la paternità dell’attacco ma continua a rappresentare un potenziale ombrello per il terrorismo islamico; la Russia ha aperto il dialogo con Hamas e la Cina continua a rivolgere lo sguardo verso l’Africa e il Mediterraneo: per questi tre attori un indebolimento dell’Occidente non può che tornare comodo.

L’Europa, dal canto suo, ribadisce l’importanza di garantire la protezione di tutti i civili, in linea con il diritto internazionale umanitario, e segue con preoccupazione l’evolversi della situazione mentre gli Usa temono che una guerra prolungata possa portare ad un allargamento incontrollato del conflitto. Ciò porterebbe a riaffermare la contrapposizione tra due blocchi geo-politici che in qualche modo corrispondono a quelli della guerra dimenticata in Ucraina.

Ad oggi, oltre 10000 vittime, le tensioni interne e il desiderio di vendetta sembrano tener lontana l’ipotesi di una conclusione positiva del conflitto.

L’orrore di Gaza apre una finestra sul futuro che può dischiudersi o in una tragedia definitiva e quindi senza sbocchi o in una soluzione forse accettabile per tutti gli attori coinvolti.

Se la leadership israeliana modificasse in parte i suoi obiettivi ponendo sullo stesso piano l’eliminazione dei terroristi e la salvaguardia della popolazione di Gaza, se Hamas accettasse di restituire gli ostaggi, se il Consiglio di Sicurezza riuscisse a deliberare una risoluzione, allora le Nazioni Unite potrebbero lanciare una grande operazione di supporto alla pace basata su una forza interinale di sicurezza formata soprattutto da Paesi arabi moderati. Questa avrebbe lo scopo di garantire la sicurezza del popolo israeliano, salvaguardare i civili innocenti a Gaza, costruire e lasciar decollare un governo palestinese protetto e tutelato, che non potrebbe non comprendere anche la Cisgiordania.

Tutto ciò lanciando un nuovo sistema di relazioni, favorendo il riavvio e il completo sviluppo del patto di Abramo e sostenendo quella che, oggi come oggi, può essere soltanto una soluzione araba alla crisi.

Se da un lato Israele non accetterà mai l’integrazione con i palestinesi, dall’altro lato Hamas, un’organizzazione terroristica, può essere solo forzata da una posizione unita del mondo arabo -dall’Egitto, dall’Arabia Saudita e dai paesi del Golfo- che a loro volta non potrebbero essere visti come servitori degli interessi di Israele ma come portatori di interessi generali di pace e sicurezza.

Emerge l’urgenza di una nuova politica di sicurezza nell’area che dagli Stati Uniti si colleghi a quella dell’Unione europea e ai Paesi arabi moderati per rimuovere la minaccia terroristica, rassicurare Israele ma anche dare sollievo ai 2 milioni di abitanti di Gaza e ai cittadini palestinesi della Cisgiordania, di fatto ancora sotto occupazione israeliana. L’obiettivo ultimo sarebbe quello la creazione di uno Stato capace di integrare tutte le differenti componenti dell’universo palestinese.

L’attacco del 7 ottobre ci ha mostrato chiaramente le conseguenze che può generare questa soluzione irrisolta.

Una nave militare italiana ha lasciato i porti nazionali verso le acque di Gaza per portare assistenza sanitaria e si sta preparando il dispiegamento di un ospedale da campo da allestire sul terreno non appena si concretizzeranno le necessarie condizioni di sicurezza.

La credibilità conquistata dal nostro Paese negli anni potrebbe essere un veicolo di aggregazione e supporto importante per le iniziative di pace in corso.

La situazione al momento resta fortemente critica ma se i colloqui Biden - Xi Jinping dovessero concludersi con un punto di convergenza, se la Russia dovesse aderire all’unica soluzione al dilemma, una risoluzione del Consiglio di Sicurezza per creare una forza di pace araba allargata, allora la storia potrebbe davvero cambiare.

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