Non sappiamo ancora se le tragiche vicende del Medio Oriente cambieranno la storia dei prossimi decenni o se rappresentano un brutale sussulto del Novecento. Insieme all’aggressione all’Ucraina, hanno modificato il quadro globale delle molteplici crisi, pandemia, clima, finanza e tecnologia, in un quadro di molteplici guerre.
È in questo scenario che appaiono più evidenti le carenze di hard power europee. Eppure, sappiamo che spetterà all’Europa ricostruire l’Ucraina e integrarla nell’Unione, così come competerà ai nostri Paesi offrire una prospettiva comune di pace e prosperità all’area mediterranea.
In un mondo sempre più bipolare, esemplificato dall’incontro a San Francisco tra Joe Biden e Xi Jinping, l’Europa dovrà scegliere come collocarsi, se cioè schierarsi, o perseguire la strada, ambiziosa o velleitaria, dell’autonomia strategica. O, ancora, se elaborare una propria posizione di indipendenza strategica, fondata sulla preservazione della cooperazione economica, la riduzio…
Non sappiamo ancora se le tragiche vicende del Medio Oriente cambieranno la storia dei prossimi decenni o se rappresentano un brutale sussulto del Novecento. Insieme all’aggressione all’Ucraina, hanno modificato il quadro globale delle molteplici crisi, pandemia, clima, finanza e tecnologia, in un quadro di molteplici guerre.
È in questo scenario che appaiono più evidenti le carenze di hard power europee. Eppure, sappiamo che spetterà all’Europa ricostruire l’Ucraina e integrarla nell’Unione, così come competerà ai nostri Paesi offrire una prospettiva comune di pace e prosperità all’area mediterranea.
In un mondo sempre più bipolare, esemplificato dall’incontro a San Francisco tra Joe Biden e Xi Jinping, l’Europa dovrà scegliere come collocarsi, se cioè schierarsi, o perseguire la strada, ambiziosa o velleitaria, dell’autonomia strategica. O, ancora, se elaborare una propria posizione di indipendenza strategica, fondata sulla preservazione della cooperazione economica, la riduzione dei rischi di dipendenza, ma anche sull’assertività di regole condivisibili su scala multilaterale. È solo un esercizio semantico sotto il rombo dei cannoni?
Negli ultimi due anni, la posizione dell’Amministrazione americana è cambiata nei confronti della Cina avvicinandosi alla posizione europea. Biden oggi ha toni meno antagonistici, l’incontro con Xi può aprire un canale di comunicazione tra potenze che diffidano enormemente l’una dell’altra.
Il linguaggio di Washington ha accolto le distinzioni europee: ha rinunciato al distacco dell’economia Usa da quella cinese, che riproduceva le strategie della Guerra Fredda nei confronti dell’Unione sovietica, per mettere l’accento sulla riduzione dei rischi in un contesto definito di “interdipendenza nell’era dell’incertezza”.
La frammentazione dell’economia globale è un rischio troppo elevato. Le conseguenze sarebbero anche di calibro militare.
L’esempio russo va tenuto in considerazione. Integrata nell’economia globale, l’economia russa cresceva dell’8% annuo nel decennio prima del 2007. Nel decennio successivo è cresciuta solo dell’1,8%. I benefici della cooperazione globale sono apparsi sempre più rinunciabili a Mosca, che dal 2008 ha adottato infatti una strategia di espansione militare e territoriale, in Georgia, Crimea e poi Ucraina.
Analogamente, la frammentazione dell’economia globale rischia di produrre un sistema nel quale i conflitti militari diventano meno “sconvenienti”.
L’interdipendenza non è un concetto ingenuo. Da alcuni anni i miei colleghi di Brookings Institution mettono sotto scrutinio quella che chiamano “interdipendenza armata” che Washington sfrutta, cioè il controllo delle comunicazioni elettroniche globali, in gran parte immagazzinate in Virginia, e la vigilanza dei flussi finanziari.
Entrambe possono essere utilizzate, come è avvenuto con Iran e Russia, per limitare i rischi di aggressione militare, ma anche — pensate se Trump tornasse alla Casa Bianca — come strumento di potere. Un mondo interdipendente può dunque rimanere uno scenario di poteri asimmetrici e tra loro ostili, benché in gran parte controllato (spesso attraverso imprese private) da Washington soggetta ai contrappesi di un sistema democratico.
In questo contesto, l’Europa gioca un ruolo equilibratore. Le istituzioni americane a cui fanno capo la sicurezza nazionale, la politica economica e le autorità di controllo dei monopoli informatici, definiscono l’Ue una “superpotenza della regolazione” che influisce anche sulla legislazione americana, benché attraverso processi lunghi, decisioni complesse, costruite attraverso negoziati interminabili tra 27 governi.
I compromessi che ne risultano, proprio in quanto mediazioni tra interessi diversi, sono più credibili e accettabili per il resto del mondo di ogni proposta americana. Dietro gli standard europei si cela l’esito di un confronto sui valori, a cominciare dalla tutela dei diritti degli individui di fronte ai monopolisti della tecnologia.
Mai quanto oggi i temi economici e della sicurezza sono intrecciati. Le due strategie si sovrappongono.
Il lavoro da fare è enorme, basti pensare al vertice tra Usa e Ue fallito sulle importazioni di acciaio dalla Cina o sulle passate tentazioni italiane di offrire l’accesso al mercato europeo a gruppi statali della tecnologia cinese.
Le bombe e le stragi di questi giorni ci ricordano nel modo più duro i costi della nebbia strategica che ancora avvolge le nostre responsabilità.