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Pensioni, dietrofront e doppio errore

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Il passo indietro dell’esecutivo sulle rivalutazioni dei contributi aggiunge nuove iniquità a quelle già create nelle settimane scorse
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Come abbiamo sottolineato quando è stato presentato il disegno di legge di bilancio, la manovra prevedeva di rimediare ad una iniquità profonda del nostro sistema previdenziale, che avrebbe contribuito a far lievitare la spesa pensionistica di ulteriori 2 miliardi di euro nei prossimi anni. Si tratta della norma che permetteva ai dipendenti di alcune categorie (medici, infermieri, ufficiali giudiziari, insegnanti delle scuole paritarie e dipendenti degli enti locali) con meno di 15 anni di contributi alla fine del 1995, di valorizzare i contributi versati prima di quella data ad aliquote di rendimento molto più vantaggiose che per gli altri dipendenti pubblici e privati.

Per esempio: bastava aver versato anche solo un mese di contributi prima di quella data per vedersi calcolata la propria quota retributiva della pensione con un rendimento del 23,8 per cento dell’ultima retribuzione (e non della media delle retribuzioni degli ultimi 5 anni, come avviene per i lavoratori del set…

Come abbiamo sottolineato quando è stato presentato il disegno di legge di bilancio, la manovra prevedeva di rimediare ad una iniquità profonda del nostro sistema previdenziale, che avrebbe contribuito a far lievitare la spesa pensionistica di ulteriori 2 miliardi di euro nei prossimi anni. Si tratta della norma che permetteva ai dipendenti di alcune categorie (medici, infermieri, ufficiali giudiziari, insegnanti delle scuole paritarie e dipendenti degli enti locali) con meno di 15 anni di contributi alla fine del 1995, di valorizzare i contributi versati prima di quella data ad aliquote di rendimento molto più vantaggiose che per gli altri dipendenti pubblici e privati.

Per esempio: bastava aver versato anche solo un mese di contributi prima di quella data per vedersi calcolata la propria quota retributiva della pensione con un rendimento del 23,8 per cento dell’ultima retribuzione (e non della media delle retribuzioni degli ultimi 5 anni, come avviene per i lavoratori del settore privato), invece che con un rendimento dello 0,2 per cento. Prendiamo un caso estremo che è però utile per illustrare quanto possa diventare privilegiato il trattamento di queste categorie: un lavoratore con retribuzione di 1.000 euro mensili che abbia versato 90 euro (il nove per cento) di contributi nel dicembre 1995. A fine carriera, i 90 euro versati per il mese di dicembre gli varrebbero un aumento della pensione del il 23,8% della sua ultima retribuzione, per tutto il resto della sua vita. Se il lavoratore non ha avuto aumenti di stipendio l’incremento della pensione sarebbe dunque di quasi 240 euro al mese. Se, come probabile, la retribuzione fosse aumentata, ad esempio a 1.500 euro al mese, i 90 euro pagati una sola volta gli varrebbero più di 350 euro al mese in più per il resto della vita. Per tutti gli altri lavoratori del settore privato quei 90 euro di contributi versati un mese prima della fine del 1995 valgono lo 0,2% degli ultimi 5 anni di retribuzione, vale a dire 2 euro con carriera piatta e 3 euro nel caso di progressione salariale del 50% (1.500 euro mensili) raggiunta negli ultimi 5 anni della propria carriera.

Il governo ha adesso deciso di fare dietrofront, ripristinando lo status quo, ma solo per alcune categorie. Si crea così un’iniquità nell’iniquità, trattando diversamente i lavoratori soggetti inizialmente a questo trattamento privilegiato. La giustificazione fornita per questa marcia indietro è del tutto pretestuosa: si teme che l’allineamento delle aliquote di rendimento possa scatenare fughe verso il pensionamento anticipato da parte di medici e infermieri da qui alla fine dell’anno. Ma, come si è detto, i beneficiari del trattamento di favore dovevano avere meno di 15 anni di contributi nel 1996 e le aliquote erano particolarmente vantaggiose per chi aveva anzianità contributive molto brevi a quella data. Si tratta, in altre parole, per la stragrande maggioranza di persone che non hanno ancora raggiunto i requisiti per andare in pensione (anche a considerare le diverse “quote” pensionistiche istituite in questi anni).

La platea complessivamente interessata dal provvedimento è di circa 700.000 persone, mentre i lavoratori che sarebbero potuti andare in pensione beneficiando del trattamento privilegiato nel 2024 sono circa 30.000. La reazione dei medici era peraltro del tutto prevedibile. Cosa abbia spinto il governo a varare un provvedimento che avrebbe ritirato alle prime proteste non è dato sapere. Quel che è certo è che se si voleva dare un segnale ai mercati sulla capacità del governo di intervenire sulla spesa previdenziale, si è dato il segnale opposto. E si è trasformata una iniquità evidente in una iniquità ancora maggiore.

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