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Il problema è il sionismo

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Le guerre finiscono con accordi politici. Ma molte leggi di Israele sono da cancellare
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L’istituzione delle Nazioni Unite nel 1945 e la conseguente Dichiarazione universale dei Diritti umani dell’Onu nel 1948 fu uno spartiacque storico nella Storia moderna. Le guerre finiscono inevitabilmente con accordi politici. Questi, però, possono (o non possono) allinearsi alle normative previste da risoluzioni dell’Onu o da quanto prevede la legge internazionale basata sui valori della giustizia e sulla Dichiarazione universale dei Diritti umani.

È impossibile prendere in considerazione le possibili fasi future in Medio Oriente mentre prosegue il bombardamento a tappeto della prigione a cielo aperto più grande del mondo. Ciò nonostante, io credo che quanto prima le parti coinvolte penseranno al futuro, tanto prima potrebbe essere possibile concretizzare effettivamente il diritto del popolo palestinese a tornare alle proprie case e riavere la propria sovranità.

Prima di tutto, Israele è uno Stato segregazionista. Di fatto e di diritto, quasi il 93% del territorio dello Stato d…

L’istituzione delle Nazioni Unite nel 1945 e la conseguente Dichiarazione universale dei Diritti umani dell’Onu nel 1948 fu uno spartiacque storico nella Storia moderna. Le guerre finiscono inevitabilmente con accordi politici. Questi, però, possono (o non possono) allinearsi alle normative previste da risoluzioni dell’Onu o da quanto prevede la legge internazionale basata sui valori della giustizia e sulla Dichiarazione universale dei Diritti umani.

È impossibile prendere in considerazione le possibili fasi future in Medio Oriente mentre prosegue il bombardamento a tappeto della prigione a cielo aperto più grande del mondo. Ciò nonostante, io credo che quanto prima le parti coinvolte penseranno al futuro, tanto prima potrebbe essere possibile concretizzare effettivamente il diritto del popolo palestinese a tornare alle proprie case e riavere la propria sovranità.

Prima di tutto, Israele è uno Stato segregazionista. Di fatto e di diritto, quasi il 93% del territorio dello Stato di Israele del 1948 è riservato solo agli “ebrei”. Non potrà esserci una soluzione sostenibile al conflitto tra Israele e popolo arabo-palestinese a meno di smantellare completamente la legge segregazionista israeliana: la Legge del Ritorno del 1950, le leggi israeliane sulla terra e sulla proprietà dello stesso anno, e così pure la concretizzazione del diritto al ritorno delle famiglie dei rifugiati arabo-palestinesi e il ripristino dei loro diritti sulle loro proprietà ed eredità.

Sono consapevole delle implicazioni reali di quello che scrivo. Concretizzazione vorrebbe dire che, nel caso della maggior parte delle persone definite oggi “ebree” dalla legge, lo status legale indicato sarebbe quello di “inquilini”, soggetti a un contratto scritto a tempo determinato (per un periodo di cinque anni, per esempio) con i proprietari palestinesi di qualsiasi terreno. Il rinnovo di tale contratto per altri cinque anni dipenderebbe dai palestinesi e sarebbe a loro discrezione. È una prassi accettata per tutti gli Stati membri delle Nazioni Unite. Eventuali dispute tra i proprietari palestinesi e gli inquilini dovrebbero essere risolte in giudizio davanti a tribunali locali, regionali e internazionali non-sionisti.

Una soluzione giusta, e la fine della persecuzione del popolo palestinese, dovrebbe soddisfare le seguenti condizioni: rispettare tutte le Risoluzioni delle Nazioni Unite pertinenti alla Questione palestinese; accettare che la Palestina diventi, e continui a essere, lo Stato che era durante il periodo del Mandato britannico; sostituire la sovranità di Israele segregazionista con la sovranità di quello Stato palestinese; riconoscere che la Convenzione internazionale sulla Soppressione e la condanna del reato di apartheid del 1973 è vincolante per tutti i membri dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, compreso Israele segregazionista; perseguire davanti al Tribunale penale internazionale dell’Aia l’attuale governo di Israele segregazionista e il suo gabinetto di guerra, e così pure tutti gli ufficiali e i soldati che stanno prendendo parte alla pulizia etnica della Striscia palestinese di Gaza. In ultima analisi, una pace duratura in Palestina sarà possibile soltanto con l’istituzione di una Repubblica federale democratica di Palestina trilingue, dove almeno tre gruppi linguistici possano risiedere alla pari come cittadini palestinesi: quelli che parlano l’arabo, quelli che parlano l’ebraico e quelli che parlano inglese. Tra loro sarebbero inclusi tutti gli arabi palestinesi, cittadini o residenti permanenti dell’attuale Stato segregazionista di Israele e così pure quelli dichiarati “assenti”, e i loro discendenti. Sarebbero inclusi anche tutti i cittadini o i residenti permanenti dell’attuale Stato segregazionista di Israele, e che sono o erano considerati “ebrei” dalla legge israeliana sulla base dell’uguaglianza davanti alla legge e della reciprocità legale dei diritti sotto sovranità palestinese.

In ogni caso, senza una solidarietà internazionale antiapartheid, qualsiasi resistenza interna non sarà sufficiente a indurre il minimo cambiamento nelle politiche dell’attuale governo. Non basta che in tutto il mondo le massicce manifestazioni di questi giorni dimostrino un sostegno crescente alla Palestina e la condanna dell’aggressione criminale di Israele. Sarà necessario boicottare i prodotti industriali e agricoli di Israele, boicottare le istituzioni accademiche, culturali e sportive dello Stato israeliano e varare anche sanzioni economiche internazionali come quelle che furono imposte alla Repubblica sudafricana segregazionista.

L’autore è membro del Palestine National Council/PNC e del Consiglio rivoluzionario di Fatah

(Traduzione di Anna Bissanti)

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