Il più evidente obiettivo del disegno di legge costituzionale sul premierato elettivo è irrigidire la dinamica politica impedendo l’estensione, in emergenza, dei poteri presidenziali — un fenomeno che almeno dal 2011 ha molto inciso sulla politica italiana — . Ma per giungere a quel fine la destra deve mirare anche a un altro, meno occasionale e più sostanziale: il premierato elettivo è prima di tutto un dispositivo antipartitico e antiparlamentare.
L’Italia si è sempre dotata di un governo di fatto parlamentare; la sovranità popolare si è sempre espressa attraverso la mediazione della rappresentanza politica. Il Parlamento è l’istituzione in cui la volontà popolare si traduce in parola dialogante, in ragione argomentante; in cui l’unità della voce del popolo si riproduce attraverso la pluralità delle voci parziali, dei partiti.
È questo il motivo del divieto costituzionale di mandato imperativo: l’eletto prima di rappresentare una parte politica e un territorio specifico rappres…
Il più evidente obiettivo del disegno di legge costituzionale sul premierato elettivo è irrigidire la dinamica politica impedendo l’estensione, in emergenza, dei poteri presidenziali — un fenomeno che almeno dal 2011 ha molto inciso sulla politica italiana — . Ma per giungere a quel fine la destra deve mirare anche a un altro, meno occasionale e più sostanziale: il premierato elettivo è prima di tutto un dispositivo antipartitico e antiparlamentare.
L’Italia si è sempre dotata di un governo di fatto parlamentare; la sovranità popolare si è sempre espressa attraverso la mediazione della rappresentanza politica. Il Parlamento è l’istituzione in cui la volontà popolare si traduce in parola dialogante, in ragione argomentante; in cui l’unità della voce del popolo si riproduce attraverso la pluralità delle voci parziali, dei partiti.
È questo il motivo del divieto costituzionale di mandato imperativo: l’eletto prima di rappresentare una parte politica e un territorio specifico rappresenta la volontà di tutto il popolo di trovare un’articolata rappresentanza di unità e pluralità.
E quindi l’eletto rappresentando prima di tutto l’intera nazione ha la libertà e l’obbligo morale di esprimersi come vuole e di esercitare il proprio mandato: di cui risponde sì ai propri elettori e al partito ma più radicalmente alla nazione.
A questo intreccio di liberalismo e democrazia, di dialogo e decisione, di libertà e responsabilità, di unità e pluralismo, la destra è estranea. Lo definisce attraverso concetti come partitocrazia, ribaltone, cambio di casacca.
Alla mediazione parlamentare, alla politica come parola dialogante, preferisce l’espressione immediata della volontà del popolo sovrano, trasformata nella parola solitaria di un vertice legittimato dal popolo.
Sostiene che il male politico del Paese sia l’instabilità dei governi generata dal Parlamento (il che è tutto da dimostrare, ed è anzi contraddetto da esempi europei di parlamentarismi efficienti, come la Germania), e che la democrazia consista non in un dialogo fra le parti ma in un momento di conflitto, e nel trionfo del vincitore sul vinto: un esito da rispettare come un oracolo.
Mentre la liberaldemocrazia si preoccupa di istituire le condizioni perché si producano risultati sempre aperti, dinamici, come appunto avviene nel Parlamento, questa democrazia d’investitura vuole il risultato immediato, una eco della voce del popolo.
D’accordo. Sono almeno cento anni che il parlamentarismo è criticato e sfidato soprattutto da destra come inadeguato a gestire la società di massa; ma il secondo Dopoguerra ha dimostrato che questa non è un’impotenza strutturale.
E, certo, dagli anni Ottanta del XX secolo in poi il Parlamento — e il sistema dei partiti — è entrato in una crisi sempre più grave: il baricentro della politica si è spostato verso l’esecutivo, e sul legislativo è sceso il discredito — la casta è stata punita e umiliata; la disintermediazione ha vinto sulla mediazione; il leaderismo ha asservito i partiti; il populismo si è contrapposto alla liberaldemocrazia.
Ma la proposta di premierato elettivo non considera queste dinamiche una patologia della liberaldemocrazia parlamentare, da curare con riforme rispettose della sostanza del parlamentarismo, come il cancellierato e la sfiducia costruttiva. Le considera processi insuperabili, da valorizzare e da formalizzare.
E infatti il nuovo Parlamento sarà eletto insieme al premier con un grosso premio di maggioranza, gli darà un’automatica fiducia e non avrà nei confronti del governo alcuna autonomia se non nella prospettiva di suicidarsi insieme al primo premier o al secondo (posto che questa bislacca trovata permanga).
Certo, non ci saranno inciuci o ribaltoni: ciò che è uscito dalle urne è un nesso meccanico del premier con la propria maggioranza. La libertà del Parlamento di indirizzare la politica del Paese — l’essenza del regime parlamentare — è di fatto negata.
Attraverso la sua doppia rappresentanza simultanea la sovranità popolare perde la complessità e il dinamismo, si semplifica fino a rinunciare a sé stessa: a quella affermazione della sovranità seguiranno infatti cinque anni in cui la politica sarà tutta e solo nelle mani del premier. Il Parlamento avrà lo stesso peso, nullo, che hanno i consigli comunali davanti al sindaco. E sarà, anche ufficialmente, la fine di un’epoca.
Quella che si offre ai cittadini è insomma una vittoria di Pirro. La frase della presidente del Consiglio «volete decidere voi o lasciarlo fare ai partiti» è tutto un programma: contiene anti-parlamentarismo, populismo e autoritarismo, nel susseguirsi di iperpolitica (la campagna elettorale) e di spoliticizzazione (la politica irrigidita e concentrata sul premier per cinque anni).
È l’esatto contrario del buon governo: è essenzialmente propaganda, che nel suo semplicismo nasconde il dato decisivo, che l’Italia è uno Stato democratico, in cui sovranità e complessità, unità e pluralità, si intrecciano e devono trovare l’adeguato spazio politico; non un Comune da consegnare a un sindaco che lo amministri.