“La tragedia dell’umanità è sapere molto e non controllare nulla”: nel suo ultimo libro, The Tragic Mind (Yale University Press), lo studioso Robert Kaplan cita, pessimista, lo storico greco Erodoto per ammonire i leader del nostro tempo sull’anarchia seguita a Seconda Guerra Mondiale e Guerra Fredda. Secondo Kaplan le democrazie, Stati Uniti ed Unione Europea, non sanno fronteggiare il disordine corrente, paralizzate dalle rivoluzioni, economiche e culturali, dell’era digitale che inducono fra gli elettori rancore, populismo, disinformazione.
La linea che unisce Ucraina e Gaza, attacco di Putin 2022 e di Hamas del 7 ottobre, non viene ancora colta da molti osservatori, diplomatici o accademici, capita quando la Storia accelera. Nell’ultimo decennio, l’insorgenza islamista ha lanciato, irriducibile, la sua sfida, con Isis, con la caduta di Kabul 2021, con Hamas, sconfiggendo la guerra al terrorismo del presidente G.W. Bush. Il Cremlino sferra offensive parallele lungo tutto il secolo,…
“La tragedia dell’umanità è sapere molto e non controllare nulla”: nel suo ultimo libro, The Tragic Mind (Yale University Press), lo studioso Robert Kaplan cita, pessimista, lo storico greco Erodoto per ammonire i leader del nostro tempo sull’anarchia seguita a Seconda Guerra Mondiale e Guerra Fredda. Secondo Kaplan le democrazie, Stati Uniti ed Unione Europea, non sanno fronteggiare il disordine corrente, paralizzate dalle rivoluzioni, economiche e culturali, dell’era digitale che inducono fra gli elettori rancore, populismo, disinformazione.
La linea che unisce Ucraina e Gaza, attacco di Putin 2022 e di Hamas del 7 ottobre, non viene ancora colta da molti osservatori, diplomatici o accademici, capita quando la Storia accelera. Nell’ultimo decennio, l’insorgenza islamista ha lanciato, irriducibile, la sua sfida, con Isis, con la caduta di Kabul 2021, con Hamas, sconfiggendo la guerra al terrorismo del presidente G.W. Bush. Il Cremlino sferra offensive parallele lungo tutto il secolo, Georgia, Cecenia, Siria, Donbass, con Washington e Bruxelles a reagire in extremis, dopo il raid dei parà russi all’aeroporto di Kiev.
Usa, Ue, Onu, paesi arabi auspicano ora tregua nella Striscia di Gaza, dopo la sconfitta di Hamas, sul modello che, pur tra combattimenti, stabilizza il confine nord Israele, Libano, Hezbollah dal 2006, anche grazie a truppe italiane. Ma trasformare Gaza nello status quo stile West Bank, non sarà semplice, anche per inanità e corruzione dell’Autorità Palestinese.
Tuttavia, scrivono Peter Trubowitz e Brian Burgoon, nel saggio seminale Geopolitics and Democracy (Oxford University Press), l’handicap più insidioso dei governi occidentali, e dei loro alleati, non è la pretesa egemonica cinese, né le, pur legittime, rivendicazioni del Sud Globale, paesi ex colonie, o le guerre di movimento islamiste e panslave. Quel che frena i paesi liberi è la sfiducia crescente nelle loro comunità, lacerate in faida perenne di identità, dove mediazione e dialogo diventano sinonimi di tradimento. In piena campagna elettorale per la Casa Bianca 2024, l’ex presidente repubblicano Donald Trump è in testa nei sondaggi, nelle primarie del suo partito e contro il presidente Biden. Se rieletto, Trump non risanerà certo l’equilibrio internazionale, rompendo invece con gli europei, in nome della Fortezza Usa. E cosa rallenta Biden? L’ostilità della sinistra radicale, che lo accusa di spalleggiare Israele senza riconoscere i diritti palestinesi. Riprendendo le opere del critico Edward Said, cortei e slogan animano i campus universitari Usa, denunciando l’anziano presidente.
Nel disordine globale dove, come insegnava Erodoto “nessuno controlla”, il vertice fra Biden e il presidente cinese Xi Jinping è stato dunque uno stop, magari tenue, alla deriva di scontro fra grandi potenze. Xi sa che Putin lo incalza alla rottura con l’occidente, ma, pur predicando “l’ascesa dell’Oriente” vede salire piuttosto la disoccupazione e sfuggire i capitali di investimento, mentre Giappone, Australia, Vietnam, perfino l’India (ricordate il mito farlocco di “Cindia”, Cina e India alleate?) diffidano di Pechino, temendone i colpi di mano a Taiwan.
Kaplan, emulo della scuola “realista”, conclude che l’obiettivo finale sia scongiurare “l’anarchia”, rassegnandosi a pagare ogni prezzo a dittature, autoritarismi, scellerati avversari. Sbaglia: Ue e Usa, alla prova strategica, non hanno alternativa a battersi, in casa e nel mondo, sui valori democratici. La pace sarà globale, come la guerra è globale, o non sarà, niente vie di mezzo ignave. I demoni della discordia vanno esorcizzati fra di noi, sradicando ingiustizie e discriminazioni, consci che i nazionalismi ci ridurranno a vassalli minori, non protagonisti del nostro destino. Scommettere, come hanno fatto gli europei con Mosca, che la pace si “compri” con pingui contratti, incoraggia i dittatori a nuove avventure, come la storia di Hitler conferma. Nella sua ultima campagna elettorale, 1960, il presidente John F. Kennedy ebbe a dire “Un paese può restare fermo, la Storia no. Chi di noi non avanza nel futuro, recederà nel passato”, messaggio presago oggi, a 60 anni dal suo sacrificio di Dallas, 22 novembre 1963.