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Quel silenzio sugli stupri

La mamma di una degli ostaggi

 (ansa)

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Le violenze di Hamas sulle donne israeliane sono state accolte nel silenzio anche dalle attiviste
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Le crudeli violenze sessuali inflitte alle donne e alle ragazze ebree durante l’attacco di Hamas nel sud di Israele sono state filmate con le bodycam e caricate sui social media il 7 ottobre dagli autori e dai loro collaboratori. In quei video si sentono i terroristi accordarsi per stuprare certe ragazze. Li si vede anche portare in parata le vittime di stupro che hanno rapito per condurle a Gaza, con i vestiti strappati e il sangue che cola fra le gambe. Le vittime sopravvissute al massacro, una volta trasferite in un centro di pronto soccorso israeliano, hanno parlato degli assalti subiti. Nel corso delle settimane successive, le prove raccolte durante le autopsie dei cadaveri degli israeliani assassinati hanno rivelato tracce di stupri brutali; in certi casi tanto violenti da provocare la rottura delle gambe e del bacino. Altri sopravvissuti al massacro hanno dichiarato di aver assistito allo stupro di gruppo e all’asportazione dei seni di una giovane israeliana. I membri delle squ…

Le crudeli violenze sessuali inflitte alle donne e alle ragazze ebree durante l’attacco di Hamas nel sud di Israele sono state filmate con le bodycam e caricate sui social media il 7 ottobre dagli autori e dai loro collaboratori. In quei video si sentono i terroristi accordarsi per stuprare certe ragazze. Li si vede anche portare in parata le vittime di stupro che hanno rapito per condurle a Gaza, con i vestiti strappati e il sangue che cola fra le gambe. Le vittime sopravvissute al massacro, una volta trasferite in un centro di pronto soccorso israeliano, hanno parlato degli assalti subiti. Nel corso delle settimane successive, le prove raccolte durante le autopsie dei cadaveri degli israeliani assassinati hanno rivelato tracce di stupri brutali; in certi casi tanto violenti da provocare la rottura delle gambe e del bacino. Altri sopravvissuti al massacro hanno dichiarato di aver assistito allo stupro di gruppo e all’asportazione dei seni di una giovane israeliana. I membri delle squadre di soccorso hanno riferito di mutilazioni genitali inflitte alle ragazze israeliane trovate morte, completamente nude e coperte di sangue e sperma, nelle loro camere da letto.

L’insieme di queste prove tuttavia non è bastato al Comitato per l’eliminazione della discriminazione contro le donne (Cedaw), né ad altri organi delle Nazioni Unite, per condannare le orrende violenze sessuali inflitte il 7 ottobre ai civili israeliani, a ragazze così come a donne anziane. La dichiarazione rilasciata dal Cedaw il 13 ottobre fa solo riferimento in maniera vaga e generale agli «aspetti di genere del conflitto» israelo-palestinese. La dichiarazione ha evitato di riconoscere esplicitamente gli stupri di massa avvenuti durante il massacro del 7 ottobre e – cosa più importante – di fornire alle vittime di stupro ancora tenute in ostaggio a Gaza le cure mediche urgenti di cui hanno bisogno e di proteggerle da ulteriori violenze sessuali. Al silenzio assordante delle organizzazioni femministe globali, da cui ci si aspetterebbe che fossero le prime a segnalare le più gravi manifestazioni della violenza di genere, è seguita una campagna negazionista, guidata da attiviste come Samantha Pearson, direttrice del Centro violenze sessuali dell’Università dell’Alberta, che ha messo in dubbio gli stupri perpetrati dai componenti di Hamas.

Lo screditamento delle accuse di violenza sessuale non è certo un fenomeno nuovo. Quello che lascia sbalorditi è la volontà delle attiviste e delle organizzazioni femministe di abbandonare quello che era considerato il sacrosanto motto del #MeToo, ovvero «Io ti credo». Come spiegare il fatto che quelle stesse donne che hanno sempre insistito per far riconoscere le molestie sessuali inflitte a una donna basandosi solamente sulle sue dichiarazioni, anche in assenza di prove corroboranti, oggi rifiutino di accettare le prove abbondanti – ivi comprese ma certamente non limitate alle testimonianze delle sopravvissute al massacro – dell’orribile aggressione perpetrata ai danni di donne e ragazze israeliane? Appare ancora più strano se si pensa agli importanti progressi fatti nel corso degli ultimi trent’anni per fare dello stupro un crimine di guerra perseguibile.

Lo stupro come arma di guerra ha una storia antica: le sue prime manifestazioni possono essere fatte risalire al mito di fondazione dell’antica Roma, nell’ottavo secolo a.C., che racconta lo stupro seriale delle donne della tribù vicina, diventato famoso con il nome di Ratto delle Sabine. Eppure è solo nel 1998, dopo la guerra in Bosnia (1992-1994), che lo stupro delle donne nemiche in guerra è diventato un crimine perseguibile e, quando perpetrato in maniera sistematica, è stato riconosciuto anche come crimine contro l’umanità. Questo, come ricorda la storica del diritto e femminista Catharine MacKinnon, significa riconoscere che, quando una donna viene violentata, si commette una grave violazione della sua stessa umanità.

Tuttavia, sebbene sia comunemente utilizzato in guerra come un’efficace strategia, vi sono studi che dimostrano che lo stupro durante un conflitto armato non è inevitabile e che la sua frequenza e gravità variano considerevolmente. Nel suo potente libro I nostri corpi come campi di battaglia. Storie di donne, guerra e violenza, Christina Lamb ci ricorda che lo stupro è ancora il crimine di guerra più sottovalutato. Quando le persone pensano alla guerra e quando i giornalisti parlano di un conflitto, se menzionano le «vittime» si riferiscono alle persone uccise, non a quelle che sono state «soltanto» brutalmente violentate. Trattandosi di una forma di violenza perpetrata soprattutto contro le donne, lo stupro di guerra viene facilmente dimenticato e la sua importanza sminuita. In una studio recente ho mostrato come il brutale stupro di un gruppo di donne ebree catturate dai corsari toscani nel 1610 è stato intenzionalmente cancellato dalle cronache poco dopo l’accaduto.

Lamb fa notare un’altra cosa interessante: nel corso del conflitto israelo-palestinese, dal 1948 al 2020, lo stupro è stato quasi completamente assente. Prima del 7 ottobre 2023, infatti, i casi di stupro segnalati in questo conflitto prolungato sono talmente rari che uno studio antropologico ha cercato di individuarne le ragioni. Secondo la studiosa americana di scienze politiche Elisabeth Jean Wood, è improbabile che la rarità degli stupri perpetrati da entrambe le parti nel corso del conflitto israelo-palestinese – prima degli stupri sistematici del 7 ottobre – sia da attribuire a negligenza nel riportarli, data l’intensità dello scrutinio internazionale sul comportamento delle due parti. Wood fa notare che il monitoraggio attento da parte di organizzazioni per la tutela dei diritti umani non sembra essere un deterrente per altre azioni, come l’uccisione di civili palestinesi da parte di soldati israeliani e di civili israeliani da parte di individui o gruppi palestinesi.

La violenza sessuale che ha avuto luogo il 7 di ottobre costituisce quindi una svolta drammatica nel conflitto in corso in Medio Oriente, svolta che avrebbe dovuto suscitare una grande mobilitazione delle femministe. Invece è stata accolta dal silenzio e sottovalutata. Negare che sia accaduto non aumenta solo la sofferenza delle vittime: mette a rischio le conquiste più importanti ottenute dal movimento femminista globale nell’ultimo mezzo secolo e mette in pericolo donne e ragazze di tutto il mondo.

Tamar Herzig è docente di Storia alla Tel Aviv University e Principal Investigator dell’ERC Advanced Grant Project «Female Slavery in Mediterranean Catholic Europe».

Traduzione di Alessandra Neve

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