Hamas e la violenza sulle donne israeliane
di Noemi Di SegniTel Aviv, le foto degli ostaggi rapiti da Hamas il 7 ottobre
Caro Direttore,
essere donna, essere ebrea, israeliana, essere italiana. Sono orgogliosa oggi di essere tutto questo, nella piena consapevolezza che ciascuna di queste identità è generatrice di responsabilità morali che vanno ben oltre ai confini della propria famiglia e comunità.
Responsabilità anzitutto di ricordare che le donne con le quali mi relaziono sono esseri umani e se subiscono una umiliazione, violenza morale o fisica, io in qualche modo ne rispondo.
Se sono assassinate barbaramente, ridotte ostaggi, stuprate a causa del loro essere Israeliane, mamme o ragazze ebree, mi sento violentata assieme a loro.
Se in nome della religione musulmana, o altra religione che sia, le proprie mogli, figlie, sorelle, sono assassinate, violentate o se solo vivono minacciate, ostaggi della propria fede, soffro assieme a loro e mi chiedo cosa posso davvero fare.
Se ci sono donne che inneggiano alla violenza perpetrata su altre, per me sono venute meno alla nostra vocazione di generare la…
Caro Direttore,
essere donna, essere ebrea, israeliana, essere italiana. Sono orgogliosa oggi di essere tutto questo, nella piena consapevolezza che ciascuna di queste identità è generatrice di responsabilità morali che vanno ben oltre ai confini della propria famiglia e comunità.
Responsabilità anzitutto di ricordare che le donne con le quali mi relaziono sono esseri umani e se subiscono una umiliazione, violenza morale o fisica, io in qualche modo ne rispondo.
Se sono assassinate barbaramente, ridotte ostaggi, stuprate a causa del loro essere Israeliane, mamme o ragazze ebree, mi sento violentata assieme a loro.
Se in nome della religione musulmana, o altra religione che sia, le proprie mogli, figlie, sorelle, sono assassinate, violentate o se solo vivono minacciate, ostaggi della propria fede, soffro assieme a loro e mi chiedo cosa posso davvero fare.
Se ci sono donne che inneggiano alla violenza perpetrata su altre, per me sono venute meno alla nostra vocazione di generare la vita e preservarla ad ogni costo.
Se questi delitti sono perpetrati nella medesima mattinata, da centinaia di terroristi e le istituzioni preposte o protese alla tutela dei diritti delle donne sono mute o propagandano una menzognera realtà, trasformando chi esercita la violenza in vittima è mio dovere gridare e chiedere a voce alta che la legittimazione a rappresentare qualsiasi istanza sia ritirata e rivista.
Qualsiasi sostegno istituzionale, politico, finanziario, qualsiasi partecipazione a queste organizzazioni che evidentemente perseguono un’agenda politica tutta diversa dalla loro tradita missione e che per me diventano così complici del crimine.
Ed è parimenti mio dovere ribadire che il nostro dolore riguarda ogni donna palestinese che possa aver subito qualsiasi violenza di genere e se davvero sta a cuore il valore delle loro vite e ci si vuole adoperare per la loro salvezza non lo si fa con la diffamazione di tutta Israele quale Stato occupante, nazificando la narrazione, generalizzando una visionaria violenza senza poter precisare nessun nome e nessun atto. Lo si fa invece denunciando i veri criminali, i veri mandanti — Hamas e altre organizzazioni terroristiche. È da loro che si devono liberare le donne.
Verso le donne — di qualsiasi fede — che subiscono violenza all’interno delle mura domestiche nei confronti delle quali si usa quella “ragione” religiosa a giustificazione delle limitazioni delle proprie libertà e diritti basilari (lavoro, studio, anche svago, privacy), asservendole ai propri desiderata sessuali o perpetrando su di loro violenze psicologiche, fisiche, ribadisco il mio impegno all’interno del mondo ebraico e nel dialogo con altre religioni a difendere e definire percorsi di educazione, di formazione dell’identità specialmente nell’età evolutiva, che salvaguardino quei valori religiosi di vita, di dignità.
Questo è l’ebraismo che conosco e che cerco nel mio piccolo ma millenario mondo personale o istituzionale di tramandare.
Il nostro appello è totalmente di segno contrario a quello selettivo. A movimentarsi tutte unite — senza distinzioni di gruppo politico, fede religiosa, nazione — per una verità ammessa della violenza subita, della solitudine nella ricerca di giustizia, con l’impegno alla trasmissione di una cultura che abbraccia sapere e saper fare femminile.
Lottare assieme affinché in nome della religione la violenza perpetrata sulle donne sia disdegnata. Che non ci sia alcun leader religioso o politico che possa tacere i crimini commessi da fedeli accecati e da organizzazioni terroristiche che hanno totalmente dimenticato il nostro comune D-O, asservendo il loro stesso popolo.
Ci uniamo in un abbraccio che esprime speranza, anche di pace, al silenzioso grido di tutte le israeliane che il 7 ottobre hanno subito crimini di guerra, violentate e stuprate in quanto donne, israeliane, ebree. Non una israeliana di meno. Questo a loro devo.
Noemi Di Segni è presidente dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane