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Violenza contro le donne: come educare gli uomini alla vulnerabilità

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Il punto è saper osservare quello che si prova senza vergogna, saper maneggiare i vissuti emotivi e capire come comportarsi, senza rovesciare i propri irrisolti sulle altre persone
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Abbiamo sperato tutti che per eliminare la violenza di genere bastasse aspettare un po’, lasciar crescere i giovani uomini e assistere così a un magico cambiamento sociale. L’assassinio di Giulia Cecchettin, però, ha rimescolato tutte queste idee e ci ha mostrato un quadro generale molto più complicato.

Per molto tempo, infatti, si è creduto che i femminicidi rispondessero a un identikit piuttosto omogeneo: uomini di mezza età, poco istruiti, magari con precedenti penali e chiaramente violenti. E per molto tempo si è creduto che le nuove generazioni di maschi fossero libere dagli stereotipi, più abituate a relazionarsi alla pari con le donne.

Quello di Filippo Turetta, in effetti, sembrava rispondere all’apparenza all’identikit del bravo ragazzo, non a quello del femminicida: ventenne, prossimo alla laurea in ingegneria, di buona famiglia, sportivo.

Eppure, Turetta ha commesso un omicidio spietato per impedire all’ex fidanzata di raggiungere il traguardo della laurea prima di lui…

Abbiamo sperato tutti che per eliminare la violenza di genere bastasse aspettare un po’, lasciar crescere i giovani uomini e assistere così a un magico cambiamento sociale. L’assassinio di Giulia Cecchettin, però, ha rimescolato tutte queste idee e ci ha mostrato un quadro generale molto più complicato.

Per molto tempo, infatti, si è creduto che i femminicidi rispondessero a un identikit piuttosto omogeneo: uomini di mezza età, poco istruiti, magari con precedenti penali e chiaramente violenti. E per molto tempo si è creduto che le nuove generazioni di maschi fossero libere dagli stereotipi, più abituate a relazionarsi alla pari con le donne.

Quello di Filippo Turetta, in effetti, sembrava rispondere all’apparenza all’identikit del bravo ragazzo, non a quello del femminicida: ventenne, prossimo alla laurea in ingegneria, di buona famiglia, sportivo.

Eppure, Turetta ha commesso un omicidio spietato per impedire all’ex fidanzata di raggiungere il traguardo della laurea prima di lui, perché non poteva permettere che lei gli passasse avanti e che potesse disporre liberamente della propria vita.

Questa vicenda non ha rimesso in discussione solo lo stereotipo del classico femminicida, ma ha anche infranto l’idea secondo cui le cose stessero cambiando. Eppure in questi anni è stato fatto tanto nella lotta contro la violenza di genere. Com’è possibile che tutto questo non abbia funzionato?

Forse perché quello che è mancato nell’educazione dei maschi adulti è quello che manca ancora oggi: l’educazione al riconoscimento delle proprie emozioni, che renda capaci di comprenderle e di scegliere come agire.

Educare gli uomini, infatti, non può esaurirsi in una morale da somministrare ai ragazzi: spiegare loro che non devono controllare il telefono della fidanzata o impedirle di uscire con le amiche è necessario, ma rischia di non essere sufficiente.

Occorre educare a riconoscere quello che succede dentro nel momento in cui le cose non vanno come avevano pianificato, quando hanno paura che lei sfugga al loro controllo, quando non rispetta i loro programmi e dice di no.

Non bastano le indicazioni morali, se non educhiamo i ragazzi all’etica, cioè alla capacità di agire in modo giusto. Perché le emozioni non si scelgono, e può capitare di sentirsi inferiore o in competizione con qualcuno. Il punto è saper osservare quello che si prova senza vergogna, saper maneggiare i vissuti emotivi e capire come comportarsi, senza rovesciare i propri irrisolti sulle altre persone.

Quello in cui viviamo, però, è un Paese in cui parlare di emozioni ai ragazzi fa ancora paura, perché è visto come materia per persone deboli, quindi materia da femmine.

Un Paese in cui, secondo un’indagine condotta da Bva Doxa nel 2023, oltre sei uomini italiani su dieci, tra i 18 e i 54 anni, dichiarano che non chiederebbero aiuto psicologico in caso di bisogno. Chi va in terapia, infatti, è ancora considerata una persona debole, incapace, che non ha controllo di sé e non riesce a farcela da sola.

È chiaro, di conseguenza, come questo stigma entri in perfetta collisione con lo stereotipo maschile, che prevede che tu abbia il controllo della tua vita, non debba mostrarti mai vulnerabile e debba sempre essere la parte dominante della coppia, quello che sa dove si sta andando. Non puoi accettare che qualcosa di imprevisto sfugga al tuo controllo, che il programma che ti sei fatto non venga rispettato. Se questo accade, devi riprendere il dominio con tutti i mezzi possibili.

Ecco perché la violenza di genere è un problema strutturale della società, collegata all’educazione del maschio. Finché non si educheranno gli uomini alla conoscenza di sé e alla relazione con le proprie vulnerabilità, anche i giovani istruiti e di buona famiglia continueranno a vivere con l’idea che una donna che considerano propria ma che sfugge al loro controllo vada rimessa al proprio posto, e continueranno a nascondere le proprie emozioni negative dietro una maschera di finta sicurezza. O, peggio, dietro una maschera da bravo ragazzo.

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