Wilders e noi, nell’Unione divisa
di Stefano FolliGeert Wilders
Ci sono pochi dubbi che Geert Wilders, vincitore ma non trionfatore delle elezioni olandesi, sia un populista. Ma per capire il personaggio e il fenomeno, soprattutto in relazione a una prospettiva europea che comprenda il destino dell’Italia, non basta fermarsi al populismo.
Intanto vale la pena sottolineare che il 23,8 per cento raccolto dal leader della destra fa di lui il primo partito, ma forse non basta per formare un governo, se è vero che l’uomo è dotato di “scarso potere di coalizione”, come dicono i politologi. In sostanza, sembra che nessuno o quasi voglia allearsi con lui.
Ne deriva che l’entusiasmo subito manifestato da Salvini è quantomeno prematuro. Sebbene su un punto il leghista potrebbe aver ragione.
Se in Italia passasse il modello elettorale collegato al disegno del “premierato”, con l’elezione diretta del presidente del Consiglio, il 23 per cento ottenuto da Wilders sarebbe più che sufficiente per dargli il 55 per cento dei seggi parlamentari in quanto primo parti…
Ci sono pochi dubbi che Geert Wilders, vincitore ma non trionfatore delle elezioni olandesi, sia un populista. Ma per capire il personaggio e il fenomeno, soprattutto in relazione a una prospettiva europea che comprenda il destino dell’Italia, non basta fermarsi al populismo.
Intanto vale la pena sottolineare che il 23,8 per cento raccolto dal leader della destra fa di lui il primo partito, ma forse non basta per formare un governo, se è vero che l’uomo è dotato di “scarso potere di coalizione”, come dicono i politologi. In sostanza, sembra che nessuno o quasi voglia allearsi con lui.
Ne deriva che l’entusiasmo subito manifestato da Salvini è quantomeno prematuro. Sebbene su un punto il leghista potrebbe aver ragione.
Se in Italia passasse il modello elettorale collegato al disegno del “premierato”, con l’elezione diretta del presidente del Consiglio, il 23 per cento ottenuto da Wilders sarebbe più che sufficiente per dargli il 55 per cento dei seggi parlamentari in quanto primo partito, visto che non è prevista alcuna soglia minima.
Un ottimo affare per l’olandese che forse stavolta rimpiange di non essere nato dalle parti del Colosseo, lui che in passato non ha nascosto la sua diffidenza, a dir poco, verso gli italiani.
Comunque sia, per un giudizio definitivo circa l’ascesa populista in Olanda, ossia nel cuore dell’Europa, occorre in primo luogo vedere se e come il capo della destra riuscirà a formare un esecutivo. E quale sarà il suo programma effettivo, non quello sbandierato in campagna elettorale, compreso il referendum anti-Ue.
Anche la nostra Giorgia Meloni, quando in Senato ha esclamato «io non ho la bacchetta magica», ha ammesso che esiste una voragine tra le promesse elettorali e la realtà che s’impone a chi governa.
In pratica quel che si può dire fin d’ora è che il risultato olandese rappresenta la conferma dello stallo in cui galleggia la costruzione europea. E lo stallo, in politica, anticipa di solito una crisi più o meno rapida.
Mario Draghi ha detto di recente, in un discorso significativo, che l’Europa «non potrà sopravvivere» se non riuscirà a progredire verso un’unione più profonda. E ha citato la politica estera e di difesa, evocando di nuovo quella comunità euro-atlantica che sul terreno del realismo è forse la sola prospettiva a medio termine.
Sfortunatamente il caso Wilders segnala, come il canarino della miniera, che le opinioni pubbliche nel vecchio continente vanno in un’altra direzione. L’immigrazione irregolare produce una pressione sempre più forte, avvertita nei Paesi del Nord persino più che sulle sponde mediterranee, e suscita una reazione di rigetto senza precedenti.
In un certo senso viene meno la convinzione che respingere gli immigrati sia una scelta tipica della destra, mentre a sinistra si cerca l’integrazione.
I fatti sono alquanto espliciti. L’accordo, poco più che simbolico, tra Italia e Albania viene accettato e forse imitato dal cancelliere socialdemocratico di Berlino. La Francia macroniana sa essere fin troppo intransigente, come si vede sui valichi alpini, e la Spagna socialista non è da meno.
È in atto un rimescolamento delle carte. Mai come oggi l’idea che “non esistono più la destra e la sinistra” (un tempo tipica di una certa destra) acquista una sua verosimiglianza.
Wilders ha vinto non perché incarni il ramo olandese di una destra transnazionale coerente e compatta, qualcosa che non esiste. Ha vinto perché l’immigrazione è il tema centrale — specie dopo il pogrom di Hamas e la guerra — destinato a dominare i prossimi mesi e anni.
Populista, certo, ma sull’altro versante l’Europa sembra arrancare in un manierismo sempre meno convincente, alimentato spesso da luoghi comuni. Draghi lo ha capito, ma tanti restano avvolti nel mantello confortevole dei vecchi schemi.