✕

Voi che governate, cosa vi siete persi

Ascolta l'audio

Il governo non era presente: ma non bisogna condividere tutta la piazza se la causa è giusta
2 minuti di lettura

Che vi siete persi, voi che governate e non c’eravate. Ma pazienza, dai: si impara sbagliando. Fatevelo raccontare bene, non vi fidate dei fermo immagine su quella bandiera isolata o su quello striscione che “ah ah, guarda qui, zoomma, questo non mi piace”. C’è sempre qualcosa, qualcuno che non ci piace: persino a casa, in ufficio, ovunque. Ma non c’era bisogno delle ragioni degli altri, ieri, per essere in piazza. Bastavano le proprie. Non c’era bisogno di prendere slogan in prestito. Bastava pensare alle proprie vite, guardare dentro. E difatti c’erano cartelli scritti a penna da ciascuno, a casa, “fanculo i tuoi biscotti”, “scendi nonna, andiamo insieme”, “se non te la do non te le prendere”. Questo faceva ridere, lì per lì ho pensato che non te la prendere significasse non ti arrabbiare — quello violento, maledizione, non è mai il mio primo pensiero — ma no, invece, è arrivato con un momento di ritardo l’altro senso e vedi: le parole, quanto mondo fanno. Non te la prendere. Erano …

Che vi siete persi, voi che governate e non c’eravate. Ma pazienza, dai: si impara sbagliando. Fatevelo raccontare bene, non vi fidate dei fermo immagine su quella bandiera isolata o su quello striscione che “ah ah, guarda qui, zoomma, questo non mi piace”. C’è sempre qualcosa, qualcuno che non ci piace: persino a casa, in ufficio, ovunque. Ma non c’era bisogno delle ragioni degli altri, ieri, per essere in piazza. Bastavano le proprie. Non c’era bisogno di prendere slogan in prestito. Bastava pensare alle proprie vite, guardare dentro. E difatti c’erano cartelli scritti a penna da ciascuno, a casa, “fanculo i tuoi biscotti”, “scendi nonna, andiamo insieme”, “se non te la do non te le prendere”. Questo faceva ridere, lì per lì ho pensato che non te la prendere significasse non ti arrabbiare — quello violento, maledizione, non è mai il mio primo pensiero — ma no, invece, è arrivato con un momento di ritardo l’altro senso e vedi: le parole, quanto mondo fanno. Non te la prendere. Erano anni che non si vedevano piazze così. Lo dico a chi non è andato per dispetto, per postura, perché “quella frase che ho letto nella convocazione non mi è piaciuta” e la politica, sempre, i gruppi e la politica a dividersi, a distinguersi. A segnalare la propria superiore statura, il proprio angolo eccentrico, il peculiare dissenso. C’erano moltitudini, però, nelle piazze d’Italia.

Al Circo Massimo una folla così ormai si vede solo ai concerti, da anni. Quando qualcosa succede è un fatto: bisogna prenderne atto, non c’è cosa più sciocca che ignorarlo. La realtà è come il futuro, ha sempre ragione. C’erano moltissimi uomini e fra di loro migliaia di ragazzi. Sono più di quarant’anni che frequento le piazze, per convinzione o per lavoro: non c’erano mai stati così tanti uomini a una manifestazione contro la violenza sulle donne, mai. Ho visto scolaresche coi cartelli della scuola, squadre di rugby con la tuta e le insegne sociali, ho visto ragazzini arrivati da soli in monopattino con la sciarpa in testa, sembravano black bloc — a noi che siamo stati a Genova — ma invece era solo che faceva molto freddo, moltissimo. Cambia il tempo, in tutti i sensi. Ho visto fidanzati con le fidanzate, si tenevano per mano, ho visto uomini di mezza età con la cravatta, ne ho contati tre. Amici con amiche. Uno su dieci, diciamo a spanne. Un uomo su dieci, all’incirca. Tanti, tantissimi. Ho visto gente famosa, del tipo che di solito sta sulle copertine dei giornali, con un berretto in testa in mezzo alla folla: non rilasciavano dichiarazioni, questa volta. Non erano lì per far vedere che c’erano, erano lì perché sì. Poi certo, qualcuno lo avranno pure fotografato e magari qualcosa avrà detto. Ma non tutti, no. Ho visto passeggini, cani al guinzaglio in grande quantità, persone anziane ridenti e ragazzini ombrosi. Un gruppo rappava. Un altro, capitanato da un sedicenne con la chioma rosso fuoco, si faceva un selfie di gruppo. “Dove sei?”, la telefonata universale ricorrente. Ci vediamo alle camionette della Celere? I furgoni della polizia come punto di ritrovo. Dal megafono: “Avanti a destra, compatti, attenti alle pozzanghere”. Anche questo faceva molto ridere: in battaglia, compatti, ma a piedi asciutti. Cambia il tempo, si gela e ci si scalda con i cartelli a forma di fiamma — “bello questo, l’hai fatto tu? Sì, l’abbiamo fatto noi”: compare l’intera famiglia, madre padre fratello. Cambiano i tempi, le colonne sonore, i soprabiti ora tecnici, la bici in sharing per muoversi, è un altro secolo. Ma c’erano. Stavolta c’erano anche quelli che non ci sono mai. E molto belle, molto, le ragazzine che facevano a tutti con un rossetto il segno rosso sul volto, molto bello orecchiare conversazioni di ventenni che dicevano non è la pena, che può risolvere, è la cultura. Bisogna cominciare dall’asilo. Ma certo che bisogna cominciare dall’asilo: Giorgia Meloni, Presidente. Bisogna cominciare a educare al rispetto dalla scuola dell’infanzia, da quando hanno uno due cinque anni. Non serve e non basta un’ora a settimana nel triennio delle superiori. È da piccoli che tutto succede, è lì che si decifra il mondo. Servirà molto tempo, ma è stato un giorno bellissimo, ieri: il primo, appena l’inizio. Le parole di Elena Cecchettin, la sorella di Giulia, ancora una volta esatte, e quelle di suo padre Gino: “Parlate, denunciate, fidatevi”. Fidiamoci, teniamoci a vicenda. Per una volta, per la migliore delle ragioni: non ci disuniamo.

Leggi i commenti