La gioia e il dolore dei palestinesi per le liberazioni
di Widad TamimiLa tregua è e resta temporanea. Per quanti sperano che la proroga in cambio del rilascio di nuovi ostaggi si trasformi in un cessate il fuoco permanente, Netanyahu ha ribadito che la guerra ricomincerà e sarà lunga. Ma questa pausa non è stata invano, segna la frattura che permette alle complessità di emergere. Il silenzio ha ridato voce al rumore del mondo, dopo giorni in cui il frastuono della guerra sembrava averlo messo a tacere. Ora si vedono le crepe che separano anche i blocchi all’apparenza compatti. Bisogna avere occhi vigili ed allenati, per osservare le vicende umane: esse infatti intessono tele che sono come quelle dei ragni, non le si vede e ci si resta impigliati. Queste ultime non si nutrono dei calcoli strategici degli eserciti, non comprendono le componenti di cinismo dei negoziati. La guerra separa le esperienze degli umani dalle logiche di chi governa.
Come il senso di colpa dei sopravvissuti, che impone ai reduci il peso del vivere in vece della vita e della…
La tregua è e resta temporanea. Per quanti sperano che la proroga in cambio del rilascio di nuovi ostaggi si trasformi in un cessate il fuoco permanente, Netanyahu ha ribadito che la guerra ricomincerà e sarà lunga. Ma questa pausa non è stata invano, segna la frattura che permette alle complessità di emergere. Il silenzio ha ridato voce al rumore del mondo, dopo giorni in cui il frastuono della guerra sembrava averlo messo a tacere. Ora si vedono le crepe che separano anche i blocchi all’apparenza compatti. Bisogna avere occhi vigili ed allenati, per osservare le vicende umane: esse infatti intessono tele che sono come quelle dei ragni, non le si vede e ci si resta impigliati. Queste ultime non si nutrono dei calcoli strategici degli eserciti, non comprendono le componenti di cinismo dei negoziati. La guerra separa le esperienze degli umani dalle logiche di chi governa.
Come il senso di colpa dei sopravvissuti, che impone ai reduci il peso del vivere in vece della vita e della salvezza dei propri fratelli, diceva Primo Levi. Ne parlano le famiglie degli ostaggi, lo dicono quelle dei prigionieri, perché la gioia di chi ha riabbracciato una persona cara è segnata dalla sofferenza per tutti quelli che non sono ancora tornati e per quelli che non torneranno. Anch’io mi sento divisa, espropriata di ciò che mi rappresenta nel profondo, e che mi ha sempre impedito di aderire ad una causa soltanto. Crescere in una famiglia sia ebrea che palestinese mi ha imposto la responsabilità di ascolto e rielaborazione empatica di tutte le storie. La narrativa di oggi lacera l’animo di chi si è impegnato a vivere in questa dimensione più complessa, che solo in due casi si astiene dal prendere una posizione netta: nel sostegno incondizionato al genere umano e in quello alla legge internazionale che ne tutela i diritti. Ma in questo momento né l’applicazione delle norme, né tanto meno i racconti che troviamo sulle pagine dei giornali mi consentono di rimanere in bilico e mantenere l’unico equilibrio che mi riesca senza il timore di cadere. Mi sento chiamata a mettere da parte la mia natura di figlia di molti popoli, che mi porta a raccontare le storie delle genti senza distinzione di sorta, per ridare voce a un popolo cui oggi sia la narrativa, che l’applicazione della legge internazionale fanno un torto.
Mentre ormai conosciamo i volti, i nomi e le storie di tutti gli ostaggi, come è giusto che sia, perché è la personalizzazione delle vicende a smuovere la nostra partecipazione emotiva, in pochi in Italia conoscono le storie e i volti dei palestinesi liberati. Sono mancate le immagini degli occhi delle madri colmi di lacrime, dopo giorni passati ai fornelli nella speranza di poter accogliere una figlia o un figlio che non hanno rivisto per anni. Per loro si tratta di un ottimismo cauto, ad ogni annuncio, lo sanno, potrebbe seguire una revoca e poi le liberazioni sono spesso solo temporanee. In questi giorni gli arresti hanno superato le scarcerazioni e molti ragazzi vengono prelevati dai loro letti in piena notte.
La maggior parte dei prigionieri rilasciati, così come i nuovi arrestati, non vengono neppure informati dell’accusa a loro carico. La chiamano detenzione amministrativa e nei fatti significa che a prescindere dall’età, il detenuto non ha il diritto ad un avvocato, nè a vedere i propri familiari. Questo tipo di detenzione può essere estesa indefinitamente sulla base di “prove segrete”. Molti dei giovani che hanno lasciato il carcere, avevano infatti tra i 14 e i 16 anni al momento dell’arresto ed oggi hanno superato i 20.
Gli altri, per lo più rimasti in carcere, sono sottoposti alla legge marziale. Ciò significa che mentre un colono israeliano, soggetto alla legge civile, è innocente fino a prova contraria, un palestinese fino a prova contraria è ritenuto colpevole. Così anche per i bambini, unici minori al mondo giudicati di fronte ai tribunali militari.
Incappare nel malinteso è facile, per quanto lo scambio suoni come la liberazione di un ostaggio per ogni tre terroristi, bisogna ricordare che per i palestinesi è sufficiente una dichiarazione di dissenso su Internet, la reazione verbale di un bambino di fronte all’abuso di un militare su una madre, un sasso tirato contro il telaio di un carro armato per essere arrestati con l’accusa di terrorismo. Questo espone soprattutto i più piccoli, la cui fragilità emotiva può risultare in reazioni impulsive che impediscono loro di individuare per tempo il rischio e calcolare il danno di ciò che fanno. La prevalenza dei prigionieri rilasciati appartiene infatti a questa categoria, ai minori accusati di terrorismo, detenuti in isolamento forzato per mesi, se non anni.
Inoltre le condizioni nelle carceri dal 7 ottobre sono drammaticamente peggiorate. Si parla di torture, isolamento, prigionieri che hanno subito danni fisici e psicologici gravi, premesse che non promettono nulla di buono in una società già lacerata da un conflitto importante. Queste cicatrici profonde fanno a maggior ragione temere per l’evoluzione degli equilibri futuri e certamente rischiano di essere un grave difetto di lungimiranza.
L’autrice è una scrittrice figlia di un profugo palestinese fuggito dall’occupazione israeliana del 1967 e di una donna di origine ebraica. È cresciuta in Italia.