Ho già detto del mio orrore per quello che ha fatto Hamas. Lo ripeto oggi, denunciando la cattura di ostaggi e la loro detenzione in condizioni che devono essere molto difficili. Penso alle famiglie che hanno un loro caro tra gli ostaggi, al loro dolore. Questa sofferenza è una sorta di tortura. La mia indignazione non è selettiva. La vita di un ebreo vale quanto la vita di un arabo. Il presidente Macron l’ha detto con parole sue, e sottoscrivo quella dichiarazione. È per questo che le rappresaglie decise da Netanyahu e dal suo ministro della Difesa, che uccidono famiglie e bombardano campi profughi a Gaza, non sono sopportabili.
Non faccio neanche confusione fra Hamas, un movimento islamista finanziato e armato dall’Iran, e il popolo palestinese, che aspira a vivere in pace.
Ogni contabilità è macabra. Le cifre degli uni e degli altri non fanno che mostrare il livello di orrore di questa guerra. Tuttavia, il numero dei morti palestinesi non fa che crescere; e l’esercito israeliano si…
Ho già detto del mio orrore per quello che ha fatto Hamas. Lo ripeto oggi, denunciando la cattura di ostaggi e la loro detenzione in condizioni che devono essere molto difficili. Penso alle famiglie che hanno un loro caro tra gli ostaggi, al loro dolore. Questa sofferenza è una sorta di tortura. La mia indignazione non è selettiva. La vita di un ebreo vale quanto la vita di un arabo. Il presidente Macron l’ha detto con parole sue, e sottoscrivo quella dichiarazione. È per questo che le rappresaglie decise da Netanyahu e dal suo ministro della Difesa, che uccidono famiglie e bombardano campi profughi a Gaza, non sono sopportabili.
Non faccio neanche confusione fra Hamas, un movimento islamista finanziato e armato dall’Iran, e il popolo palestinese, che aspira a vivere in pace.
Ogni contabilità è macabra. Le cifre degli uni e degli altri non fanno che mostrare il livello di orrore di questa guerra. Tuttavia, il numero dei morti palestinesi non fa che crescere; e l’esercito israeliano si prepara a una guerra lunga e crudele contro i palestinesi, dovunque si trovino. Hamas è sparpagliato un po’ ovunque: bisogna uccidere tutte queste famiglie per far fuori magari un solo esponente di Hamas?
Fra questi morti ci sono poeti, scrittori, giornalisti. La poesia non ha mai protetto dalle pallottole e le bombe lanciate dall’esercito israeliano non fanno differenza fra i poeti e gli altri. È il giornalista Jean-Paul Marie che ha allertato l’opinione pubblica francese, pubblicando un articolo su Le Journal di Laurent Joffrin sui poeti morti sotto le bombe israeliane. Hiba Abu Nada, 32 anni, è morta la settimana scorsa. Era nata alla Mecca e aveva deciso di tornare in Palestina, il Paese dei suoi genitori, per studiare biochimica all’Università al-Azhar di Gaza. Il suo romanzo, «L’ossigeno non è per i morti», aveva ricevuto il premio Sharja. Lo scorso 8 ottobre raccontava su X: «La notte della città è buia salvo per i bagliori dei missili, silenziosa salvo per i rumori dei bombardamenti, spaventosa salvo per il conforto dell’implorazione, nera salvo per la luce dei martiri. Buona notte, Gaza».
Talal Abu Shawish viveva e scriveva nel campo di Nusayrat, a Gaza. Poeta, è morto sotto le bombe israeliane. Rushdi Sarrage, 31 anni, è un giornalista che aiutava i reporter di Radio France. Il 22 ottobre è stato ucciso da una bomba israeliana. Poco prima aveva scritto questa frase: «Noi non ce ne andremo. E usciremo da Gaza solo per andare in cielo, soltanto in cielo». Questi sono i nomi di alcuni scrittori che sono morti senza aver combattuto.
Ricordiamo che Gaza è un territorio di 365 chilometri quadrati dove vivono (o meglio sopravvivono) 2,3 milioni di persone. La densità è di 4.000 persone per chilometro quadrato. Dal 7 ottobre sono prive di elettricità, acqua potabile, medicine e così via.
Sessantacinque intellettuali israeliani, fra cui lo scrittore David Grossman (che aveva perso suo figlio nell’ultima guerra contro il Libano), la sociologa Eva Illouz e Raphaël Zagury-Orly, hanno rivolto «un appello alla sinistra mondiale». Nessuna eco. Nessuna risposta. Solo le armi hanno la parola, di giorno e di notte. Come ha scritto un abitante di Gaza, «risuonano soltanto il fuoco, l’acciaio e la morte». Anche quelli che chiedono un cessate il fuoco e l’avvio di negoziati non vengono ascoltati.
Oggi, nel mondo arabo, Hamas appare come «il solo movimento in grado di liberare i territori occupati». Per i palestinesi e per le piazze arabe, Hamas non è un movimento terroristico, ma un movimento di resistenza. Questa sfumatura in Occidente viene drasticamente rifiutata. Bisogna mettersi nella pelle di un palestinese, che vive sotto occupazione e sotto embargo, per capire quanto possano essere indisponenti queste sfumature. Il fossato fra il mondo arabo e l’Occidente diventa sempre più profondo a causa di una battaglia che era stata dimenticata e che torna oggi con forza e con dolore sulla scena internazionale, al punto che alcuni temono derive che potrebbero rendere possibile una terza guerra mondiale. È quello che diceva l’altra sera alla televisione francese Jacques Attali, l’ex consigliere di François Mitterrand. Tutto è possibile. Per Putin, questa guerra fa dimenticare quello che fa in Ucraina. Armi americane destinati agli ucraini sono state dirottate verso Israele. L’Iran, da parte sua, tira le fila e il Qatar si presenta come negoziatore con Hamas per la liberazione degli ostaggi, e non lo fa di certo gratis. Non ci dimentichiamo che il Qatar è il Paese dei Fratelli musulmani, la cui ideologia è quella di Hamas.
(Traduzione di Fabio Galimberti)