È cominciato il secondo tempo della guerra. Probabilmente sarà più lungo e più difficile del primo. La fase uno, un’accelerazione del conflitto per raggiungere gli obiettivi principali, potrebbe durare altri mesi. La fase due, di minore intensità, potrebbe prolungarsi per buona parte del 2024.
L’esito dipenderà da tre aspetti: il campo di battaglia, le reazioni della comunità internazionale e una partita politica, per rinnovare l’Autorità Nazionale Palestinese (Anp) preparando il terreno al dopoguerra.
Questo è lo scenario che trapela dalle indiscrezioni provenienti da Gerusalemme, all’indomani della fine della pausa: i sette giorni in cui Hamas ha rilasciato un centinaio di ostaggi israeliani e di altre nazionalità in cambio di circa trecento detenuti palestinesi, di una sospensione dei combattimenti e del via libera a maggiori aiuti umanitari.
La tregua avrebbe potuto continuare ancora per un po’. L’ha fatta saltare Hamas, aprendo un secondo fronte nella guerra con un attacco t…
È cominciato il secondo tempo della guerra. Probabilmente sarà più lungo e più difficile del primo. La fase uno, un’accelerazione del conflitto per raggiungere gli obiettivi principali, potrebbe durare altri mesi. La fase due, di minore intensità, potrebbe prolungarsi per buona parte del 2024.
L’esito dipenderà da tre aspetti: il campo di battaglia, le reazioni della comunità internazionale e una partita politica, per rinnovare l’Autorità Nazionale Palestinese (Anp) preparando il terreno al dopoguerra.
Questo è lo scenario che trapela dalle indiscrezioni provenienti da Gerusalemme, all’indomani della fine della pausa: i sette giorni in cui Hamas ha rilasciato un centinaio di ostaggi israeliani e di altre nazionalità in cambio di circa trecento detenuti palestinesi, di una sospensione dei combattimenti e del via libera a maggiori aiuti umanitari.
La tregua avrebbe potuto continuare ancora per un po’. L’ha fatta saltare Hamas, aprendo un secondo fronte nella guerra con un attacco terroristico nel cuore della Città Santa, per dimostrare che può colpire lo Stato ebraico anche prendendolo per così dire alle spalle, dalla Cisgiordania. Ma non si sarebbe tramutata comunque in un definitivo cessate il fuoco, come chiedono l’Onu e altri.
La frase chiave per prevedere la durata della guerra l’ha detta un’alta fonte israeliana al Financial Times: “Il massacro del 7 ottobre ha cambiato tutto, Hamas non capisce che questa volta Israele ha pazienza”.
Cosa significa, nel caso specifico, “pazienza”? Significa che gli israeliani sono determinati a combattere in una dimensione temporale simile a quella citata in passato da Hamas e da Osama Bin Laden: una dimensione illimitata, tutto il tempo necessario, nella visione dell’Islam jihadista, a distruggere il “Grande Satana”, l’America, e il “Piccolo Satana”, Israele.
Ebbene, ora Israele si prenderà altrettanto tempo per la resa dei conti: per espurgare da Gaza la minaccia che ha causato il maggior numero di ebrei ammazzati in un giorno dall’Olocausto in poi. Uno shock senza eguali nei 75 anni di storia dello Stato ebraico.
Nell’agenda della guerra, dicono le medesime indiscrezioni, ci sono alcuni obiettivi a breve termine: uccidere Yahya Sinwar, Mohammed Deif e Marwan Issa, i tre comandanti in capo di Hamas nascosti nei tunnel; ottenere una vittoria militare decisiva contro i 24 battaglioni di Hamas che rimangono nella Striscia; e demolire la capacità di Hamas di governare Gaza.
Israele proverà a farlo rispettando le indicazioni ricevute dal segretario di Stato americano Antony Blinken nella visita di questa settimana in Medio Oriente: causando nel Sud della Striscia meno danni a civili e infrastrutture di quelli arrecati nel Nord, con operazioni chirurgiche dove possibile, con nuove evacuazioni limitate in “aree più sicure”.
L’obiettivo a lungo termine è porre le fondamenta di una Anp «rivitalizzata, meno corrotta, più rappresentativa», come Blinken ha affermato dopo avere incontrato Abu Mazen a Ramallah, nella speranza che in futuro una nuova leadership possa governare Cisgiordania e Gaza con la prospettiva di uno Stato palestinese.
In attesa di un nuovo governo anche in Israele, a tessere le fila di questa partita politica saranno gli Stati Uniti e i Paesi arabi moderati. E in tale ambito forse ci sarebbe un ruolo pure per l’Unione Europea, il cui ministro degli Esteri Josep Borrell ha dichiarato che «Hamas deve essere sconfitta».
Può darsi che a capi di medio livello e militanti di Hamas sia offerto un salvacondotto per lasciare Gaza, come accadde all’Olp di Arafat al termine dell’invasione israeliana in Libano nel 1982, ma il primo ministro Netanyahu ha già detto che Israele non permetterà ai mandanti del massacro del 7 ottobre di andarsene «alzando le dita in segno di vittoria», come fece allora Arafat.
Né possono sentirsi al sicuro i leader di Hamas sparsi per il Medio Oriente: il premier israeliano, riporta il Wall Street Journal, avrebbe già dato ordine al Mossad di eliminarli uno ad uno, come fece Golda Meir dopo la strage di atleti israeliani alle Olimpiadi di Monaco del 1972. Con la stessa paziente determinazione, Israele darà la caccia ovunque ad Hamas.