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Dilettanti a Palazzo Chigi

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La coppia di burloni russi Vovan e Lexus, all’anagrafe Vladimir Kuznetsov e Aleksej Stoljarov, hanno un passato da giornalisti e un presente da comici
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Sarebbe bello poterne ridere della sgangherata telefonata della nostra premier, beffata dalla coppia di burloni russi Vovan e Lexus, all’anagrafe Vladimir Kuznetsov e Aleksej Stoljarov. Un passato da giornalisti e un presente da comici o, per dirla con Palazzo Chigi, da “impostori” in odore di servizi. Ma purtroppo la faccenda è estremamente seria. Per quel che svela della personalità e della postura di Giorgia Meloni e per la disperante fotografia che offre di chi le è intorno e dovrebbe proteggerla. Da incursioni maramalde e anche e soprattutto da se stessa.

Per quel che se ne sa e per quello che Voxan e Lexus raccontano alla nostra Rosalba Castelletti, che ieri li ha rintracciati a Mosca, il 18 settembre scorso, i due russi riescono a fissare un appuntamento telefonico con Giorgia Meloni con la stessa facilità con cui si fissa una visita dal dentista. L’interlocutore si qualifica come Presidente della commissione dell’Unione africana, il sessantatreenne Moussa Faki. E chi pren…

Sarebbe bello poterne ridere della sgangherata telefonata della nostra premier, beffata dalla coppia di burloni russi Vovan e Lexus, all’anagrafe Vladimir Kuznetsov e Aleksej Stoljarov. Un passato da giornalisti e un presente da comici o, per dirla con Palazzo Chigi, da “impostori” in odore di servizi. Ma purtroppo la faccenda è estremamente seria. Per quel che svela della personalità e della postura di Giorgia Meloni e per la disperante fotografia che offre di chi le è intorno e dovrebbe proteggerla. Da incursioni maramalde e anche e soprattutto da se stessa.

Per quel che se ne sa e per quello che Voxan e Lexus raccontano alla nostra Rosalba Castelletti, che ieri li ha rintracciati a Mosca, il 18 settembre scorso, i due russi riescono a fissare un appuntamento telefonico con Giorgia Meloni con la stessa facilità con cui si fissa una visita dal dentista. L’interlocutore si qualifica come Presidente della commissione dell’Unione africana, il sessantatreenne Moussa Faki. E chi prende nota della richiesta e la istruisce — di regola l’ufficio del consigliere diplomatico della presidenza del Consiglio — ci casca con tutte le scarpe. Non è dato sapere se controlli l’effettiva identità e utenza da cui quella chiamata proviene. Né è dato sapere se attivi le nostre strutture diplomatiche per un controllo. Certamente non viene neppure per un attimo messo sul chi vive dal forte accento russo dell’inglese che parla il sedicente africano. Che, per altro, è nato in Ciad (come è agevole verificare da una ricerca su Google) e dunque se proprio un accento deve avere nel parlare inglese lo avrebbe francese.

Il 18 settembre, dunque, il farlocco Faki viene diligentemente richiamato da Palazzo Chigi all’ora e al numero che ha fornito e una pimpante Meloni, che lo ha incontrato una sola volta ad aprile in Etiopia, gli riserva il tempo, la confidenza e il paternalismo gradasso che si hanno con gli amici al bar. La sventurata premier è talmente compresa dal suo ruolo e dalla ciclopica considerazione che ha di se stessa che nell’interminabile conversazione con l’africano posticcio vede bene di abbandonarsi a braccio a scivolose considerazioni sulla guerra in Ucraina e la tenuta dell’alleanza occidentale, sulla crisi dei migranti, sulle politiche di Macron in Niger. Anche a Meloni, il cui inglese ha pure uno standard decisamente superiore alla media della classe politica italiana, non suona strano quell’africano che parla come un russo in un film di spie o nella saga di Rocky. Né suona strano che l’africano non abbia nulla da dirle ma solo domande da farle. O che, discutendo del nazionalismo ucraino, citi una figura chiave come Stepan Bandera, leader della destra nazionalista ucraina e fondatore dell’esercito insurrezionalista ucraino vissuto nella prima metà del ‘900. Probabilmente perché — come lei stessa ammette con l’interlocutore — non ha la più pallida idea di chi sia questo diavolo di Bandera.

Alla fiera del dilettantismo la frittata è dunque fatta. Con somma sorpresa persino dei due russi cui — come raccontano alla nostra Castelletti — non sembra vero di registrare un primo ministro che “non parla come un robot”. Che, detta altrimenti, se ne frega di una regola fondamentale del protocollo diplomatico. In base al quale, al di fuori di conversazioni informali con capi di stato e di governo con cui si è stabilito un rapporto personale di conoscenza diretta, è necessario che chi rappresenta un Paese si tenga nelle conversazioni telefoniche e non in un binario lessicale e di contenuti prestabiliti.

L’Italia scopre insomma che è in mano a Dio solo sa chi. A una dilettante che, per giunta, di fronte alla catastrofe che la “burla” russa svela non trova nulla di meglio da fare che un comunicato in cui, di fatto, esprimendo “rammarico” per l’accaduto, carica la croce sulle spalle dell’ambasciatore di lungo corso Francesco Talò, diplomatico di area, a un passo dalla pensione e dunque, da ieri, con un piede e mezzo fuori da Palazzo Chigi. Come se la cosa potesse chiudere qui la faccenda.

Meloni e con lei il suo ineffabile cerchio magico si guardano bene, infatti, dal chiarire se la registrazione messa in linea dai due russi sia l’integrale della conversazione intrattenuta il 18 settembre con l’africano farlocco o sia solo una parte. E nel farlo finiscono per ingrassare una domanda ovvia. Per quale motivo, visto che la telefonata è del 18 ottobre, la registrazione è stata resa pubblica da Mosca solo l’1 novembre? In questi 40 giorni di intervallo c’è stata forse un’iniziativa diplomatica russa nei confronti di palazzo Chigi per negoziare l’uscita pubblica di quella conversazione o purgarne delle parti?

A dire il vero di domande ce ne sarebbero anche molte altre. Che hanno a che fare con l’idea del ruolo del primo ministro che ha Giorgia Meloni e con la sicurezza nazionale. Ma ne avanziamo una sola. Da domani quale capo di stato o di governo straniero sarà disposto a condividere con Giorgia Meloni informazioni o considerazioni di una qualche delicatezza sapendo che la nostra premier e il suo staff sono capaci di prodezze come quella con Vovan e Lexus? Essere sepolti dal ridicolo è, o almeno dovrebbe essere, per ogni politico un campanello di allarme. E questa volta non possono venire in soccorso né l’arroganza, né il vittimismo, né il complottismo..

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