Mettetevi comodi, perché non è finita col 25 novembre. No, mi dispiace no. Se una cosa hanno detto quelle piazze a chi fa il nostro lavoro – raccontare, interpretare, comunicare, condividere – è che non era una piazza “da esibizione”, una di quelle a cui da anni siamo abituati e che servono a dire (soprattutto a dirsi) guardate quanti siamo, che belli che giusti che siamo, datemi un palco datemi un microfono che faccio il mio discorso per la storia di un giorno, applausi, clip sui social, poi a casa a dormire. No, avete visto: le persone anche molto celebri sono andate in forma anonima, con un cappuccio in testa e con gli occhiali, sono andate perché volevano esserci e basta e tutti gli altri, moltitudini, ragazzini soprattutto, quelli che in piazza non ci vanno mai, invece c’erano stavolta. Dunque. Dice tanto alla politica, questo, ne parliamo fra un momento, ma dice moltissimo a noi che facciamo informazione e che siamo abituati per mestiere a stare sull’onda delle notizie del giorn…
Mettetevi comodi, perché non è finita col 25 novembre. No, mi dispiace no. Se una cosa hanno detto quelle piazze a chi fa il nostro lavoro – raccontare, interpretare, comunicare, condividere – è che non era una piazza “da esibizione”, una di quelle a cui da anni siamo abituati e che servono a dire (soprattutto a dirsi) guardate quanti siamo, che belli che giusti che siamo, datemi un palco datemi un microfono che faccio il mio discorso per la storia di un giorno, applausi, clip sui social, poi a casa a dormire. No, avete visto: le persone anche molto celebri sono andate in forma anonima, con un cappuccio in testa e con gli occhiali, sono andate perché volevano esserci e basta e tutti gli altri, moltitudini, ragazzini soprattutto, quelli che in piazza non ci vanno mai, invece c’erano stavolta. Dunque. Dice tanto alla politica, questo, ne parliamo fra un momento, ma dice moltissimo a noi che facciamo informazione e che siamo abituati per mestiere a stare sull’onda delle notizie del giorno: che mettiamo in prima pagina, oggi? No, quello no, è un tema vecchio, ha stancato. Ecco. Non ci stanchiamo più, non ci stanchiamo mai di ripetere d’ora in avanti che non è un giorno all’anno – non è l’8 marzo, non è il 25 aprile, non è il 25 novembre – ma sono tutti i giorni dell’anno quelli di cui abbiamo bisogno per liberarci dal ritorno al passato: ne ha bisogno chi c’era e chi non c’era, in quelle piazze, ne abbiamo bisogno tutti, anche chi non lo sa. Perché quello che è successo a Giulia Cecchettin può succedere a ciascuna, a ciascuno.
È questa normalità la dirompente eccezionalità di quel delitto, l’ho detto e lo ripeto giacché questo bisogna fare d’ora in avanti: ripetere senza paura di essere fuori dal trending topic, pazienza, davvero, pazienza per le classifiche di popolarità. È la normalità l’eccezione. La serietà, la sobrietà e persino lo smarrimento di famiglie che sono famiglie qualsiasi, come tutte. Di medio benessere, di media cultura, italiane – nel senso che i sovranisti danno a questo attributo: italiane di origine da generazioni – pronte a dare ai figli quel che serve loro perché abbiano una vita felice, che illusione. Dunque, comunque, prima di tutto: istruzione. Studia e sarai padrona, diceva mia nonna (anche Gramsci, di passaggio, mia nonna ignara di filosofi diceva lo stesso). Poi: le famiglie non conoscevano le loro paure e fragilità, le loro ossessioni. Non li conoscevano, i figli, perché i ragazzi ai genitori le cose private non le dicono. Voi sapete, fino in fondo, cosa pensano i vostri figli? Lo sapete, sul serio? Ma a parte questo. A parte la vicenda tragica di Giulia (e della famiglia di Filippo Turetta, che è immensamente diversa certo, imparagonabile: lui ha ucciso e non è stato ucciso. Ma i genitori. Mettetevi un istante nei loro panni. Basta un minuto e non serve dire a me non sarebbe successo, io mio figlio l’ho educato al rispetto. Non è questo, non è questo. Non basta dire e dirsi questo per salvarsi. È certo responsabilità degli adulti in che orizzonte crescono i propri figli ma poi c’è un mondo fuori, non è solo l’iperprotezione delle madri la facile colpevole dell’incapacità soprattutto maschile di affrontare le frustrazioni. Non sono i biscotti che lui le preparava, fanculo i biscotti. C’è un mondo fuori, ci sono modelli, a migliaia, c’è una cultura radicata e diffusa. C’è la frustrazione di non essere all’altezza. Narcisismo patologico? Mah. Forse è la norma).
Quindi dicevo. A parte l’omicidio di Giulia. Dopo. Si è sviluppato un dibattito potente, forse il più interessante degli ultimi anni su cosa sia il patriarcato, il maschilismo endemico. Le destre sono convolate a nozze. Pochi giorni dopo il delitto CasaPound, la destra estrema, ha fatto i manifesti col volto di Turetta e uno slogan che diceva non è patriarcato, è il vostro “uomo rieducato”. Vostro, quello delle femministe, del sistema fluido: avete prodotto maschi disorientati e spaventati, la colpa è vostra. Spaventoso, ha scritto Elena Cecchettin la sorella di Giulia. Spaventoso, sì. Ma poi, mentre altri uomini uccidevano altre donne nello sterminio quotidiano che se fosse a generi inversi sarebbe un’emergenza nazionale, Atreju, la festa della destra giovanile di cui Giorgia Meloni è spirito guida, ha fatto il suo manifesto: “Atreju è quel posto dove se vai al bagno trovi solo due generi, e non vedi schwa da nessuna parte”. Se vedi solo due generi, mi permetto di dire alla presidente del Consiglio, vuol dire che non vedi la realtà: non vedi milioni di persone che esistono, invece. E se sei alla guida di un Paese devi essere alla guida di tutti. Negare la realtà non è mai una buona idea, per nessuno e in specie per chi ha il compito di rappresentare la comunità. Quanto alla schwa. Magari non sarà la migliore delle soluzioni, può darsi. Ma una soluzione bisogna cercarla, e trovarla per dare casa con le parole a chi casa non ha, perché le parole costruiscono il mondo. Le parole sono architetti. È sempre il principio di prima: dare casa a tutti.
Io, nella mia fanciullesca ingenuità, sarei per una legge semplicissima di un articolo solo che dica “ciascuno è libero di essere chi si sente, ed è compito dello Stato sostenere le libertà di ciascuno”. Siete contrari? Come mai? Spiegate. Perché poi, presidente Meloni, nella propria esperienza domestica e individuale sappiamo bene e anche Lei sa che le cose non vanno quasi mai come vorremmo: si scende a patti finché si può ma a un certo punto non si può più, è indecente. E le condotte private, nessuno può farsi giudice delle vite personali, non sempre sono in linea con i principi di programma. Dunque facciamo così: tutti liberi, ma tutti - però. Di essere famiglia tradizionale, di essere altro tipo di famiglia (non le piace queer? La chiami Ugo, Eleonora) di essere genitori o non esserlo, di stare con chi si vuole, come si vuole, di sentirsi a casa e avere un posto chiunque ci si senta – sempre nel rispetto dell’altro. Nel rispetto. Mi sono confusa, ultimamente. Ho sentito che voleva dare il bonus asilo nido ai secondi figli poi ho visto che ha spiegato che non ci sono i soldi per l’asilo al primo, di figli, e ha dimezzato le risorse. Allora vediamo. In questo Paese può avere posto al nido un bambino su tre, a stento. Se lei li dimezza sarà un bambino su sei. Se un neonato non può andare al nido la madre resta a casa ad accudirlo. La madre, sì, perché le donne guadagnano meno degli uomini e se uno deve rinunciare conviene, economicamente, che sia lei a farlo. Difatti, legga le statistiche. Le donne che hanno figli non tornano al lavoro, in grandissima quantità. È inutile che lei posti le foto muliebri della sua discendenza. Lei ce l’ha fatta nonostante tanti ostacoli, bravissima, ma non tutte sono tenute ad esserlo. Non c’è l’obbligo di essere eroine, c’è il diritto ad essere normali, persino fragili. Avere un asilo per i figli è un diritto che uno Stato (guidato da una donna, che faccenda incomprensibile) dovrebbe garantire a tutte e a tutti. Così non si torna agli anni Cinquanta, con le donne a casa e gli uomini al lavoro. Con le donne che non hanno soldi né un conto in banca dunque se il marito – il compagno, chiunque sia – le picchia e le umilia possono dire sai che c’è? Me ne vado. Ma bisogna avere un lavoro, un conto corrente e dunque essere libere di dire ciao. Bisogna avere un governo che sostiene la parità di genere a partire da questo: la possibilità di lavorare con uguale dignità. Tutto il resto ne discende. Persino il Pil.
Poi. Nel discorso pubblico. Ho visto giorni fa un servizio con dei ragazzi di sedici anni che dicevano io controllo il telefono della mia donna perché è mia, e ragazze che dicevano sì certo glielo lascio controllare, mi ama, è giusto. Allora. Bisogna ricominciare da capo. Dalla scuola dell’infanzia, appunto, è un delitto sociale e culturale negarla. È una responsabilità enorme, quella che lei si sta prendendo: negare gli asili. Epocale. Bisogna rinominare le cose come fossero i colori: rosso, verde, nero. Non capisco perché nelle biografie delle nuove conduttrici di Sanremo c’è scritto da chi si sono lasciate e con chi stanno ora, di chi sono appendice e non che lavori hanno fatto. Non capisco perché se una cantante come Elodie si veste come le pare è perché “non ha voce e deve distrarre dal suo handicap”, leggo nei commenti, e se uno come Damiano dei Maneskin fa lo stesso, mostra il suo magnifico sedere, è un eroe della Patria, un idolo, un vanto nazionale. Anzi, purtroppo lo capisco e le dico, Presidente: i sederi sono tutti uguali, vero o no? Vestirsi e svestirsi è una libertà che non ha sesso. Sarebbe lunga, questa discussione sui corpi, ma intendiamoci. Anche la moda è politica, mi segue? Chiudono a Roma Lucha y Siesta, minacciano di farlo, è un gruppo di volontarie che da anni fa contrasto alla violenza di genere. È un presidio, gratuito, che fa le veci del pubblico assente. Ci sono per caso in Italia luoghi dove chi si sente minacciata possa andare, case-famiglia dove chi abbia qualcuno che le minaccia di bruciarle vive possa accedere, prima di essere bruciata davvero, prima che il sangue nel parcheggio possa far partire una volante, state forse incrementando una rete di consultori, di centri pubblici capillari sul territorio dove anche le donne straniere, umili, senza reddito possano andare e sentirsi al sicuro, state facendo campagna e informazione o le basta la sua foto di madre-figlia-nipote a dire eccomi, io ho fatto il mio? Lei, ok, ma le altre? E all’opposizione, a Elly Schlein, dico: se non è questa, la materia da cui ricostruire un consenso condiviso, una politica che si agganci alla vita che abbiamo visto in piazza sabato scorso, allora quale? Il diritto all’asilo nido per tutti, per esempio. L’educazione, a partire dalla primissima infanzia. La ricostruzione di un’idea di mondo in cui nessuna “è mia”, come dicono in quei servizi tv i sedicenni fuori da scuola, ma ciascuno è solo suo e chiunque sia e si senta bisogna sostenerlo, accompagnarlo. La riformulazione dei codici. I limiti, i nomi delle cose. Le pene non bastano, si sa, serve cultura condivisa. Parlare agli adulti, ai genitori e ai formatori, ai conduttori, tv. Fare campagna, martellante, non stancarsi, spiegare loro che no, non è normale trattare i maschi e le femmine in modo diverso perché hanno un diverso destino. Dare possibilità ai bambini di essere uguali. Una cosa enorme. Se non è politica questo, che poi genera cultura e ricchezza e possibilità di vita, genera Pil, dico al cinismo dei banchieri. Movimento di economia. Genera mondo, pensiero, voi intellettuali. Allora cosa.