Migranti, il giorno dell’ipocrisia
di Paolo Di PaoloBisognerebbe immaginare un click day distopico: sono le nove di mattina, è il 4 dicembre 2053. Dal ministero dell’Interno in eterna carenza di organico si attende la pioggia di domande. Passano i minuti e niente, non ne arriva nessuna. Zero. Come in un angosciante romanzo di Saramago, l’assenza di domande è il sintomo di un Paese inerte e raggelato. Gli italiani bianchi, stanchi e arresi non ci sono quasi più. Un Paese che trent’anni prima – nel 2023 – il Censis aveva descritto come una comunità di sonnambuli in affanno. E che un’altra rilevazione (Ilvo Diamanti l’ha commentata su questo giornale venerdì scorso) mostrava come spaventato dall’immigrazione. Per quasi mezza Italia si tratta di “un pericolo per l’ordine pubblico e la sicurezza delle persone”. Allora come si spiegano – tornando al reale – le oltre 600mila domande precompilate per richiedere lavoratori “extracomunitari” stagionali, a tempo indeterminato e collaboratori domestici? Sconcertante esempio di una visione schizofr…
Bisognerebbe immaginare un click day distopico: sono le nove di mattina, è il 4 dicembre 2053. Dal ministero dell’Interno in eterna carenza di organico si attende la pioggia di domande. Passano i minuti e niente, non ne arriva nessuna. Zero. Come in un angosciante romanzo di Saramago, l’assenza di domande è il sintomo di un Paese inerte e raggelato. Gli italiani bianchi, stanchi e arresi non ci sono quasi più. Un Paese che trent’anni prima – nel 2023 – il Censis aveva descritto come una comunità di sonnambuli in affanno. E che un’altra rilevazione (Ilvo Diamanti l’ha commentata su questo giornale venerdì scorso) mostrava come spaventato dall’immigrazione. Per quasi mezza Italia si tratta di “un pericolo per l’ordine pubblico e la sicurezza delle persone”. Allora come si spiegano – tornando al reale – le oltre 600mila domande precompilate per richiedere lavoratori “extracomunitari” stagionali, a tempo indeterminato e collaboratori domestici? Sconcertante esempio di una visione schizofrenica: la paura degli immigrati, che nell’ultima annata cresce, rinfocolata o quantomeno avallata dal governo in carica anche in termini di «pericolo per la nostra cultura, la nostra identità e la nostra religione», è contraddetta per vie concrete dalla necessità esuberante di lavoratrici e lavoratori – come vogliamo chiamarli? – non italiani. Il futuro di una nazione, per usare il lemma caro alla premier, appeso – letteralmente – a un click. Il futuro, anzi il presente di aziende e di famiglie.
Non so dire quanto l’imprenditore di turno che vedrà insoddisfatta la sua richiesta sia più spaventato dal pericolo per la nostra identità o dal pericolo per la tenuta della sua azienda. E non so dire quanto la famiglia che magari ogni sera a tavola – chi può dirlo? – discute dei rischi per l’ordine pubblico e la sicurezza sia sollevata da questo dato: 86mila richieste nel settore dell’assistenza familiare e sociosanitaria a fronte di 9.500 posti per colf, badanti e babysitter. Il gran calmiere del decreto flussi dovrebbe essere in grado di calmierare anche i bisogni di una società infertile e invecchiata senza grandi paracadute di welfare. Invece lascia esplodere l’insensato paradosso di un provvedimento varato a mezza bocca e quasi con imbarazzo per non contraddire apertamente l’elettore xenofobo e nemmeno il radicatissimo slogan patriottico “prima gli italiani”. La portata, comunque insufficiente, si dice sia senza precedenti. Lo è, lo è, ma è bene limitarsi a sussurrarlo.
A voce alta, invece, meglio strombazzare l’accordo sui centri italiani in terra albanese. Destinati a qualche centinaio di migranti per la modica spesa per le casse dello Stato di quasi cento milioni di euro nel primo anno dell’intesa quinquennale. Che affare! E il Belpaese che non ha abbastanza lavoratori stagionali in campo agricolo, né idraulici, elettricisti, autisti di autobus, operatori sociosanitari, badanti e assistenti familiari è il Paese a natalità sottozero i cui giovani continuano a scappare all’estero (nell’ultimo anno oltre 80mila iscritti all’Aire per l’espatrio). È il Paese dei sonnambuli spaventati e, citando il Censis, «incapaci di vedere» che non ha ancora varato lo ius soli, lo ius culturae, niente di niente. Preferisce una insufficiente lotteria – ammantata, nelle parole dei Lollobrigida e Tajani di un filo di opportunismo quasi coloniale. Preferisce appendere a un clic la sopravvivenza di una comunità.