Dal Medio Oriente all’Ucraina, perché i mercati e le Borse resistono ai conflitti armati
di Mario PlateroC’è stato il più violento scontro in molte settimane fra Israele e Hamas, ma i mercati non hanno reagito con preoccupazione. Con ormai due guerre in corso nel cuore di esplosive polveriere regionali, quella appunto fra Hamas e Israele e quella ormai vecchia di 22 mesi della Russia in Ucraina, le Borse sono andate aumentando fino ai livelli record attuali e la crescita, soprattutto quella americana (con uno straordinario +4,9% nell’ultimo trimestre) ma anche in altri contesti globali, continua. Persino l’inflazione comincia a mostrare segnali di moderazione dopo la decisa azione delle banche centrali.
Le previsioni di una catastrofe, che anticipavano un ritorno agli shock petroliferi del 1973 dopo l’attacco di Hamas o, nel febbraio del 2022, una crisi energetica europea con un inverno difficilissimo ed economie disastrate, sono state superate dal realismo dei mercati che hanno creduto al pragmatismo delle parti in causa per due ragioni, una politica e l’altra economica.
Sul piano …
C’è stato il più violento scontro in molte settimane fra Israele e Hamas, ma i mercati non hanno reagito con preoccupazione. Con ormai due guerre in corso nel cuore di esplosive polveriere regionali, quella appunto fra Hamas e Israele e quella ormai vecchia di 22 mesi della Russia in Ucraina, le Borse sono andate aumentando fino ai livelli record attuali e la crescita, soprattutto quella americana (con uno straordinario +4,9% nell’ultimo trimestre) ma anche in altri contesti globali, continua. Persino l’inflazione comincia a mostrare segnali di moderazione dopo la decisa azione delle banche centrali.
Le previsioni di una catastrofe, che anticipavano un ritorno agli shock petroliferi del 1973 dopo l’attacco di Hamas o, nel febbraio del 2022, una crisi energetica europea con un inverno difficilissimo ed economie disastrate, sono state superate dal realismo dei mercati che hanno creduto al pragmatismo delle parti in causa per due ragioni, una politica e l’altra economica.
Sul piano politico il messaggio in Medio Oriente da Riad a Damasco a Hezbollah in Libano è stato chiaro fin dall’inizio: evitiamo un ingresso sconsiderato a fianco di Hamas. La priorità della maggioranza nel mondo arabo, al di là di differenze marginali, è di continuare lungo un percorso riformista.
Certo, la retorica può restare aggressiva: ad esempio i Paesi arabi hanno accusato verbalmente l’intero Occidente per i disastri di Gaza. Ma, al di là della retorica, nella pratica ha prevalso il realismo: in tre incontri diversi, le richieste di embargo petrolifero e sanzioni contro Israele prima del ministro degli Esteri iraniano Hossein Amir-Abdollahian, poi del presidente iraniano Ebrahim Raisi a Riad, a un incontro dell’Oic (Organizzazione degli Stati Islamici) con la Lega Araba, sono state respinte. E l’appello del 19 novembre dell’Ayatollah Ali Khamenei per una chiusura di ogni relazione con Israele da parte degli stati islamici è caduta nel vuoto.
Ma il contesto politico è più ampio: l’incontro fra Joe Biden e Xi Jinping ai margini dell’Apec di San Francisco ha confermato l’importanza di allentare la tensione. Cosa che la Cina, oramai in un ruolo di mediazione e di influenza fra Iran e Arabia Saudita, ha imposto fin da subito. Anche perché, e qui passiamo al contesto economico, gli equilibri fra produttori e acquirenti di petrolio sono cambiati.
Nel 1973 l’Occidente era completamente dipendente dal petrolio in arrivo dal mondo arabo. Oggi le esportazioni petrolifere dal Medio Oriente vanno per il 70% in Asia. Le scoperte di giacimenti nel mare del Nord in Europa e il forte aumento delle estrazioni americane, ormai le più importanti del mondo, hanno cambiato l’equazione di dipendenza.
Ovviamente il rischio di una scintilla aggiuntiva, ad esempio un rimbalzo delle tensioni attorno a Taiwan o addirittura una guerra aperta, è sempre possibile. Ma oggi la parola d’ordine è di minimizzare la tensione globale.
Non è un caso se personaggi come il generale David Petraeus guardano già oltre, considerano gli orrori della guerra come un danno collaterale di un conflitto che Israele combatte anche per conto di coloro che nel mondo arabo vogliono liberarsi di Hamas. E raccomanda di pensare già alla ricostruzione, di pensare al negoziato per i due Stati e di stanziare fondi nel mondo arabo per la ricostruzione di Gaza.
È però essenziale che Israele, pur in mezzo alla guerra, pensi già al dopo. Sarà quella l’unica garanzia per chiudere un capitolo storico in Medio Oriente ed eliminare un altro pericolo dallo scenario globale sempre più diviso, che vede strutturalmente un ritorno all’aumento del ruolo dello Stato nelle economie ma che, nell’auspicio di tutti, potrà passare attraverso un cambiamento dell’ordine internazionale senza il passaggio forzato per una guerra mondiale, come è successo finora nella storia.