L’Ue non abbassi la guardia sulla sicurezza alimentare
di Carlo PetriniOggi e domani, 10 e 11 dicembre, si riuniscono, al Consiglio Agricoltura e Pesca a Bruxelles, i ministri dell’Agricoltura dell’Ue per raggiungere “una posizione comune in merito alla proposta di regolamento sulle nuove tecniche genomiche (Ngt)”, ovvero su quelli che in molti identificano come i nuovi Ogm (Organismi Geneticamente Modificati).
A destare particolare preoccupazione sull’esito di questo incontro è la posizione che la Commissione Europea ha presentato il 5 luglio scorso: una proposta che prevede di deregolamentare i cosiddetti Ngt, alleggerendo (se non eliminando del tutto) le norme sulla sicurezza, sulla tracciabilità e sui requisiti di etichettatura dei nuovi Ogm.
La direzione suggerita dalla Commissione sembra del tutto anacronistica. Chi si…
Oggi e domani, 10 e 11 dicembre, si riuniscono, al Consiglio Agricoltura e Pesca a Bruxelles, i ministri dell’Agricoltura dell’Ue per raggiungere “una posizione comune in merito alla proposta di regolamento sulle nuove tecniche genomiche (Ngt)”, ovvero su quelli che in molti identificano come i nuovi Ogm (Organismi Geneticamente Modificati).
A destare particolare preoccupazione sull’esito di questo incontro è la posizione che la Commissione Europea ha presentato il 5 luglio scorso: una proposta che prevede di deregolamentare i cosiddetti Ngt, alleggerendo (se non eliminando del tutto) le norme sulla sicurezza, sulla tracciabilità e sui requisiti di etichettatura dei nuovi Ogm.
La direzione suggerita dalla Commissione sembra del tutto anacronistica. Chi si occupa in prima persona della produzione di alimenti sa a quanti controlli è soggetta la propria azienda o quante scartoffie siano necessarie per immettere sul mercato un prodotto edibile, il tutto a garanzia della trasparenza e della salute dei consumatori. Allora perché spalancare le porte a cibi geneticamente modificati prima ancora di avere una solida valutazione del rischio in merito agli effetti sulla salute umana e degli ecosistemi? Perché togliere la possibilità di riconoscere a scaffale un prodotto Ogm, minando così le scelte democratiche dei cittadini (direzione opposta alla strategia Farm to Fork della stessa Ue)? E ancora, perché creare vere disparità in favore del predominio di poche colture geneticamente modificate e a scapito della biodiversità locale?
A ben vedere, le interrogazioni e le zone d’ombra che si celano dietro a questa proposta sono molte di più: dalla campagna di greenwashing che sorregge questa posizione (millantando una sostenibilità ambientale delle Ngt fasulla - e, in altra parte, ancora lontana dall’essere provata scientificamente); alla questione della titolarità dei diritti e dei brevetti delle nuove sementi geneticamente modificate.
Tuttavia, la risposta sembra essere una per tutte e comune ad altre grandi questioni che occupano il dibattito agroalimentare odierno: dal recente rinnovo per altri 10 anni dell’autorizzazione del glifosato (erbicida i cui effetti cancerogeni sono segnalati da parecchie realtà scientifiche); alle forti pressioni che i pochissimi proprietari dei brevetti (ovvero grandi fondi di investimento) della cosiddetta “carne coltivata” fanno per vendere (in maniera incontrollata) i loro prodotti sul mercato. Risulta così evidente che la via designata sia quella di portare impudentemente la produzione alimentare verso la completa industrializzazione.
Come Italia, su questo tema, abbiamo una responsabilità financo maggiore, per via del fatto che - poco più di un anno fa - nella denominazione del nostro ministero dell’Agricoltura è stato aggiunto il concetto di “Sovranità alimentare”. Non possiamo dunque dimenticarci - anzi dovremmo sensibilizzare anche gli altri ministri membri del Consiglio - che questa terminologia è nata negli anni ’90 in seno alle comunità contadine di tutto il mondo proprio per fronteggiare le forti pressioni dell’industria sulla produzione di cibo locale; dunque per difendere il diritto dei contadini di decidere (e prima ancora conoscere) cosa coltivare (senza essere vincolati all’acquisto di semi), di salvaguardare la biodiversità e di difendere quel legame indissolubile che lega l’alimentazione all’agricoltura, gli ecosistemi alla cultura.
Coerentemente con questo, a tutela della sovranità alimentare europea, dovremmo essere in grado di approcciare la complessità dei sistemi alimentari con soluzioni durature che mantengano il ruolo centrale degli agricoltori; che garantiscano una dieta sana e ricca per tutti; che non ledano il diritto di conoscere l’origine dei semi e la provenienza del cibo; il tutto rispettando la biodiversità e le risorse naturali. La soluzione che va in questa direzione c’è già, ed è l’agroecologia: un concetto egualitario per natura, e che forse per questo non rientra all’interno del dibattito politico nazionale ed europeo.
Sebbene l’auspicio espresso dalla Commissione europea parli chiaro circa “il massimo impatto positivo sullo sviluppo e sull'immissione sul mercato di piante e prodotti Ngt (compresi alimenti e mangimi)", come cittadini europei abbiamo il dovere di chiederci se queste siano davvero le soluzioni in grado di portare la produzione alimentare verso un futuro più buono, pulito e giusto per tutti, oltre il diritto di sapere se dietro a queste decisioni contino di più gli interessi economici di qualche lobby o il benessere della comunità.