La sorpresa è possibile. Non possiamo arrenderci all’idea che il grande laboratorio democratico americano si rassegni a una scelta passiva tra due ottantenni, Joe Biden e Donald Trump, ormai simbolo, nel conflitto ideologico di questo secolo, di un’America in ritirata in un mondo in fermento. La sorpresa è possibile perché al di là dei sondaggi che continuano a dare per certo un scontro finale tra Biden e Trump — con Trump in leggero vantaggio — la democrazia americana è più viva e a sua volta in fermento di quel che si potrebbe credere. Ci sono già mondi, interessi, forze politiche, percorsi alternativi in azione sul campo, con un sogno nel cassetto: lo scontro finale a novembre non sarà tra i due ottantenni, ma tra due donne cinquantenni, l’ex governatore della Carolina del Sud Nikki Haley per i repubblicani e il governatore del Michigan Gretchen Withmer per i democratici. E l’America, con quel suo tipico colpo di reni sempre possibile, farebbe un balzo in avanti.
In questo contest…
La sorpresa è possibile. Non possiamo arrenderci all’idea che il grande laboratorio democratico americano si rassegni a una scelta passiva tra due ottantenni, Joe Biden e Donald Trump, ormai simbolo, nel conflitto ideologico di questo secolo, di un’America in ritirata in un mondo in fermento. La sorpresa è possibile perché al di là dei sondaggi che continuano a dare per certo un scontro finale tra Biden e Trump — con Trump in leggero vantaggio — la democrazia americana è più viva e a sua volta in fermento di quel che si potrebbe credere. Ci sono già mondi, interessi, forze politiche, percorsi alternativi in azione sul campo, con un sogno nel cassetto: lo scontro finale a novembre non sarà tra i due ottantenni, ma tra due donne cinquantenni, l’ex governatore della Carolina del Sud Nikki Haley per i repubblicani e il governatore del Michigan Gretchen Withmer per i democratici. E l’America, con quel suo tipico colpo di reni sempre possibile, farebbe un balzo in avanti.
In questo contesto dinamico ancora aperto, si parla di una “brokered convention” in campo democratico e anche Gavin Newsom, popolare governatore della California, scalda i motori. C’è Joe Manchin, il senatore democratico conservatore della Virginia: sta pensando a un terzo partito centrista; e Robert Kennedy Jr., non certo epigono di virtù, correrà come indipendente. Ci sono i tribunali. Difficile che blocchino Trump in piena corsa perché ci saranno appelli. Ma in Colorado la Corte Suprema locale a giorni potrebbe impedirgli di correre in quello Stato. Comunque sia, Joe Biden ha preso atto di questi fermenti e mercoledì scorso ha riaperto una porta importante “Se Trump non corresse non sono sicuro che correrei anch’io”. Il sillogismo è facile: se Trump si ritira, potrei ritirarmi anch’io. E altri democratici come la Withmer, oggetto di un mancato rapimento politico nel 2020, energica, celebrità nazionale, potrebbero scendere in campo. In effetti, contro Trump Biden spera di prevalere. Ma sa bene che contro Nikki Haley la sua corsa sarebbe in salita. E allora? Possibile che capiti l’impossibile? Che Nikki Haley batta Donald Trump alle primarie e che il sogno esca dal cassetto? Come si dice da queste parti, è un “long shot”, ma nella definizione stessa delle probabilità, un cambiamento è possibile. A partire dai caucuses dell’Iowa che il 15 gennaio apriranno la corsa elettorale americana.
Trump in Iowa è il favorito con il 47% del voto, Nikki Haley e Ron DeSantis, hanno circa il 15% ciascuno ( di nuovo parliamo di medie su vari sondaggi). Ma DeSantis è in picchiata e la Haley in rapida ascesa: oggi, 12 dicembre, si dà un mese per imporsi al secondo posto in Iowa, diciamo con il 28% del voto. In questo scenario Trump cadrebbe al 40% e DeSantis al 9%. La Haley sarebbe così la vincitrice morale, l’unica in grado di tenere testa a Trump. Gli altri, Vivek Ramaswamy, con baratri di ignoranza imbarazzanti, è al 10%, Chris Christie al 6% e il grigio Mike Pence al 4%. I tre sono irrilevanti e si ritireranno presto, forse già dopo l’Iowa, con Christie pronto ad appoggiare Haley. Ed ecco il secondo obiettivo di Nikki, già Ambasciatrice all’Onu e più collaudata di Obama nel 2008: vincere una settimana dopo le primarie del New Hampshire, dove le distanze sono già oggi minori e dove il campo sarà più sgombro, per poi prepararsi al confronto in Sud Carolina, il suo stato, dove oggi è ancora in svantaggio su Trump.
Il percorso è possibile perché nelle ultime settimane il vecchio establishment del partito repubblicano e il mondo degli affari con personaggi influenti come Jamie Dimon di JP Morgan Chase, hanno scelto Haley contro Trump. Charles Koch, patrimonio 60 miliardi, guida di un certo conservatorismo libertario, fondatore del Cato Institute, ha persino messo a disposizione della Haley la sua macchina politica, “Americans for Prosperity”, per aiutarla a mobilitare il voto in Iowa e in New Hampshire e compensare la sua minore potenza di fuoco in fondi elettorali sia contro Trump che De Santis.
Un “long shot” si diceva. Il populismo resta forte e anti establishment. Ed è certo possibile che il 6 marzo, dopo il confronto chiave nei 16 stati del Super Tuseday ci sveglieremo con l’accoppiata Biden Trump per lo scontro finale. Ma intanto il fermento che agita gli animi e i cuori alla ricerca del possibile, in America c’è. E anche se la Haley non dovesse consegnare quel sogno che vorremmo — una corsa fra due donne per fare la storia — lo avremo almeno accarezzato. E i due ottantenni Biden e Trump si saranno in qualche modo conquistati i galloni sul campo. Una differenza non da poco con Russia, Cina, Iran, Egitto, dove quel fermento è soppresso e i risultati elettorali precotti. Differenza che i teorici ricorrenti del declino americano — e delle democrazie — faranno bene a tenere in conto.