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Ue, mettere in sicurezza Kiev

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A Bruxelles il Consiglio dei Ventisette su allargamento a Ucraina. Ma c’è chi si oppone
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Al Consiglio Europeo di giovedì 14 dicembre i leader dei 27 Stati membri avranno sul tavolo temi non secondari quali il prosieguo del sostegno all’Ucraina, l’allargamento e l’aggiustamento di medio termine del bilancio. Anche questi ultimi due punti con Kiev coinvolta nella discussione. L’Unione Europea dovrà mostrare sia a se stessa sia all’esterno la capacità di essere all’altezza delle questioni che in queste ultime settimane si affastellano in agenda, accelerazione da ultimo impressa anche dal conflitto nella Striscia di Gaza e dalle ulteriori varianti ed interrogativi geopolitici che ne conseguono. Nel mezzo di guerre dentro e ai confini dell’Europa e con una situazione economica certamente complicata è bene che da Bruxelles giunga un segnale di chiarezza e non di stanchezza.

Il sostegno finanziario e politico all’Ucraina risulta decisivo nel garantirle sopravvivenza nel medio termine; il supporto militare necessario deve essere funzionale a non indurre Putin a voler dettar…

Al Consiglio Europeo di giovedì 14 dicembre i leader dei 27 Stati membri avranno sul tavolo temi non secondari quali il prosieguo del sostegno all’Ucraina, l’allargamento e l’aggiustamento di medio termine del bilancio. Anche questi ultimi due punti con Kiev coinvolta nella discussione. L’Unione Europea dovrà mostrare sia a se stessa sia all’esterno la capacità di essere all’altezza delle questioni che in queste ultime settimane si affastellano in agenda, accelerazione da ultimo impressa anche dal conflitto nella Striscia di Gaza e dalle ulteriori varianti ed interrogativi geopolitici che ne conseguono. Nel mezzo di guerre dentro e ai confini dell’Europa e con una situazione economica certamente complicata è bene che da Bruxelles giunga un segnale di chiarezza e non di stanchezza.

Il sostegno finanziario e politico all’Ucraina risulta decisivo nel garantirle sopravvivenza nel medio termine; il supporto militare necessario deve essere funzionale a non indurre Putin a voler dettare tempi e modalità di un negoziato che l’autocrate russo ora comincia ad invocare, forte della fallita controffensiva Ucraina. Un negoziato che sarebbe auspicabile avviare in contemporanea con la cessazione delle ostilità ma con modalità e condizioni, tuttavia, che non facciano ritenere a Mosca - e al resto della Comunità internazionale - che l’invasione dell’Ucraina dello scorso anno sia stata foriera di dividendi politici. Mentre a Bruxelles si discute ancora su quanto e come proseguire il sostegno macroeconomico a Kiev, il supporto militare ed il via libera ai negoziati di adesione, sono rispettivamente l’Ungheria e la Germania i Paesi a frapporre maggiori difficoltà, rispettivamente politiche e tecniche, in vista di un’intesa a 27. Accordo che non dovrà in ogni caso diluirsi in un compromesso talmente al ribasso da apparire come segnale di “affaticamento” di questa parte dell’Occidente, in un momento peraltro dove anche il presidente Biden è in difficoltà con il Congresso sui finanziamenti necessari per Ucraina e Israele.

Situazione paradossale quella che vede in Consiglio Europeo da un lato Budapest minacciare il sempre più anacronistico diritto di veto ricattando gli altri Stati Membri sui 27 miliardi di euro finora bloccati su politica agricola, coesione e NextGenEu a causa delle sue inadempienze sullo stato di diritto e i diritti fondamentali. Il tutto dentro un sempre più marcato e sgradevole filoputinismo di Orbàn. La Germania, dal canto suo, sta “esportando” da tempo in Europa le contraddizioni della sua coalizione di governo tali da non riuscire a districarsi nemmeno sulla propria legge finanziaria col risultato di portare a Bruxelles incongruenze e distinguo di tipo finanziario che pongono a serio rischio anche l’obiettivo di rafforzare il bilancio Ue in ambito migratorio e nel sostegno alla competitività. Una Germania che non appare in grado, allo stato, di assicurare la necessaria leadership cessando da tempo di rappresentare quanto meno un punto di riferimento per gli altri. Al di là degli aspetti finanziari, inoltre, il tema dell’allargamento dovrà essere coerentemente affrontato - come del resto si era voluto dall’inizio - con piglio politico e non procedurale. Non solo verso Kiev ma anche con riguardo alla Bosnia-Erzegovina. Ad esempio con la tecnica già utilizzata in passato dello sdoppiamento tra luce verde “politica” e successiva via libera “tecnica” proposta dalla Commissione Europea. Saranno poi i negoziati a dare la dimensione della perdurante distanza di questi Paesi dai parametri richiesti dalla Ue con l’auspicio di obbligare Bruxelles a mettere mano alle sue oramai obsolete regole di funzionamento. Nel frattempo occorre mettere in sicurezza Kiev così come Sarajevo. Quest’ultima va incoraggiata e al tempo stesso “imbrigliata” dentro i passaggi in sequenza che il negoziato con la Ue impone anche per disinnescare la postura autonomista della sua componente istituzionale serba. Dietro quest’ultima infatti non c’è solo Belgrado ma, soprattutto, Mosca in chiave antieuropea.

Il prossimo Consiglio Europeo è l’ultimo in calendario per imprimere un’accelerazione (geo)politica ed un minimo di soggettivitá esterna a Bruxelles. Col nuovo anno diventerà inevitabile per i 27 posizionarsi in vista delle elezioni europee. Con immediata priorità a temi squisitamente elettorali. Nei quali quasi mai il tema dell’Europa trova posto nei messaggi alle opinioni pubbliche. Se non in chiave strumentale e sovente di contro propaganda.

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