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La riforma pastrocchio

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Il progetto costituzionale di Meloni ha sei contraddizioni: ecco quali
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Di ogni riforma possiamo valutare i fini oppure i mezzi, gli strumenti adottati per raggiungere lo scopo. E il vizio del premierato sta nella scelta dei secondi, anche ammesso che l’elezione diretta del presidente del Consiglio sia cosa santa e giusta. Perché i mezzi si rivelano incoerenti rispetto al fine stesso di questa specifica riforma. Perché rischiano la mannaia della Consulta, come adombrato dal suo nuovo presidente, Augusto Barbera. E perché innescano una serie di contraddizioni. Almeno sei, ma forse anche di più.

Primo: il referendum. Palazzo Chigi auspica un accordo parlamentare abbastanza largo per scongiurarne la minaccia. Difficile, dato che servirebbe la maggioranza dei due terzi sia al Senato che alla Camera. Ma soprattutto illogico, insensato. Cioè: secondo quest’auspicio, con la riforma i cittadini guadagneranno il potere di decidere la scelta dei governi, ma non avranno il potere di decidere sulla riforma che li fa decidere. Una contraddizione politica e giuri…

Di ogni riforma possiamo valutare i fini oppure i mezzi, gli strumenti adottati per raggiungere lo scopo. E il vizio del premierato sta nella scelta dei secondi, anche ammesso che l’elezione diretta del presidente del Consiglio sia cosa santa e giusta. Perché i mezzi si rivelano incoerenti rispetto al fine stesso di questa specifica riforma. Perché rischiano la mannaia della Consulta, come adombrato dal suo nuovo presidente, Augusto Barbera. E perché innescano una serie di contraddizioni. Almeno sei, ma forse anche di più.

Primo: il referendum. Palazzo Chigi auspica un accordo parlamentare abbastanza largo per scongiurarne la minaccia. Difficile, dato che servirebbe la maggioranza dei due terzi sia al Senato che alla Camera. Ma soprattutto illogico, insensato. Cioè: secondo quest’auspicio, con la riforma i cittadini guadagneranno il potere di decidere la scelta dei governi, ma non avranno il potere di decidere sulla riforma che li fa decidere. Una contraddizione politica e giuridica, anche perché non si possono cambiare le regole del gioco senza interpellare il pubblico pagante.

Secondo: l’investitura del presidente eletto. Deriva dal voto popolare, ma occorre altresì il voto di fiducia delle Camere. Insomma, una mezza elezione: per metà popolare, per metà parlamentare. Che sulla scia di Re Salomone taglia in due il bambino, per accontentare le due madri che si contendevano la povera creatura.

Terzo: la legge elettorale. Stabilirà un premio di maggioranza che garantisca il 55 per cento dei seggi alla coalizione vincente. Così, giusto per dare i numeri. Numeri massimi, giacché di quelli minimi non si fa parola. Tuttavia con quattro o cinque coalizioni in gara, può bastare il 30 per cento dei consensi per dominare il Parlamento. Smentendo di fatto il «principio di rappresentatività» che vincola la futura legge elettorale, stando alle parole scritte nella medesima riforma. E in ultimo ponendo la Carta costituzionale in contraddizione con se stessa, con i valori democratici che ne sorreggono tutta l’impalcatura. Una Costituzione incostituzionale – ecco l’ossimoro inventato dai ri-costituenti.

Quarto: il popolo. Potente, ma in realtà impotente. Giacché in corso di legislatura al presidente eletto può subentrare un presidente non eletto, non votato dai cittadini nelle urne. Una mezza truffa, per una riforma che promette la scelta popolare del premier. E un mezzo pasticcio. Tu eleggi Giovanni, e l’anno dopo il Parlamento lo sostituisce con Giovanna. Dice: però dovrà trattarsi d’un esponente politico «candidato in collegamento al presidente eletto». E allora? Chiediamo agli italiani che l’anno scorso hanno votato Meloni se avrebbero egualmente scelto Tajani come premier. L’elezione diretta non è una banconota che passa da una tasca all’altra.

Quinto: il presidente non eletto. Fantasma che aleggia sulle sorti della legislatura, pronto però a materializzarsi con la statura d’un gigante. Perché quest’ultimo ha più poteri del presidente eletto: altra contraddizione. Può infatti minacciare lo scioglimento delle Camere per superare qualsiasi crisi politica, dato che la riforma vieta un terzo tentativo. Il presidente eletto, viceversa, non può farlo: in questo caso l’eletto è anche negletto.

Sesto: il presidente eletto. Il suo peso politico risulta indebolito, benché la riforma intenderebbe rafforzarlo. È infatti ostaggio dei piccoli partiti, se i loro seggi sono indispensabili per conservare la maggioranza in Parlamento. Giacché non è possibile sostituirli chiedendo soccorso a qualche frangia dell’opposizione, con una manovra parlamentare già sperimentata molte volte nel passato: lo impedisce la norma “antiribaltoni”. Che ci consegna, in conclusione, un Premier incatenato, legato, ammanettato.

C’è una ragione per questo trionfo dell’ossimoro, del dire e contraddire? Sì che c’è, e la ragione alberga nei nostri costumi nazionali. Succede perché ci ostiniamo a fabbricare ibridi, creature imbastardite, succede perché abitiamo la terra del “quasismo”. Perciò inventiamo in ultimo un modello quasi presidenziale, quasi parlamentare. Diciamolo: è un pastrocchio, quasi.

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