Riforme, un sospetto dietro lo stallo
di Stefano FolliÈ raro che un’ipotesi di riforma costituzionale prenda forma sotto cattivi auspici come accade in questi giorni al “premierato”, la famosa elezione diretta del presidente del Consiglio che piace sempre meno a tutti: all’opposizione, come è ovvio, ma pure alla maggioranza. Fa eccezione, beninteso, chi a questa ipotesi ha lavorato fino a trovare un apparente punto di equilibrio: il ministro Maria Elisabetta Casellati. Per il resto, si direbbe che il castello di carte stia lì lì per franare al suolo. La premier Meloni difende il principio irrinunciabile dell’elezione diretta, ma anche lei non sfugge alle contraddizioni; la prima delle quali riguarda i poteri del presidente della Repubblica. La versione ufficiale pretende che tali poteri non mutino, anzi che non siano intaccati di una virgola. Ma ovviamente non è vero: le prerogative cambiano e non di poco, già per il solo fatto che il vincitore delle elezioni ha ricevuto un’investitura diretta, mentre al Quirinale c’è un signore che deve…
È raro che un’ipotesi di riforma costituzionale prenda forma sotto cattivi auspici come accade in questi giorni al “premierato”, la famosa elezione diretta del presidente del Consiglio che piace sempre meno a tutti: all’opposizione, come è ovvio, ma pure alla maggioranza. Fa eccezione, beninteso, chi a questa ipotesi ha lavorato fino a trovare un apparente punto di equilibrio: il ministro Maria Elisabetta Casellati. Per il resto, si direbbe che il castello di carte stia lì lì per franare al suolo. La premier Meloni difende il principio irrinunciabile dell’elezione diretta, ma anche lei non sfugge alle contraddizioni; la prima delle quali riguarda i poteri del presidente della Repubblica. La versione ufficiale pretende che tali poteri non mutino, anzi che non siano intaccati di una virgola. Ma ovviamente non è vero: le prerogative cambiano e non di poco, già per il solo fatto che il vincitore delle elezioni ha ricevuto un’investitura diretta, mentre al Quirinale c’è un signore che deve il suo status a un compromesso parlamentare, magari remoto.
Poi ci sono altri passaggi alquanto irrazionali. Come la questione del “secondo premier” non eletto, ma in possesso del potere sostanziale di scioglimento delle Camere. In più c’è la legge elettorale messa nella Costituzione con un premio di maggioranza abnorme (il 55 per cento dei seggi) e nessuna soglia minima per accedervi. Si potrebbe continuare. Ma ormai sono temi noti perché alla loro critica si sono dedicati i migliori costituzionalisti e i politici più sensibili alla materia, soprattutto nel centrosinistra ma anche a destra. È inspiegabile allora l’insistenza su un testo che non nasce sotto una buona stella. Né si può dire che si stia creando un moto d’interesse popolare. È vero che in diversi sondaggi si riscontra nell’opinione pubblica una maggioranza favorevole all’elezione diretta. Ed è logico: avere insieme stabilità e decisioni rapide è una prospettiva che seduce tanti. Ma quando la materia si arruffa troppo, subentra la diffidenza e la tentazione di dire (sondaggio de La7): lasciamo tutto come sta.
Oppure un certo tipo di elettorato offre una risposta più sofisticata. Del genere: se dobbiamo toccare la Costituzione, allora cominciamo dalla giustizia, ossia dalla separazione delle carriere dei magistrati. Punto cruciale che invece è stato messo tra parentesi, anzi rinviato a dopo l’eventuale sì al “premierato”. Così da ottenere l’effetto “cane che si morde la coda”, con il rischio di un nulla di fatto su entrambi i versanti. Si torna alla domanda: perché tutta questa carne al fuoco, perché queste ambizioni in sé legittime, quando è evidente per la maggioranza la difficoltà di uscire da un’agenda inchiodata alla “routine” quotidiana?
S’intende che le due Camere sono libere di riformare anche le prerogative del presidente della Repubblica, ma quanto meno occorre prima un’adeguata riflessione, sulla base di una significativa forza parlamentare. In tal caso, sarebbe comunque più logico scegliere la vecchia ricetta del “semi-presidenzialismo” caro alla destra e non solo, invece di un confuso “premierato” privo di analogie in altri Paesi. Allo stato delle cose, per non scontentare nessuno ci si avvia a scontentare tutti. E poiché l’atmosfera politica non è certo propizia a riforme tanto impegnative, la spiegazione che si affaccia spontanea può essere una: si sta predisponendo un passo alla volta, forse senza nemmeno esserne consapevoli, il motivo per sciogliere il Parlamento. Non domani, ovviamente, e nemmeno dopodomani. Magari nel 2025, una volta esaurita l’eco del voto europeo. Sarebbe l’unico modo per tagliare il nodo gordiano di riforme impraticabili nel gioco dei veti incrociati.