Ogni scontro tra Oriente e Occidente è contesa tra “libertà e dispotismo”. Ernst Junger lo scriveva nel 1953, nel suo Nodo di Gordio (Adelphi). Questi due opposti dominano “la vita dell’uomo e dei popoli”: nel loro alternarsi e implicarsi reciprocamente “si dipana la Storia universale”. Lo scrittore tedesco pensava a tutte le volte in cui, dalle Termopili alle guerre mondiali, abbiamo visto “il fulgore delle armi” e udito “il clangore delle catene del Caucaso”. Settant’anni dopo siamo di nuovo prigionieri di quei tempi. Di quei luoghi. Cos’altro è l’aggressione di Putin all’Ucraina, se non la rappresentazione del dispotismo russo che sogna da impero neo-zarista? E cos’altro è il soccorso a Kiev, se non la prova suprema che chiama l’Europa intera alla difesa della sua libertà?
Dovrebbe essere chiaro a tutti, ma purtroppo non lo è. Il Consiglio europeo che naufraga proprio su questo è un segnale drammatico. È l’Unione che si arrende non solo alla War Fatigue, ma anche alla sua ac…
Ogni scontro tra Oriente e Occidente è contesa tra “libertà e dispotismo”. Ernst Junger lo scriveva nel 1953, nel suo Nodo di Gordio (Adelphi). Questi due opposti dominano “la vita dell’uomo e dei popoli”: nel loro alternarsi e implicarsi reciprocamente “si dipana la Storia universale”. Lo scrittore tedesco pensava a tutte le volte in cui, dalle Termopili alle guerre mondiali, abbiamo visto “il fulgore delle armi” e udito “il clangore delle catene del Caucaso”. Settant’anni dopo siamo di nuovo prigionieri di quei tempi. Di quei luoghi. Cos’altro è l’aggressione di Putin all’Ucraina, se non la rappresentazione del dispotismo russo che sogna da impero neo-zarista? E cos’altro è il soccorso a Kiev, se non la prova suprema che chiama l’Europa intera alla difesa della sua libertà?
Dovrebbe essere chiaro a tutti, ma purtroppo non lo è. Il Consiglio europeo che naufraga proprio su questo è un segnale drammatico. È l’Unione che si arrende non solo alla War Fatigue, ma anche alla sua accidia morale e alla sua afasia politica. Certo, possiamo consolarci festeggiando il via libera alle procedure per l’ingresso dell’Ucraina nel Club dei 27. E poi possiamo anche cavarcela dicendo che è tutta colpa di Orbán, altro “despota in minore” che ha posto il suo veto ai 53 miliardi di fondi destinati a Zelensky, bloccando anche la revisione del bilancio comunitario. Ma il risultato non cambia. E ha ragione Paolo Gentiloni a giudicare gravissimo il rinvio, che manda in stallo la difesa comune, le politiche industriali, le riforme della governance. E a dire “no al mesto corteo dei sonnambuli”, cioè delle anime belle che non vedono nel sostegno all’Ucraina il presupposto necessario non solo per salvare un popolo martoriato dalle bombe sui civili, dagli stupri etnici, dalle deportazioni dei bambini, ma anche per sventare una minaccia che incombe su tutto il Continente.
Sappiamo bene che “morire per Kiev” è ormai diventato un interdetto non solo a Bruxelles, ma anche a Washington: col fantasma di Trump alle porte, il Congresso tiene congelata la nuova tranche di sussidi da 106 miliardi di dollari, e al di là delle pacche sulle spalle non riserva molto altro al presidente ucraino appena tornato nella capitale americana per quella che persino la compassata Bbc ha definito “una visita tinta di disperazione”. Sappiamo altrettanto bene che, con una crescita economica al 2%, l’Uomo del Cremlino resiste a tutto, come ha spiegato a Euronews l’inviato Ue David O’Sullivan: 315 mila soldati morti al fronte, 400 miliardi in meno di spesa pubblica per salari e pensioni, il 10% del Pil fagocitato dalla macchina bellica e il 60% dell’import-export gravato da sanzioni che lo costringono ad approvvigionarsi di semiconduttori a caro prezzo in Cina e India. Sappiamo ancora meglio che la controffensiva di Kiev è fallita, e l’Ucraina senza aiuti sarà uno “Stato fallito” nel giro di tre mesi: per quanto in difficoltà, Zelensky coglie il punto quando in un’intervista a Time dice “la cosa più spaventosa è che una parte del mondo si è abituata alla guerra, la stanchezza è come un’onda, uno show che America e Europa non vogliono riguardare per la decima volta…”.
Ma proprio per tutte queste ragioni, oggi, l’Occidente non può cedere a questo subdolo “spiritello di Monaco” che torna ad aleggiare nelle cancellerie. Jan Zielonka, nel suo Democrazia miope (Laterza), scrive che secondo Bertelsmann Foundation Index quest’anno, nel mondo, il numero delle autocrazie ha superato quello delle democrazie per la prima volta dal 1998. E Charles Blow, sul New York Times di ieri, aggiunge che secondo l’International Institute for Democracy and Electoral Assistance dal 2017 ad oggi “il numero dei Paesi che si sono spostati verso regimi autoritari è più del doppio di quelli che si sono mossi verso la democrazia”, e che quasi la metà delle 173 Nazioni esaminate sta “sperimentando un declino” in almeno uno dei parametri che misurano la qualità democratica complessiva.
La tragica guerra parallela esplosa in Medio Oriente non può diventare un pretesto per abbandonare il fronte ucraino.
Dal punto di vista dell’integrità territoriale, non è ancora chiaro cosa significhi “vittoria” per Zelensky: ricacciare via gli invasori da tutto il Paese, o rinunciare alla regione russofona? Ma in compenso è chiarissimo cosa significhi “sconfitta”, per lui e per noi: lasciare a Putin la licenza di invadere, prendendosi il Donbass, la Crimea e chissà cos’altro sarebbe poi fatalmente tentato di prendersi, la Moldova, i Balcani, la Scandinavia. Tutti vogliamo la pace. Ma una pace giusta, non una resa al despota russo. Allo stesso tempo, l’Ucraina non può diventare “merce di scambio” nei negoziati europei. Quello che sta facendo il premier ungherese è miserabile: dire no agli aiuti a Kiev per lucrare una manciata di milioni in più per la gestione dei migranti non è solo cinico, è disumano. E qui un paio di riflessioni a margine si impongono. La prima, ancora una volta, riguarda il destino e il “canone” europeo: se vuole sopravvivere a questo tornante della Storia - Draghi o non Draghi al vertice della Commissione – l’Unione deve uscire dalla sua flaccida comfort zone e nascere finalmente come “Stato”, cambiando le sue istituzioni rappresentative e riscrivendo le sue regole di funzionamento.
La seconda riflessione riguarda la missione e la collocazione dell’Italia. Mentre in politica interna sta dando il peggio di sé - tra incrostazioni ideologiche, ossessioni complottistiche e torsioni leaderistiche – in politica estera Giorgia Meloni non ha sbagliato quasi niente. A parte la fuffa del Piano Mattei e la beffa del Patto Albanese, la premier ha ancorato il Paese all’asse euroatlantico. È già molto, col partito post-missino e anti-occidentale che ha alle spalle e l’alleato leghista e filo-russo che ha al fianco. Ma ora che si avvicina il voto europeo, viene al pettine il nodo delle sue “cattive compagnie”. E serve a poco l’uso strumentale della “diplomazia delle foto”, che semmai contribuisce a rendere ancora più ambigua la posizione dell’Italia. Prima, in Parlamento, il penoso attacco a Mario Draghi e a quel “treno per Kiev con Scholz e Macron, dal quale si torna a casa senza niente”, mentre “noi vogliamo parlare con tutti i 26, compreso Orbán”. Poi la retromarcia imbarazzante, dopo aver compreso l’harakiri di un’eventuale rottura con l’ex banchiere centrale, che agli esordi da neo-premier vincitrice le ha fatto da badante e da garante presso l’establishment. Prima la foto informale al bar dell’Hotel Amigo con i colleghi Emmanuel e Olaf, poi quella ufficiale in poltrona insieme al compare Viktor. Prima i sorrisi con Von der Leyen e Metsola nei vertici a Palazzo Chigi, poi gli abbracci con il neo-franchista Santiago Abascal nell’arena di Atreju. Quante teste ha la Draghetta? Sarà mai in grado di recidere il filo nero che la tiene avvinta alle peggiori ultra-destre xenofobe ed eurofobe del pianeta? Soprattutto, con questi doppi o tripli giochi diplomatici – e al netto dei fax farlocchi sul Mes penosamente sventolati al Senato - cosa pensa di ottenere al tavolo della trattativa sul nuovo Patto di Stabilità?
Duole dirlo. Ma se parliamo di autocrazia e democrazia, ogni tanto viene il dubbio che l’Italia sia parte del problema, invece di incarnarne la soluzione. Torniamo a Ernst Junger, che parla a noi sull’Europa e all’Occidente sull’Ucraina. “Per dimostrare che lo spirito libero domina il mondo, si paga il prezzo più alto”. Ecco la sfida da superare “nel sacrificio”, per ribadire che “il libero governo è superiore ai dispotismi”.