Il ddl Casellati, che concerne il premierato elettivo e il premio di maggioranza costituzionalizzato, ha due obiettivi polemici. Uno occasionale, il Capo dello Stato con i suoi poteri; e uno strutturale, il Parlamento e implicitamente i partiti. Come ha ricordato ieri il presidente del Senato, in diverse circostanze a partire dal 2011 il presidente della Repubblica è stato determinante nel pilotare il superamento di crisi politiche gravi, nel far proseguire legislature che sembravano esaurite, nel favorire apertamente la formazione di governi tecnici sostenuti da larghe maggioranze parlamentari.
Tutto vero, fattualmente. Ma si tratta di interpretare processi e dinamiche. E non pare proprio che i Presidenti abbiano esercitato “poteri non espressamente previsti” dalla Costituzione. Che al secondo comma dell’articolo 92 affida al Capo dello Stato il potere di nominare il presidente del Consiglio dei ministri e, sulla sua proposta, i membri del governo. L’obiettivo è che prenda vita un e…
Il ddl Casellati, che concerne il premierato elettivo e il premio di maggioranza costituzionalizzato, ha due obiettivi polemici. Uno occasionale, il Capo dello Stato con i suoi poteri; e uno strutturale, il Parlamento e implicitamente i partiti. Come ha ricordato ieri il presidente del Senato, in diverse circostanze a partire dal 2011 il presidente della Repubblica è stato determinante nel pilotare il superamento di crisi politiche gravi, nel far proseguire legislature che sembravano esaurite, nel favorire apertamente la formazione di governi tecnici sostenuti da larghe maggioranze parlamentari.
Tutto vero, fattualmente. Ma si tratta di interpretare processi e dinamiche. E non pare proprio che i Presidenti abbiano esercitato “poteri non espressamente previsti” dalla Costituzione. Che al secondo comma dell’articolo 92 affida al Capo dello Stato il potere di nominare il presidente del Consiglio dei ministri e, sulla sua proposta, i membri del governo. L’obiettivo è che prenda vita un esecutivo che goda della fiducia delle Camere. E a questo obiettivo si perviene con una triangolazione fra la volontà del popolo sovrano, espressa nelle elezioni, la capacità dei partiti di interpretarla nella sua complessità (quella volontà non è unitaria), e l’abilità del Capo dello Stato di decifrare le modalità di composizione possibile di quella pluralità, per affidare l’incarico di governo alla personalità più idonea.
Un sistema equilibrato e delicato, in cui la volontà del popolo è l’inizio di un processo, i partiti sono i mediatori, il Capo dello Stato è il regista, il governo è il fine. Nessuno prevarica, se tutti fanno la propria parte: né populismi, né oligarchie, né autoritarismi. Il potere del Presidente può essere notarile, quando le condizioni politiche (la volontà del popolo, la capacità dei partiti) sono chiare, e le soluzioni stanno già nelle cose stesse. Può essere invece più incisivo quando la crisi dei partiti e del ceto politico rende più difficile la formazione del governo. È stata insomma la crisi della politica e non la volontà di potenza dei Presidenti a dare a questi quelle responsabilità che i partiti non sapevano più assumere ed esercitare. Proprio perché fronteggiasse circostanze difficili e occasioni dubbie la Costituzione ha affidato al Capo dello Stato poteri “a fisarmonica”, cioè tali che pur restando sempre gli stessi, e sempre rivolti al medesimo scopo di stabilizzazione, risultano ora ristrettì e ora più ampi.
Oggi si criticano, in nome del primato della politica, i governi tecnici voluti dal Presidente. E si propone una riforma costituzionale che irrigidisce a tal punto l’intero sistema politico, a partire dal risultato elettorale che “deve” essere corretto in senso iper-maggioritario, da rendere veramente notarile e meccanico il ruolo del Capo dello Stato. Il garante della stabilità del sistema è infatti il premier eletto, insieme alla minaccia - sua, o del “secondo premier” - di scioglimento delle Camere e di nuove elezioni. La logica è quella plebiscitaria e non quella della mediazione, tanto del Capo dello Stato quanto del Parlamento.
Ma è evidente che la polemica contro i poteri presidenziali - descritti con esagerazione deliberata come straripanti - è strumentale e occasionale: il presidente non eletto dal popolo, espressione dei partiti, che fa nascere governi di propria iniziativa, è l’espressione di una contingenza storica specifica, di uno stato di necessità. Il bersaglio più strutturale, permanente, è invece la centralità delle Camere, ovvero la stessa qualità “parlamentare” della nostra democrazia, che viene erosa solleticando gli impulsi populisti di molti cittadini. Ai quali bisognerebbe spiegare che il loro protagonismo durerà lo spazio di un giorno, perché il premier eletto governerà da solo, come Sindaco d’Italia, con la propria Giunta (il governo) al riparo da critiche e crisi, e il Parlamento - in cui si dovrebbero esprimere e mediare le esigenze della società - sarà ridotto ad avere lo stesso peso, praticamente nullo, che hanno i Consigli comunali.
Il problema del contenimento dei poteri del Capo dello Stato è secondario, e non dovrebbe essere utilizzato per coprire logiche anti-parlamentari. Di fatto sarebbe risolto da un riordino efficiente del sistema politico, attraverso una nuova centralità del Parlamento, una nuova responsabilizzazione dei partiti, e una riforma dell’esecutivo che anziché un inedito premierato elettivo prevedesse un cancellierato, pur sempre interno all’intreccio di logiche parlamentari e presidenziali. Insomma, attraverso una cultura politica che andasse in direzione opposta al mix di autoritarismo e populismo che oggi minaccia il Paese.