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Il pasticcio del Canale di Suez

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I governi italiani non si sono mai occupati della guerra nello Yemen, né degli Houti
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Il termine “interesse nazionale” compare raramente nel dibattito parlamentare. Il governo di centrodestra lo invoca solo parlando di immigrazione ed evocando la protezione dei confini dagli sbarchi dei profughi. Ma l’essenza della questione si decide molto più lontano dalle nostre frontiere, in uno scacchiere che spesso viene chiamato “Mediterraneo allargato”: la crisi in corso nel Mar Rosso permette a tutti di comprendere quanto sia estesa questa area. Gli attacchi della milizia Houti contro i mercantili che attraversano lo stretto di Bab el Mandeb stanno infatti paralizzando il traffico navale nel Canale di Suez e rischiano di costare molto caro alla nostra economia.

I droni del movimento fondamentalista yemenita ci hanno po…

Il termine “interesse nazionale” compare raramente nel dibattito parlamentare. Il governo di centrodestra lo invoca solo parlando di immigrazione ed evocando la protezione dei confini dagli sbarchi dei profughi. Ma l’essenza della questione si decide molto più lontano dalle nostre frontiere, in uno scacchiere che spesso viene chiamato “Mediterraneo allargato”: la crisi in corso nel Mar Rosso permette a tutti di comprendere quanto sia estesa questa area. Gli attacchi della milizia Houti contro i mercantili che attraversano lo stretto di Bab el Mandeb stanno infatti paralizzando il traffico navale nel Canale di Suez e rischiano di costare molto caro alla nostra economia.

I droni del movimento fondamentalista yemenita ci hanno portato indietro di 160 anni e adesso le petroliere e le portacontainer che collegano l’Italia all’Asia sono obbligate a fare il periplo dell’Africa, allungando il viaggio di sette-dieci giorni. Una deviazione che presto potrebbe comportare un aumento dei prezzi delle merci e del carburante ma che già adesso sta mettendo a dura prova le reti di trasporto internazionali. Dal Mar Rosso infatti transita un decimo del commercio mondiale e le ripercussioni per il nostro Paese possono essere ancora più pesanti, perché il 90 per cento delle importazioni e delle esportazioni italiane dipendono dai porti.

Come si tutela l’interesse nazionale? Con la diplomazia, con i militari e soprattutto con le alleanze. Concetti semplici e chiari, ma che richiedono grandi capacità politiche e soprattutto una visione in grado di anticipare le minacce. Diplomazia e alleanze infatti servono per prevenire le crisi, concentrando gli sforzi su quelle situazioni che possono condizionare l’intero scenario. Nel caso degli Houti, Stati Uniti ed Europa hanno fallito: non sono riusciti né a ostacolare l’ascesa al potere del movimento islamista, né a contenere la guerra civile che gli ha permesso di prendere il controllo di gran parte dello Yemen. È come se la geografia fosse stata dimenticata, ignorando quanto sarebbe stato facile poi per i guerriglieri filo-iraniani minacciare lo stretto di Bab el Mandeb - largo solo 29 chilometri - e trasformarlo nelle forche caudine del commercio globalizzato.

I militari invece entrano in scena quando le crisi ormai sono manifeste. Possono limitarsi a fare da deterrente, testimoniando la capacità di reagire alle aggressioni, o avere un ruolo attivo nella protezione dell’interesse nazionale che in questo caso è costituito dalla libertà di navigazione attraverso il Mar Rosso. Quando sono cominciati gli assalti degli Houti, nessuna cancelleria europea si è particolarmente preoccupata: forse si riteneva che gli Stati Uniti con la loro flotta avrebbero garantito la sicurezza per tutti. La realtà però, come sempre accade in Medio Oriente, è molto più complessa e gli stessi americani hanno chiesto agli alleati di schierarsi al loro fianco, visto che sono in gioco gli interessi di tutti.

I governi italiani non si sono mai occupati della guerra nello Yemen, né degli Houti. L’unico intervento è stato quello dell’esecutivo Conte per sospendere le forniture di armi ai sauditi e agli emiratini, intervenuti nel conflitto contro i miliziani sostenuti da Teheran. Ora la premier Meloni e il ministro Crosetto stanno inviando di corsa una fregata nel Mar Rosso: un’unica nave della Marina militare, che nonostante le ottime dotazioni belliche, serve soltanto a mostrare la bandiera. Neppure la portaerei Eisenhower con i suoi jet ha intimidito i ribelli islamisti e non sarà di certo la “Virginio Fasan” a farlo. La tutela di un interesse nazionale così economicamente rilevante come la libertà di navigazione verso i nostri porti richiederebbe un impegno più incisivo e un ruolo leader del nostro Paese all’interno della Ue. Perché questa emergenza ha obbligato Palazzo Chigi a riscoprire l’importanza della Difesa europea. All’imboccatura del Mar Rosso è attiva da 15 anni la più lunga e importante operazione militare della Ue, lanciata per contrastare i pirati somali. Proprio in questa spedizione - pur cooperando con la squadra mobilitata dagli Usa - andrà a inserirsi la nostra fregata. L’altra grande missione lanciata dall’Europa si chiamava Sophia ed era stata creata nel Mediterraneo per soccorrere i migranti e combattere i trafficanti: è finita per gli ostacoli posti dal ministro Salvini nel primo governo Conte. Una prova della mancanza di visione che finisce per affondare l’interesse nazionale.

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