Così l’asse populista vince la partita del Mes
di Stefano FolliIl ministro dell?economia Giancarlo Giorgetti
(ansa)Mercoledì il ministro dell’Economia, il leghista Giorgetti, ha approvato con i suoi colleghi dell’Unione il nuovo Patto di stabilità, un compromesso variamente giudicabile ma che rappresenta un passo della maggioranza di destra-centro, a guida Meloni e Salvini, in direzione dell’Europa reale e non immaginaria. Ieri quella stessa maggioranza, con l’eccezione di Forza Italia, ha votato contro la ratifica parlamentare del Mes, come dire che ha imboccato una strada del tutto opposta a quella del giorno prima. Mercoledì la Lega era il partito di Giorgetti, giovedì era quello di Borghi e Bagnai, i nemici dichiarati — e, bisogna riconoscere, sempre coerenti nella loro ideologia — del meccanismo tecnico descritto come un cappio al collo dell’Italia. Qual è il vero volto della Lega salviniana: la succursale degli estremisti euroscettici? Una centrale di opportunismo populista priva di baricentro?
Mercoledì il ministro dell’Economia, il leghista Giorgetti, ha approvato con i suoi colleghi dell’Unione il nuovo Patto di stabilità, un compromesso variamente giudicabile ma che rappresenta un passo della maggioranza di destra-centro, a guida Meloni e Salvini, in direzione dell’Europa reale e non immaginaria. Ieri quella stessa maggioranza, con l’eccezione di Forza Italia, ha votato contro la ratifica parlamentare del Mes, come dire che ha imboccato una strada del tutto opposta a quella del giorno prima. Mercoledì la Lega era il partito di Giorgetti, giovedì era quello di Borghi e Bagnai, i nemici dichiarati — e, bisogna riconoscere, sempre coerenti nella loro ideologia — del meccanismo tecnico descritto come un cappio al collo dell’Italia. Qual è il vero volto della Lega salviniana: la succursale degli estremisti euroscettici? Una centrale di opportunismo populista priva di baricentro?
Ma la vera domanda è un’altra: dov’era Giorgia Meloni? A letto con l’influenza, d’accordo: a parte questo, come sta esercitando il suo ruolo di premier? La presidente del Consiglio che ha sviluppato ottimi rapporti con Ursula von der Leyen, che ha saputo farsi ascoltare sul Pnrr (grazie all’abilità negoziale del moderato Fitto) e sta tenendo aperto un contatto riservato con il Partito Popolare europeo nella sua componente destrorsa, è la stessa che ha rifiutato il Mes e subito dopo ha chiesto altre modifiche al trattato per renderlo accettabile? Siamo oltre l’ambiguità a cui ci eravamo in un certo senso abituati. Ora siamo nei labirinti descritti da Pirandello. “Così è, se vi pare” oppure “Uno, nessuno, centomila”: il lettore può scegliere quale definizione rispecchia meglio la politica europea del governo italiano.
È probabile che non si debba andare troppo lontano per trovare la verità: una pressione della Lega, qualcuno dirà un ricatto con minaccia di spaccare la maggioranza da destra. Il cedimento della Meloni che ha scelto quel che le è sembrato il male minore: un voto sotto Natale quando la gente è distratta, e poi quanti capiscono cos’è il Mes e come funziona? Risultato, siamo l’unico paese europeo che non ha ratificato il trattato e cerca un “tempo supplementare” dopo le elezioni europee, nella speranza che il quadro generale sia allora più favorevole alle forze nazionaliste. Un azzardo nell’azzardo. La realtà dei fatti ci dice che la leader di FdI ha perso un’occasione storica per essere all’altezza dell’immagine da lei coltivata quando si parla d’Europa: una donna che parla con tutti, anche con Orbán e i suoi amici (a proposito, l’Ungheria ha da tempo approvato il trattato), ma che nella sostanza vuole costruire un centrodestra bene accetto dall’ “establishment” dell’Unione. Un “partito della nazione”, ha scritto qualche osservatore.
Oggi si può dire che la premier è lontana da quel traguardo. Anzi, la mancanza di una griglia di principi saldi si traduce nella vittoria dell’asse populista Salvini-Conte ed è questo il pericolo più grave che incombe su Palazzo Chigi. Se si pensa di esorcizzarlo attraverso i cedimenti, ci si accorgerà che questa è invece la via migliore per nutrirlo e renderlo più aggressivo. È bene sapere, del resto, che l’asse populista costituisce anche una minaccia letale incombente sulla sinistra. Il trasformista Conte, ritrovando l’antico sodale leghista, mostra al Pd quale sia il futuro che li attende. Vale poco rallegrarsi delle convulsioni del destra-centro se non si vede che lo strappo dei 5S è soprattutto una mossa contro Elly Schlein e quel che resta del riformismo. A favore del Mes si sono schierati il Pd, +Europa e i centristi da Calenda e Renzi, oltre a quel che resta di Forza Italia. È uno schieramento destinato alla sconfitta se il fronte populista trasversale mantiene la compattezza ritrovata. E se Giorgia Meloni non fa la differenza è perché cede al richiamo della foresta.