La realtà della Cassazione
di Linda Laura SabbadiniUna storica sentenza, quella della Corte di Cassazione, che stabilisce che nella definizione dell’assegno di divorzio va considerato anche il periodo di convivenza prematrimoniale “avente i connotati di stabilità e continuità”. Storica, perché ha registrato un cambiamento reale della società,e ne ha tenuto conto in termini di equità.
La convivenza prematrimoniale è sempre più sperimentata dalle coppie che si sposano, anche quelle che scelgono il rito religioso. Negli anni ‘50 e ‘60 non si arrivava all’1% di matrimoni preceduti da convivenza. Negli anni ‘70, quando è stato varato il nuovo diritto di famiglia, erano solo l’1,7% del totale. Già negli anni ‘80 si passa al 7%. Ma poi il fenomeno si diffonde sempre di più . Tra il 1990 e il 1997 …
Una storica sentenza, quella della Corte di Cassazione, che stabilisce che nella definizione dell’assegno di divorzio va considerato anche il periodo di convivenza prematrimoniale “avente i connotati di stabilità e continuità”. Storica, perché ha registrato un cambiamento reale della società,e ne ha tenuto conto in termini di equità.
La convivenza prematrimoniale è sempre più sperimentata dalle coppie che si sposano, anche quelle che scelgono il rito religioso. Negli anni ‘50 e ‘60 non si arrivava all’1% di matrimoni preceduti da convivenza. Negli anni ‘70, quando è stato varato il nuovo diritto di famiglia, erano solo l’1,7% del totale. Già negli anni ‘80 si passa al 7%. Ma poi il fenomeno si diffonde sempre di più . Tra il 1990 e il 1997 la percentuale di matrimoni preceduti da convivenza si attesta all’11,2%, nei cinque anni successivi al 21,1%, e dopo altri cinque anni al 32,7%, fino ad arrivare al 46,8% tra il 2010 e il 2015. Un cambiamento enorme.
Sembravano strani i dati Istat rilevati nel 1983 per la prima volta, perché la maggioranza delle convivenze prematrimoniali era concentrata al Sud. Ma strani non erano affatto. Rappresentavano la realtà. Misuravano un fenomeno, residuo del passato,quello delle fughe prematrimoniali, che ancora esisteva. Le cosiddette fuitine , ratti consensuali, particolarmente presenti in Sicilia, ma anche in altre regioni del Sud. I due partner, giovanissimi e di status sociale basso, andavano a convivere anche pochi giorni, dopo il rapimento da parte di lui, vero o consensuale, o per forzare la mano ai genitori che dovevano accettare le nozze o, a volte, “per finta”, per evitare il fasto delle nozze, e le relative spese.
Ma poi cominciarono a farsi strada i primi sintomi di un fenomeno diverso, la convivenza prematrimoniale, vissuta come periodo di prova dell’unione, rilevati proprio dall’Istat. Una tendenza, all’inizio minoritaria, praticata soprattutto nel Centro Nord del Paese, un modo per deformalizzare l’unione, liberandola da vincoli legali che prevedevano la legittimazione della vita in comune, solo in seguito al matrimonio. E questo avvenne di più nel Nord del Paese, dove più avanzati erano i processi di modernizzazione economica e culturale, e tra le generazioni che avevano messo in discussione il sistema di valori dominanti.
I dati mettono in risalto l’emergere di questo nuovo modello, visibile più chiaramente negli anni ‘90. La maggioranza di chi conviveva non era convinto di sposarsi all’inizio della convivenza, ma voleva sperimentare la vita in comune. Per vari anni il numero di libere unioni stimato dall’Istat si manteneva basso, intorno a 200 mila, c’era un alto tasso di ricambio. I partner convivevano e si sposavano dopo non molto tempo. Il modello che si sperimentava non era quello alternativo al matrimonio, che durava per sempre, si metteva a prova l’unione. Anche per questo erano minoritarie le coppie con figli tra le libere unioni, e ancora ci si sposava prima di fare figli.
Ma poi si è aperta una terza fase, quella della crescita quantitativa, e della “normalizzazione” delle libere unioni che dura fino adesso. Ora le convivenze sono 1 milione 669 mila, e quasi il 60% sono con figli. Dall’inizio del nuovo millennio sono più che triplicate. Una parte si trasformerà in matrimonio, ma un’altra, maggiore del passato, si sta configurando come unione stabile che potrà o meno trasformarsi in matrimonio, ma del tutto assimilabile alla vita matrimoniale. Dalla seconda metà degli anni ‘90 la durata della convivenza prematrimoniale supera i due anni, in più del 60% dei casi. E negli ultimi anni, caratterizzati dal calo della fecondità, sono proprio i nati fuori dal matrimonio gli unici a crescere, all’interno di libere unioni che si incrementano, e a una crescente “normalizzazione” del rapporto di convivenza.
La Corte di Cassazione, col suo intervento, ha colto l’essenza di questo profondo cambiamento negli stili di vita.