La sinistra insegua il primato delle idee
di Gianni CuperloCaro Direttore, al convegno recente del Pd sull’Europa il tema lo ha posto Antonio Scurati. Il senso suonava così, contro nazionalismi e populismi la sinistra non può rinunciare a coltivare la speranza, l’idea che la vita dei più possa piegare nel verso della giustizia e della dignità. Su questo giornale è stato Achille Occhetto a tornare sul concetto spiegando che quello è il solo modo di contrapporsi al ricatto delle paure. Curiosa armonia. Lo scrittore inviso alla destra perché scava nella pagina più buia del ‘900 e il leader che ha preservato il patrimonio migliore del comunismo italiano accomunati dalla medesima percezione: se il passato alimenta la nostalgia ne deriverà un contributo sterile. Al contrario se quei trascorsi non si lasciano ingabbiare da piccole patrie e rivendicazioni corporative possono aprire un diverso quadro della storia. Al fondo è sempre accaduto. Nelle svolte radicali, la Resistenza per prima, come nelle riforme che hanno inciso sulla costituzione material…
Caro Direttore, al convegno recente del Pd sull’Europa il tema lo ha posto Antonio Scurati. Il senso suonava così, contro nazionalismi e populismi la sinistra non può rinunciare a coltivare la speranza, l’idea che la vita dei più possa piegare nel verso della giustizia e della dignità. Su questo giornale è stato Achille Occhetto a tornare sul concetto spiegando che quello è il solo modo di contrapporsi al ricatto delle paure. Curiosa armonia. Lo scrittore inviso alla destra perché scava nella pagina più buia del ‘900 e il leader che ha preservato il patrimonio migliore del comunismo italiano accomunati dalla medesima percezione: se il passato alimenta la nostalgia ne deriverà un contributo sterile. Al contrario se quei trascorsi non si lasciano ingabbiare da piccole patrie e rivendicazioni corporative possono aprire un diverso quadro della storia. Al fondo è sempre accaduto. Nelle svolte radicali, la Resistenza per prima, come nelle riforme che hanno inciso sulla costituzione materiale del Paese. La politica ha trovato sponda e consenso per condizionare eventi, sentimenti, il modo di concepire libertà e diritti, quando è riuscita a saldarsi a una passione condivisa e una meta in grado di sollecitare piazze e coscienze.
Precisamente quella visione di futuro, di Paese e di mondo che Occhetto sente venuta meno e dalla quale nessuna alternativa alla destra se vuol essere credibile può astrarsi. Ora, dietro il timore di una sinistra senz’anima è bene riconoscere i due anticorpi spesi nell’ultimo trentennio per rinviare una resa dei conti col problema: la produzione febbrile di programmi e un’ansia del governo dove la tattica ha prevalso spesso sulla strategia. Diciamo che anziché alzare lo guardo su un mondo traversato da rivolgimenti negli assetti di potere, nell’influsso di scienza e tecnologie, nei conflitti economici e sociali con una lotta di classe che ha invertito le parti tra chi sfruttava e chi subiva, ci si è confinati in un programmismo esibito quale migliore conferma di una politica del fare confinando l’idealità nel limbo della retorica, ma compiendo un errore duplice. Da un lato si è sottovalutato l’impatto che quella dimensione aveva prodotto sulla mobilitazione di milioni di donne e uomini nella storia. Dall’altro si è rimosso il peso diverso acquisito da traguardi collettivi quando ottenuti col concorso dei loro beneficiari. Tra le frasi esplicite nel denunciare entrambi i limiti si è fatto spreco di formule logore in sé, “tornare nelle periferie” o “parlare di nuovo agli operai”. Riti periodici destinati all’inevitabile sensazione da italiani in gita.
Perché, a proposito di un passato da non rivangare per nostalgia, in una stagione neppure troppo remota operai e periferie non sono mai stati corpi estranei all’identità delle culture che ambivano a rappresentarli. I primi in particolare non erano solo un bacino di voti, ma un soggetto politico come tale legittimato a esprimere una visione autonoma di futuro e del governo della società. Parliamo di cose sepolte negli archivi storici? Non tutte, se una pagina recente in qualche modo si congiunge a quell’impianto è stato l’Ulivo coi suoi “Comitati per l’Italia che vogliamo”. L’incontro cercato e voluto tra mondo del lavoro, l’impresa innovativa e l’universo della cultura nei suoi snodi a partire da scuola e università. Quell’operazione fu capace di aggregare sigle e culture nello spirito di accendere dal basso energie in sonno o impegnate altrove e che la sola stesura di un decalogo del buongoverno non sarebbe riuscita a scuotere. Sta qui, oltre che nei riferimenti a una pace giusta, al contrasto a disuguaglianze indecenti o all’emergenza climatica, l’utilità del monito di Occhetto. Non credere che si possano affrontare potenza e tragedia del tempo davanti a noi rimuovendo quello scavo su opportunità e miserie che solo un pensiero condiviso può generare.
Alcune sere fa in uno dei pochi contesti televisivi sopravvissuti alla destra, Ezio Mauro e Corrado Augias hanno raccontato, nel senso letterale del termine, l’arte nobile della politica. Lo hanno fatto con la semplicità di linguaggio necessaria a spiegare dove stia oggi l’attacco più insidioso ai principi della rappresentanza. Sopra agli altri spiccava la diffidenza per il sapere, per tutto ciò che non sia una sintesi rabbiosa e rancorosa dei guasti della democrazia come descritta nelle invettive di Donald Trump, miliardario corrotto che si erge a paladino del forgotten man. Era una fotografia severa e sincera del compito in capo a un centrosinistra vincente. Non inseguire la propria ombra, piuttosto ritrovare il bandolo di una passione e identità tanto ambiziose da spronare un paio di generazioni a uscire di casa per cambiarsi la vita e con quella un pezzo di mondo. Per farlo serviranno un federatore o una federatrice? Probabilmente sì, però a individuarlo o individuarla non sarà una gara all’ultimo sondaggio. Questa volta conterà il primato delle idee. Non dico sia facile, dico solo che un’altra strada non c’è.