✕

Il caso Ferragni e la fabbrica degli influencer

Fedez e Chiara Ferragni in un murale di EvyRein a Padova

 (ansa)
I soldi misurano il modello da seguire
5 minuti di lettura

So di deludervi ma questo non è un articolo su Chiara Ferragni, se sia vittima o colpevole, per tre semplici motivi. Primo: non so quasi nulla di Chiara Ferragni se non quello che è impossibile evitare, non ho neanche visto la serie, non possiedo e non desidero accessori con l’occhio sbarrato, non l’ho mai incontrata dunque non la conosco, non ho foto con lei. Secondo: non essendo giudice né prete non ho titoli per condannare o assolvere in questo o in altri mondi, di sentenze sommarie e linciaggi mediatici non mi pare si senta ulteriore bisogno, ne siamo tutti a turno investiti anche il ragazzo laggiù nell’ultimo banco. Dura tre giorni o tre settimane, dipende da quanto sei popolare, poi passa. Arriva un bersaglio fresco, decadi. Terzo: non mi interessa. Certo potrei esprimere un’opinione come chiunque mi pare abbia già fatto, ma non trovo che sia lei il tema: quello che ha fatto, quel che è accaduto poteva e può succedere a chiunque altro miliardario famosissimo, se siamo tutti d’ac…

So di deludervi ma questo non è un articolo su Chiara Ferragni, se sia vittima o colpevole, per tre semplici motivi. Primo: non so quasi nulla di Chiara Ferragni se non quello che è impossibile evitare, non ho neanche visto la serie, non possiedo e non desidero accessori con l’occhio sbarrato, non l’ho mai incontrata dunque non la conosco, non ho foto con lei. Secondo: non essendo giudice né prete non ho titoli per condannare o assolvere in questo o in altri mondi, di sentenze sommarie e linciaggi mediatici non mi pare si senta ulteriore bisogno, ne siamo tutti a turno investiti anche il ragazzo laggiù nell’ultimo banco. Dura tre giorni o tre settimane, dipende da quanto sei popolare, poi passa. Arriva un bersaglio fresco, decadi. Terzo: non mi interessa. Certo potrei esprimere un’opinione come chiunque mi pare abbia già fatto, ma non trovo che sia lei il tema: quello che ha fatto, quel che è accaduto poteva e può succedere a chiunque altro miliardario famosissimo, se siamo tutti d’accordo che questo è il campo di gioco.

Se la regola è che bisogna sgominare i concorrenti, turlupinare gli allocchi allo scopo supremo di fare molti soldi. Perché se hai soldi allora sei un esempio, il modello da seguire. La regola è, insomma, che la ricchezza è la misura del successo e non importa come hai fatto fortuna (vendendo, in questo caso: facendo pubblicità) conta solo che tu li abbia, i soldi: lì, allora, massimo rispetto, copertine e omaggi degli intellettuali perché caspita, che bravura, guarda che fatturato quanti dipendenti. Imprenditrice geniale. Sì, ma quando qualcosa o qualcuno ha successo è come nel tango, it takes two, bisogna essere in due: chi vende e chi compra. Il prodotto, chiamiamolo così anche quando il prodotto sei tu che vendi, raggiunge trenta milioni di persone se ci sono trenta milioni di persone disposte a desiderarlo. Quindi è cosa genera consenso, il tema interessante: ci dice chi siamo noi, non chi è lei. (Anche per le menzogne, per le truffe bisogna essere in due: chi ci prova e chi ci crede. Anche in quel caso la responsabilità, cosa diversa dalla colpa, è da spartire a metà: perché io posso anche provare a venderti la luna ma tu devi essere così babbeo da credere che la luna sia in vendita. Ed essere babbei non è una condizione di natura, se non in davvero minima ed emendabile parte: è un fatto di cultura, di sapere, di sforzo di conoscenza e di ricerca. Puoi sempre dubitare e informarti sui rogiti notarili in fatto di compravendita di lune o chiedere a un docente di astrofisica quante ne restino disponibili, se solo sai farlo. Il lavoro culturale, l’unico potere di cui disponiamo, è tuttavia tremendamente sottovalutato come arma di difesa. Che peccato).

Dunque, tornando da capo, questo è un articolo su come siano cambiati in così poco tempo i simboli i comandamenti e i valori, e siccome e non vorrei essere troppo noiosa lo farò per aneddoti, portando qualche esempio.

L’altro giorno ho conosciuto una ragazza di 25 anni che cambia le pellicole ai telefoni nel negozio di accessori della sua famiglia, a Napoli. Ha 7 milioni di followers su TikTok. Sono andata a vedere. Cambia le pellicole ai telefoni. È stata premiata come eccellenza imprenditoriale, difatti apre al Nord suoi punti vendita, dunque intervistata sul palco. Cosa fai, le hanno chiesto. “Niente, vendo accessori per telefoni”. Com’è umile, hanno applaudito. Ma da cosa dipende il tuo successo? “Non so, dovreste domandarlo al pubblico che mi segue”. Una ragazza adorabile. Chiedo allora a voi, sette milioni: da cosa dipende la vostra passione per il cambio di pellicole?

Sulla truffa eventuale: se il tuo ramo d’impresa è comunicare allo scopo di vendere e trarne profitto, allora quello fai. Vendi, ti assicuri il profitto, comunichi in modo che le genti te lo procaccino. Non vedo l’errore, è tutto chiaro: se in una operazione di beneficenza c’è scritto ADV, che come anche i bambini sanno è la sigla inglese per dire pubblicità (sei obbligato per legge, a metterla, quando stai facendo un’operazione commerciale) allora quella è pubblicità, non beneficenza. C’era scritto. Qualcuno ne ha tratto profitto? È il suo lavoro. Vi sentite ingannati perché avete creduto che fosse un bel gesto? Non avete letto.

Sulla capacità di verificare le informazioni. Devo darvi la brutta notizia che non basta googlare. Per anni, su Wikipedia, nella mia bio c’era scritto che sono la prima moglie di Mario Draghi. Poi è scomparso non so per mano di chi, forse quando Draghi è diventato presidente del Consiglio il suo staff ha provveduto. Io non sono capace di completare un formulario in tre passi, on line, figuriamoci entrare nella sala macchine di Wikipedia. Ho pensato pazienza, che vuoi che sia, chi vuole sapere si informa. Ma sbagliavo, mi ha insegnato di recente una professoressa dell’Internet. La gente non è tenuta a informarsi, sei tu che sei tenuta a fagli ogni giorno un bignamino. Guarda come cambiano i tempi. Io pensavo: le cose successe sono lì, restano. Chi sei e cosa hai fatto nella vita se uno lo vuole sapere lo sa. Invece no. La gente ti giudica per il fatto del giorno, mi ha sillabato la medesima prof del web. Se non gli fornisci un quotidiano sintetico schemino su te stessa è colpa tua che non ti sai presentare, non loro. Annoto, però penso: anche voi, santa pace. Non dico che dovete decifrare la stele di Rosetta, ma un’occhiata al sito Treccani, dico per esempio. Ci sono fonti certe, altre meno. Dai, che si può fare.

In una discussione pubblica qualche giorno fa ho osservato che non mi pare che Elon Musk sia da portare ad esempio solo perché è l’uomo più ricco del mondo e ha fatto cose. Dipende da come hai fatto i soldi e da quali cose hai fatto, il tuo valore. Anche un killer di mafia fa cose. Anche un falsario fa soldi. Mi hanno risposto essere ricchi non è un difetto. Naturalmente no, è un auspicio per tutti. Il valore della ricchezza però dipende da come l’hai ottenuta: non è quanto hai, è cosa hai fatto per ottenerla.

Sono stata bambina in un tempo in cui parlare di soldi era considerato volgare. È sbagliatissimo, perché finisci per non pretendere di essere pagata per quanto vali, essendo — in questo mondo — il denaro la misura del valore. Nel tempo mi sono corretta e ho preteso. Ma c’è qualcosa di buono nell’insegnamento di non farsi ingannare dalla ricchezza e non dipenderne. La libertà, difatti, consiste anche in questo. Non avere soggezione dei soldi. Chiedersi sempre sì, ma cosa hai fatto? Qual è il tuo talento, al di là del tuo interesse?

La beneficenza si faceva in silenzio. Non si diceva assolutamente, era vergogna dirlo.

Dai soldi non dipendevano né la salute né la felicità. Difatti il mondo è pieno di persone ricchissime che si ammalano, di persone ricchissime depresse, afflitte da insonnia alcolismo e altre dipendenze. Persone ricchissime bellissime e famosissime, Marilyn per dire la capitale, infelici. In questo Fedez fa, di suo e non in quanto marito, un’attività meritoria: lo dice.

Quando ero piccola le maestre avevano sempre ragione. Si andava tutti alle scuole pubbliche: in quelle private andavano i figli di strani personaggi di passaggio o i meno dotati della locale progenie, quelli che alle pubbliche sarebbero stati bocciati ma alle private, col pagare, sai. Naturalmente non è più così, parlo del passato, abbassate i fucili. Comunque. Le maestre delle scuole pubbliche, con le quali le famiglie erano sempre d’accordo, insegnavano che chiedere scusa non basta. Puoi sbagliare una volta. Se insisti nell’errore vai in punizione e vediamo se impari. A casa la punizione era doppia. Non c’erano chat a tutela dello stress dei piccini. Non c’erano madri promoter, concorrenti in popolarità, agenti. <CF2002>Bellissima</CF>, Luchino Visconti Anna Magnani, era un film drammatico: una tragedia di sapore greco, avere la madre sponsor.

Intendo: il mondo com’è, fatto così come funziona — con i soldi al vertice il consenso, che se hai followers ti danno un ente lirico o una collana editoriale da dirigere — lo abbiamo scritto noi. Gli onesti sono gente triste, abbiamo deciso. Chi pensa al bene comune e non al suo è un ridicolo buonista. Essere buoni ma poveri, difatti, è penoso. Un astuccio con l’occhio sbarrato costa un mese di stipendio di chi non accede al salario minimo, del resto inviso al nuovo governo. Ma questa è retorica, certo. Scansiamola. Volevo solo dire: la colpa, se vogliamo parlare di colpa, di chi asseconda le regole di questo gioco non è solo di chi lo gioca al suo meglio. È, altrettanto, di chi le ha stabilite, di chi le applaude. È di chi ci prova quanto di chi ci sta. A volerlo cambiare, questo mondo, occupiamoci di noi — non di lei.

Leggi i commenti