✕

Medio Oriente, quel buio a Betlemme

In questo periodo la città della Cisgiordania ha sempre ospitato migliaia di visitatori. Ma quest’anno non è così
2 minuti di lettura

C’è un punto sul pavimento della Chiesa della Natività dove una stella d’argento con quattordici punte, posta dai Francescani e custodita dagli Ortodossi, incastonata tra i marmi dell’altare, segna, in accordo con la tradizione, il luogo dove è nato Gesù.

Qui Abuna Hanna ha celebrato per anni ben quattro servizi nelle prime ore del mattino del giorno di Natale. Il limite di 25 minuti per ogni celebrazione è una delle tante restrizioni, appartenenti a quello che è noto come status quo, che regnano in questa chiesa da più di 150 anni. Hanno lo scopo di governare la pace in un labirintico tempio di preghiera che è sacro per le chiese cattoliche e ortodosse orientali.

In questo periodo Betlemme ha sempre ospitato migliaia di visitatori, ma quest’anno non è così. Raggiungere le città della Cisgiordania è diventato quasi impossibile e Betlemme si è preparata a un Natale senza le luci e senza l’albero che di solito svetta sulla Piazza della Mangiatoia.

È previsto un buco di 200 milioni …

C’è un punto sul pavimento della Chiesa della Natività dove una stella d’argento con quattordici punte, posta dai Francescani e custodita dagli Ortodossi, incastonata tra i marmi dell’altare, segna, in accordo con la tradizione, il luogo dove è nato Gesù.

Qui Abuna Hanna ha celebrato per anni ben quattro servizi nelle prime ore del mattino del giorno di Natale. Il limite di 25 minuti per ogni celebrazione è una delle tante restrizioni, appartenenti a quello che è noto come status quo, che regnano in questa chiesa da più di 150 anni. Hanno lo scopo di governare la pace in un labirintico tempio di preghiera che è sacro per le chiese cattoliche e ortodosse orientali.

In questo periodo Betlemme ha sempre ospitato migliaia di visitatori, ma quest’anno non è così. Raggiungere le città della Cisgiordania è diventato quasi impossibile e Betlemme si è preparata a un Natale senza le luci e senza l’albero che di solito svetta sulla Piazza della Mangiatoia.

È previsto un buco di 200 milioni di dollari entro la fine dell’anno, un duro colpo per l’economia. Festeggiare sarebbe tuttavia insostenibile in un momento di tale sofferenza per i palestinesi di Gaza, ha detto il sindaco Hana Haniyeh.

Le strade di Betlemme sono deserte e buie. A lato dell’altare, nella chiesa evangelica luterana, il bambino Gesù è stato avvolto in una kefiah a scacchi bianchi e neri e disteso su un mucchio di macerie. “A Gaza Dio è sotto le macerie”, ha scritto Isaac Munther, pastore cristiano palestinese della chiesa luterana. “Se Cristo nascesse oggi, nascerebbe sotto le macerie. Vediamo la sua immagine in ogni bambino ucciso e in ogni bambino tirato fuori dal mucchio di detriti”.

C’è un senso di avvilimento e di perdita nelle voci di questi preti, che in tanti conoscevamo per il coraggio, la tempra e quella vivida luce negli occhi, di incoraggiamento anche nei momenti più difficili.

È una desolazione che va oltre il dolore per la morte dei bambini e delle persone a Gaza: si percepisce un senso di umiliazione e di oltraggio alla dignità, uno smarrimento spirituale oltre che umano.

Anche Dio è morto a Gaza, ripete il reverendo Isaac con la voce che gli si spezza. Ed è una verità teologica: il Dio cristiano, che si fa compagno della sofferenza umana, muore con chi muore.

Non è da meno la desolazione di chi è laico. Ciò che si è consumato e continua a consumarsi a Gaza ha superato la dimensione della violenza confinata al solo popolo palestinese.

È una lacerazione più profonda, più ampia, è lo sfiguramento dei valori che proteggono l’umanità cui tutti noi apparteniamo, è il disconoscimento della dignità umana come sacra, inviolabile e universale.

La piccola comunità cristiana di Gaza, dal canto suo, vive in ciò che resta della chiesa greco-ortodossa di San Porfirio. Sono stipati in trecento in una grande sala, qualcuno dice “siamo diventati una famiglia allargata”. Condividono l’orrore, il terrore, la fame, le malattie e un unico bagno, ma anche le speranze e il sogno di poter vivere in pace.

Quest’anno non hanno nulla da festeggiare, si raccolgono a pregare, nella speranza che fuori dall’inferno che Gaza è diventata tanti altri intonino la stessa preghiera.

Quel dubitare, quel tentennare, quell’usare cautela, colpevoli fin dai primi giorni dei bombardamenti a Gaza, sono stati una imperdonabile assunzione di responsabilità.

Anziché affidare i crimini di Hamas alle corti di giustizia, la comunità internazionale è stata ed è tuttora disposta a punire per Hamas i palestinesi, macchiandosi moralmente di colpe che avranno ricadute devastanti ben al di là della sola popolazione palestinese.

Si è persa l’umanità. Anche lei questo Natale giace insieme a Dio, sotto le macerie di Gaza. Non le auguriamo certo di riposare in pace. Urge che si rialzi questa umanità, si imponga, risorga, riscopra e riaffermi i propri valori, i codici del diritto, riconoscendo quando è doveroso farlo le proprie colpe.

Troppo spesso nella storia, anche recente, questo non è avvenuto con la conseguenza di aggiungere ai crimini il reato di non averli condannati.

Invece che piangere le morti ingiuste e inutili, vorremmo celebrare le nascite: dovrebbe essere così in ogni giorno dell’anno. È ciò che porta gioia, di solito, a Natale.

Leggi i commenti