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Copyright, se il New York Times sfida OpenAI in tribunale

La battaglia davanti ai magistrati, oggi negli Usa, domani in Europa e in Italia, avrà come arena proprio le “porzioni limitate” di diritto di autore
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Se chiedete ai chatbot dell’Intelligenza Artificiale di comporre un editoriale con lo stile del fondatore di questo giornale, Eugenio Scalfari, o un’analisi alla Ugo “Misha” Stille, direttore del Corriere della Sera, otterrete un testo di perfetta mimesi, a patto di lavorare sui prompt, le richieste agli algoritmi, con paziente intelligenza. Se sognate invece un romanzo artificiale di Calvino, Eco o Virginia Woolf, di nuovo prompt originali a raffica vi lasceranno stupiti dall’efficacia dei risultati.

Potenza e ubiquità dei chatbot AI, dopo il lancio di ChatGpt di OpenAI e Microsoft Copilot, forzano adesso il New York Times a rompere gli indugi e portare le due corporation in tribunale negli Usa, accusandole di utilizzare articoli del gruppo per i propri sistemi, senza pagare, in modo adeguato, copyright, servizi dei giornalisti, impegno delle redazioni.

Per mesi, New York Times, Microsoft e OpenAI hanno condotto invano trattative serrate per trovare l’accordo, e la rottura, accolta d…

Se chiedete ai chatbot dell’Intelligenza Artificiale di comporre un editoriale con lo stile del fondatore di questo giornale, Eugenio Scalfari, o un’analisi alla Ugo “Misha” Stille, direttore del Corriere della Sera, otterrete un testo di perfetta mimesi, a patto di lavorare sui prompt, le richieste agli algoritmi, con paziente intelligenza. Se sognate invece un romanzo artificiale di Calvino, Eco o Virginia Woolf, di nuovo prompt originali a raffica vi lasceranno stupiti dall’efficacia dei risultati.

Potenza e ubiquità dei chatbot AI, dopo il lancio di ChatGpt di OpenAI e Microsoft Copilot, forzano adesso il New York Times a rompere gli indugi e portare le due corporation in tribunale negli Usa, accusandole di utilizzare articoli del gruppo per i propri sistemi, senza pagare, in modo adeguato, copyright, servizi dei giornalisti, impegno delle redazioni.

Per mesi, New York Times, Microsoft e OpenAI hanno condotto invano trattative serrate per trovare l’accordo, e la rottura, accolta da un +2,85% a Wall Street per il quotidiano, ha colpito mercati e osservatori, strappo che condizionerà i media internazionali.

AI divora, trasformandoli in dati, intere biblioteche, emeroteche custodi di storiche pubblicazioni, contenuti online e poi redige testi ad hoc, dopo avere addestrato i propri algoritmi a predire i contenuti desiderati.

I critici lamentano mancanza di originalità, ma cronisti, scrittori, artisti che operano con AI ogni giorno ribattono che i prodotti dei Large Language Models, Llm, progrediscono in qualità, presto capaci di offrire servizi, rubriche, immagini, audio e video.

Al New York Times osservano che il giornalismo di qualità, cruciale in democrazia, va in affanno se la sua riserva di informazioni viene ingerita dai chat e poi riofferta sul mercato a prezzi stracciati.

Mathias Döpfner, editore di Axel Springer, nell’annunciare un accordo per i contenuti con OpenAI, notava: «Gli Llm possono distruggere giornalismo e testate». Altri contratti sono stati stilati via via con Associated Press, Politico, Business Insider per uso AI di contenuti originali, mentre in Italia manca un accordo quadro con le piattaforme e si teme la ripetizione dell’errore di una generazione fa, quando i giornali si lasciarono invadere dal web, senza comprenderne per miopia e provincialismo, o regolarne, la rivoluzione.

La scelta del Times segnala dunque un passo diverso, anticipato da altri brand di contenuti. Lo scorso febbraio Getty Images ha querelato la compagnia artistica Stability AI per l’uso, considerato abusivo, delle proprie immagini e anche l’autore della saga Trono di Spade, George RR Martin, ha citato in tribunale OpenAI per l’uso dei suoi romanzi, con altre firme di bestseller, John Grisham, David Baldacci, Jonathan Franzen, attrici come Sarah Silverman, l’artista dei videogame Grzegorz Rutkowski, persuasi che AI si nutra illegalmente del loro lavoro. Wall Street Journal ha in corso trattative con le piattaforme per congrui pagamenti.

OpenAI e Microsoft non hanno ancora replicato al Times, ma tradizionalmente la loro strategia è appellarsi alla dottrina legale Usa del fair use, analoga al diritto di citazione previsto dalla Convenzione di Berna sul copyright del 1882: “Si possono usare porzioni limitate di testo, inclusi virgolettati, da commenti, critiche, cronache, reportage, saggi accademici”.

La battaglia davanti ai magistrati, oggi negli Usa, domani in Europa ed Italia, malgrado l’AI Act della Ue che entrerà in vigore, dicono, nel 2026, avrà come arena proprio quelle “porzioni limitate” di diritto di autore. Per testate, autori ed artisti l’AI eccede nel foraggiare i propri sistemi Llm, per OpenAI e Microsoft resta nei limiti.

La giurista Inyoung Cheong, Washington University, prevede «un decennio di battaglie legali» e serve dunque che politica, diritto, editori, giornalisti, piattaforme e università si attrezzino perché tecnologia e ricerca AI non siano frustrate, ma senza avvilire la ricchezza del dibattito nelle nostre opinioni pubbliche, lasciandolo esposto al populismo e alla disinformazione rabbiosa promosse da algoritmi affamati di clic. Non è partita di Borsa fra corporation, è referendum sul destino delle società aperte.

Threads @gianniriotta

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