Il Pd e i moderati, Elly Schlein al bivio
di Carmelo LopapaRoma, 21 dicembre: Elly Schlein alla Camera durante la discussione sul Mes
(ansa)C’è una prateria che si staglia all’orizzonte del Partito democratico alla vigilia di un anno decisivo, quale sarà il 2024 delle Europee. Ma non è affatto detto che il gruppo dirigente della principale forza di centrosinistra l’abbia avvistata, che ne sia davvero consapevole e che sia in grado quindi di cogliere l’opportunità alla portata.
Forza Italia è caduta nel prevedibile buco nero del post berlusconismo, soverchiata ormai dai sovranismi con venature antieuropeiste dei suoi alleati di governo, come dimostrano la clamorosa bocciatura del Mes e i ricatti diplomatici della premier Meloni ai partner dell’Unione nella trattativa sul Patto di stabilità.
Al contempo, il progetto terzopolista di Renzi e Calenda ha rivelato quanto i buoni propositi possano rivelarsi velleitari e fallire miseramente, se finiscono alla mercé di egocentrismi e protagonismi esasperati.
E allora eccola la grande occasione di Elly Schlein. Ha la forma e la consistenza smisurata del blocco elettorale dei mo…
C’è una prateria che si staglia all’orizzonte del Partito democratico alla vigilia di un anno decisivo, quale sarà il 2024 delle Europee. Ma non è affatto detto che il gruppo dirigente della principale forza di centrosinistra l’abbia avvistata, che ne sia davvero consapevole e che sia in grado quindi di cogliere l’opportunità alla portata.
Forza Italia è caduta nel prevedibile buco nero del post berlusconismo, soverchiata ormai dai sovranismi con venature antieuropeiste dei suoi alleati di governo, come dimostrano la clamorosa bocciatura del Mes e i ricatti diplomatici della premier Meloni ai partner dell’Unione nella trattativa sul Patto di stabilità.
Al contempo, il progetto terzopolista di Renzi e Calenda ha rivelato quanto i buoni propositi possano rivelarsi velleitari e fallire miseramente, se finiscono alla mercé di egocentrismi e protagonismi esasperati.
E allora eccola la grande occasione di Elly Schlein. Ha la forma e la consistenza smisurata del blocco elettorale dei moderati italiani, partito senza partito, magma nel mare ormai profondo dell’astensionismo, figlio maturo e orfano di una rappresentanza politica.
Nonostante il corteggiamento di Giorgia Meloni, che puntualmente cade e cede al richiamo irresistibile della sua foresta, fatta di decisionismo, autoritarismo e di politiche orbaniane più che conservatrici.
La segretaria Schlein, come raccontato da Lorenzo De Cicco su questo giornale, sta lavorando al lancio di una “fase due”, per catturare le simpatie e magari i voti di quell’area smarrita quanto vasta. Come? Inserendo degli imprenditori nelle liste elettorali per le Europee, andando in tour per i distretti industriali del Paese e ascoltando le istanze delle categorie produttive. Giusto. Sarà lecito tuttavia dubitare che la ricetta sia sufficiente e che possa rivelarsi alla fine vincente.
Perché se vuoi davvero conquistare il consenso del grande ceto medio che in questo Paese produce e traina l’economia, che paga le tasse e dà lavoro, allora devi essere in grado di offrire proposte e politiche economiche convincenti ed efficaci.
Devi saper declinare i tuoi programmi al linguaggio e ai codici assai concreti con cui l’imprenditoria e il ceto medio parlano: sgravi fiscali, incentivi agli investimenti e alle assunzioni, forme di detassazione compatibili con la tenuta dei conti. E poi sviluppo, crescita, insomma futuro.
Ben vengano le campagne per il salario minimo, per una sanità che garantisca tutti, per i diritti civili di ogni arcobaleno possibile. Ma viene da chiedere: qual è l’idea di crescita economica elaborata dalla segretaria Elly Schlein? E quella di fisco? Quale sarà il piano economico del Partito democratico?
Mario Draghi ha puntato la bussola sulla transizione ecologica, sull’innovazione tecnologica, sulla crescita compatibile. Quali sono le linee guida della leader dem? E chi consiglia e chi suggerisce la giusta strategia a Schlein?
All’assemblea Pd a Roma si sono cimentati ex premier come Romano Prodi e Enrico Letta. Potrebbero essere ottimi punti di riferimento, per iniziare. Gli italiani devono capire cosa c’è nell’agenda politica e, appunto, economica della leader dell’opposizione.
Il vento di novità, la freschezza politica, il movimentismo fuori dagli schemi e dai palazzi da soli non bastano per uscire dal cliché nel quale la destra vorrebbe relegarla, quella della radical chic capace di parlare solo all’elettorato di sinistra.
Dalla sua, la segretaria ha un vantaggio non indifferente. Gli avversari sono ancorati a uno statalismo novecentesco, così Meloni come Salvini. Lontani da qualsiasi prospettiva liberista: paradossalmente, più liberale di loro era l’anziano Silvio Berlusconi. Lei adesso può e deve osare oltre il recinto dell’appartenenza, pur tenendo fede ai valori di riferimento.
Tra poche settimane la leadership Schlein raggiunge la boa del primo anno, speso per ridefinire e consolidare un’identità del Pd centrata sui temi cari alla sinistra, dalla lotta alle diseguaglianze ai diritti dei lavoratori. Insomma, a puntellare una constituency che forse si era sgretolata.
È stata un’opera meritoria, che ha consentito al partito di non perdere altri consensi. Ma ci sarà un motivo se da aprile ad oggi i sondaggi lo inchiodano attorno a uno stantio 19 per cento, non un punto di più. Manca forse lo slancio, il colpo di reni indispensabile se si vuole superare almeno a giugno la fatidica asticella del 20.
Soprattutto, se si vuole uscire dalla comfort zone identitaria e proporsi, fin dall’indomani delle Europee, per la guida autorevole e credibile di un Paese che qualcuno sta tentando di trascinare alla deriva orientale del Continente.