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Riforme, la Carta senza il popolo

(ansa)

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Se trasformi la Costituzione in un testo logorroico, se la infarcisci di promesse irrealizzabili, allora ne svilisci l’autorità, il prestigio
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La Costituzione è uno specchio, vi si riflette l’identità d’un popolo. Sempre che ci sia, il popolo. E sempre che abbia un’identità comune, condivisa. Non è il nostro caso.

Le prove? Basta rievocare l’esperienza degli ultimi quattro decenni, lo sforzo prolungato di ritagliarci una nuova identità cambiando i connotati della Carta, una volta su impulso della destra, un’altra volta con un vessillo di sinistra.

Oppure basta mettere in fila i progetti di revisione costituzionale firmati dai nostri rappresentanti in Parlamento durante questo primo scorcio della legislatura: 94, crepi l’avarizia.

Non solo il premierato, madre di tutte le riforme. C’è pure la figlia, la nipote, la zia. E c’è soprattutto l’ambizione d’iscrivere il proprio nome nella Carta del 1947, seguendo l’esempio di Xi Jinping, che dal 2017 campeggia nella Costituzione del Pcc.

Ne è capofila Fabio Rampelli, deputato di Fratelli d’Italia, che chiede di costituzionalizzare Fratelli d’Italia, l’Inno di Mameli.

Sulla sua scia …

La Costituzione è uno specchio, vi si riflette l’identità d’un popolo. Sempre che ci sia, il popolo. E sempre che abbia un’identità comune, condivisa. Non è il nostro caso.

Le prove? Basta rievocare l’esperienza degli ultimi quattro decenni, lo sforzo prolungato di ritagliarci una nuova identità cambiando i connotati della Carta, una volta su impulso della destra, un’altra volta con un vessillo di sinistra.

Oppure basta mettere in fila i progetti di revisione costituzionale firmati dai nostri rappresentanti in Parlamento durante questo primo scorcio della legislatura: 94, crepi l’avarizia.

Non solo il premierato, madre di tutte le riforme. C’è pure la figlia, la nipote, la zia. E c’è soprattutto l’ambizione d’iscrivere il proprio nome nella Carta del 1947, seguendo l’esempio di Xi Jinping, che dal 2017 campeggia nella Costituzione del Pcc.

Ne è capofila Fabio Rampelli, deputato di Fratelli d’Italia, che chiede di costituzionalizzare Fratelli d’Italia, l’Inno di Mameli.

Sulla sua scia i colleghi di Südtiroler Volkspartei, alfieri delle minoranze linguistiche: vogliono correggere la composizione della Corte costituzionale, affinché vi siano rappresentate le minoranze linguistiche (quelle riconosciute sono 12, per ospitarle tutte serviranno lavori edilizi alla Consulta).

Mentre il romano Gasparri pretende un articolo su Roma capitale, e mentre il sardo Cappellacci propone che la Sardegna diventi zona franca, anche se in Italia le aree con un regime fiscale e doganale di vantaggio sono già 8, e fra queste c’è pure la Sardegna.

Insomma: un popolo, mille bandiere. E altrettante categorie professionali, ciascuna delle quali reclama un posto al sole. A partire dagli avvocati, la pattuglia più nutrita in Parlamento: 114, quasi un quinto del totale.

E infatti da Rossomando (Partito democratico), a Pittalis (Forza Italia), a Dori (Alleanza Rossoverde), tutti concordi: serve una norma sugli avvocati, nero su bianco nella Costituzione.

Ma tutti d’accordo pure sull’idea di proteggere — con un’altra norma costituzionale — le vittime dei reati, benché in questi giorni l’argomento sia oggetto di polemiche fra maggioranza e opposizione.

Eppure s’incontrano proposte d’analogo tenore da parte di Parrini, Giorgis, De Maria (Pd), Cirielli, Balboni, Iannone (FdI), Marton (M5S), Zanuella e De Cristofaro (Avs).

Convergenze insospettabili, come d’altronde è già avvenuto rispetto a talune riforme timbrate a voti unanimi dal nostro Parlamento. Quella sulla tutela dell’ambiente (nel 2022), benché la Consulta ne riconoscesse il valore costituzionale fin dagli anni Ottanta. Quella sullo sport (nel 2023), firmata da monsieur de La Palice: l’attività ginnica fa bene alla salute.

Da qui il trionfo dell’ovvio, da qui un corteo di ridondanze, di norme inutili o pleonastiche. I costituenti ne sarebbero rimasti sconcertati, loro che usarono la parsimonia per distillare le parole della Carta. Proteggendo con norme generali le categorie più deboli, senza bisogno d’elencarle una per una. Ma a spigolare fra i progetti dei ri-costituenti, s’annega viceversa in un catalogo senza capo né coda.

Così Dara (Lega) vuole tutelare l’identità digitale delle persone. Fede (M5S) chiede d’introdurre la tutela degli anziani, benché lo faccia già l’articolo 38. Gelmini (Azione) e Gusmeroli (Lega) si concentrano sui diritti dei contribuenti. Basso (Pd) sui diritti dei consumatori. Cataldi (M5S) desidera una norma costituzionale contro lo «sfruttamento dell’altrui stato di bisogno».

Boldrini (Pd) spinge per l’equilibrio di genere, peraltro già protetto attraverso le modifiche agli articoli 51 e 117, varate all’inizio del millennio. Foti (FdI) pretende un limite alla pressione fiscale. Morassut (Pd) vuole che la Costituzione s’occupi delle periferie urbane.

La centrista Biancofiore insiste sul riconoscimento delle radici giudaico-cristiane. Fregolent (Iv) propone di semplificare le procedure autorizzative delle grandi infrastrutture (con norme iscritte nella Costituzione, non nel Codice degli appalti). Donato (Pd) prospetta un’Autorità nazionale per i diritti umani, da regolare attraverso l’articolo 100-bis: 9 commi e 900 parole.

Ecco, le parole. Se bastasse dirlo in una legge, che l’uomo può volare, saremmo tutti aquile. Ma se trasformi la Costituzione in un testo logorroico, se la infarcisci di promesse irrealizzabili, allora ne svilisci l’autorità, il prestigio.

Le leggi inutili indeboliscono quelle necessarie, diceva Montesquieu. Ed è esattamente questa la ragione che sta fiaccando la legge fondamentale dello Stato: perché si è infiacchita l’unità degli italiani, il senso stesso del nostro stare insieme.

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