Femminicidio, la parola che dà l’allarme
di Chiara ValerioRoma, 25 novembre: la manifestazione contro la violenza sulle donne
(ansa)La parola del 2023 secondo Treccani è femminicidio. Valeria della Valle — che con Giuseppe Patota dirige il Vocabolario Treccani — ha spiegato in una nota che la presenza della parola femminicidio sulla stampa e sui libri di saggistica si è fatta più rilevante “fino a configurarsi come una sorta di campanello d’allarme che segnala, sul piano linguistico, l’intensità della discriminazione di genere”.
Quando Michela Murgia, mi diceva e, soprattutto, scriveva che la parola femminicidio non indica il sesso della morta, ma il motivo per cui è stata uccisa e aggiungeva che la parola femminicidio non segnala solo che qualcuno è stato ammazzato, ma pure il perché è stato ammazzato, io non le credevo.
Eccepivo che essere umano viene prima di qualsiasi distinzione di genere, sesso, razza e religione, che la vita viva precede la vita felice o la vita infelice, la vita delle donne e degli uomini, dei vecchi e dei bambini, di coloro che ci piacciono e degli altri che sono pure la maggioranza, biso…
La parola del 2023 secondo Treccani è femminicidio. Valeria della Valle — che con Giuseppe Patota dirige il Vocabolario Treccani — ha spiegato in una nota che la presenza della parola femminicidio sulla stampa e sui libri di saggistica si è fatta più rilevante “fino a configurarsi come una sorta di campanello d’allarme che segnala, sul piano linguistico, l’intensità della discriminazione di genere”.
Quando Michela Murgia, mi diceva e, soprattutto, scriveva che la parola femminicidio non indica il sesso della morta, ma il motivo per cui è stata uccisa e aggiungeva che la parola femminicidio non segnala solo che qualcuno è stato ammazzato, ma pure il perché è stato ammazzato, io non le credevo.
Eccepivo che essere umano viene prima di qualsiasi distinzione di genere, sesso, razza e religione, che la vita viva precede la vita felice o la vita infelice, la vita delle donne e degli uomini, dei vecchi e dei bambini, di coloro che ci piacciono e degli altri che sono pure la maggioranza, bisogna dire omicidio — chiudevo la mia arringa maestosa e illuminista –, bisogna dire omicidio perché sia detto, a voce sempre più alta, che non si uccide.
Ovviamente, aveva — e avrà — ragione Michela Murgia alla quale le questioni astratte non interessavano.
Le interessava identificare e tentare di risolvere i problemi. E questo rimane un grande monito adesso che non posso più parlarle dall’altezza infantile della mia presunzione.
Il femminicidio non è questione astratta, è la pratica attraverso la quale il sistema che chiamiamo società civile ed è formato e sostenuto da uomini e donne punisce i deboli, gli irregolari, i non conformi. Dove debole, irregolare e non conforme significa il contrario di maschio bianco eterosessuale. E dove il debole, irregolare e non conforme più diffuso è la donna.
Le vittime concrete di questa pratica sono dunque le donne che, dall’inizio dell’anno 2023 e, direi, del tempo, vengono uccise, le vittime astratte di questa pratica siamo noi. Tutti noi.
Con un problema che, nel nostro essere vittime astratte sottovalutiamo — i maschi bianchi eterosessuali, fuori e dentro di noi, di più, ma dicono “non si può dire niente/non si può fare niente” — e, con questa sottovalutazione, contribuiamo al fatto che i femminicidi crescano quasi indisturbati, le misure, già lasche, si rivelino prima inefficaci e poi inutili.
Elena Cecchettin, dal giorno in cui è morta sua sorella Giulia, ribadisce col corpo e le parole che se è successo a Giulia, può succedere a tutte. Se Giulia Cecchettin è morta, tutte siamo a rischio e se siamo salve è per caso o fortuna, per una serie ininterrotta di gesti riusciti. Se caso e fortuna sono dirimenti allora la società che abbiamo costruito deve essere ripensata.
Nell’anno 2014, Daniele Giglioli, studioso e critico, pubblicava per i tipi nottetempo Critica della vittima. Un esperimento con l’etica che cominciava così: “La vittima è l’eroe del nostro tempo. Essere vittime dà prestigio, impone ascolto, promette e promuove riconoscimento, attiva un potente generatore di identità, diritto, autostima... Come potrebbe la vittima essere colpevole, e anzi responsabile di qualcosa? Non ha fatto, le è stato fatto. Non agisce, patisce... Non siamo ciò che facciamo, ma ciò che abbiamo subìto, ciò che possiamo perdere, ciò che ci hanno tolto”.
Così, quando Giorgia Meloni, primo ministro, tra le tante parole, sue e citate, del discorso ad Atreju ha detto che essere conservatori significa vivere di ciò che è eterno ed ha ribadito “siamo le stesse persone che eravamo ieri e saremo le stesse persone che siamo oggi”, l’eternità non ha rassicurato e la persistenza in ciò che si è mi ha raggelato.
Perché in quelle eternità e persistenza affonda la radice di violenza per cui il femminicidio è prassi e le vittime astratte vantano le loro ragioni mentre le vittime concrete non possono più farlo perché morte.