La minaccia dei social media come piattaforme di disinformazione è ormai ampiamente nota a pubblico e addetti ai lavori. Ma oltre ad influenzare la nostra percezione della realtà in ogni momento, l’esposizione ai social media è una minaccia alla sicurezza e alla tenuta delle società libere attraverso i suoi effetti cognitivi di lungo periodo.
Secondo un recente sondaggio di PEW Research, gli adulti che negli Stati Uniti si informano regolarmente sull’attualità da TikTok sono il 14%, rispetto al 3% nel 2020. Nella fascia di età 18-29, la percentuale sale al 32%. Questi numeri indicano una traiettoria destinata a cambiare i fondamenti della nostra società.
Gli algoritmi dei social media sono costruiti per massimizzare la permanenza sulla piattaforma. Questo sembra collegato a stimoli sempre più brevi, immediati e superficiali. Facebook ha ceduto il passo a Instagram, che mette al centro l’elemento visuale, e poi a Tiktok, i cui video hanno una lunghezza media intorno ai 30 secondi. L’ul…
La minaccia dei social media come piattaforme di disinformazione è ormai ampiamente nota a pubblico e addetti ai lavori. Ma oltre ad influenzare la nostra percezione della realtà in ogni momento, l’esposizione ai social media è una minaccia alla sicurezza e alla tenuta delle società libere attraverso i suoi effetti cognitivi di lungo periodo.
Secondo un recente sondaggio di PEW Research, gli adulti che negli Stati Uniti si informano regolarmente sull’attualità da TikTok sono il 14%, rispetto al 3% nel 2020. Nella fascia di età 18-29, la percentuale sale al 32%. Questi numeri indicano una traiettoria destinata a cambiare i fondamenti della nostra società.
Gli algoritmi dei social media sono costruiti per massimizzare la permanenza sulla piattaforma. Questo sembra collegato a stimoli sempre più brevi, immediati e superficiali. Facebook ha ceduto il passo a Instagram, che mette al centro l’elemento visuale, e poi a Tiktok, i cui video hanno una lunghezza media intorno ai 30 secondi. L’ultima frontiera è ReelShort, una piattaforma di show in microepisodi di circa due minuti.
Questa esposizione genera due effetti. Il primo è semplificatorio. Informarsi su eventi e dinamiche complesse attraverso i social alimenta una percezione del mondo basata sui messaggi più immediati e più facili da processare, e dunque necessariamente distorta.
Il secondo, meno esplorato e più preoccupante, è cognitivo. Nel tempo, l’abitudine a stimoli con queste caratteristiche demolisce la capacità di processarne di più complessi. L’abilità di concentrazione prolungata su un singolo stimolo o compito è la prima vittima, come indica il generale calo nella lettura di libri e la sostituzione dei film ad opera delle serie televisive. A ciò si sommano altri effetti noti, ad esempio sulla memoria, sul multitasking e sui sistemi di ricompensa neurologici, oltre a quelli non noti ma plausibili: potrebbe la consuetudine a processare informazioni brevi, semplici e frammentate inibire la capacità di ascoltare gli altri e ricomporre le differenze pacificamente? È possibile che l’abuso prolungato di social media induca negli individui comportamenti più impazienti, impulsivi o aggressivi? Gli algoritmi di intelligenza artificiale e di machine learning sono spesso, per complessità e confidenzialità, delle scatole nere, e in quanto tali perfette armi di disinformazione. Il contenuto visualizzato sui social media è in gran parte orientato dalle proposte della piattaforma, che a sua volta impara sempre meglio i gusti dell’utente a seconda delle sue scelte, addomesticandolo ogni minuto di più. Cosa succede se, oltre che per massimizzare i profitti, un algoritmo è pensato per orientare le opinioni politiche in una certa direzione? O peggio, cosa succede se è pensato appositamente per massimizzare gli effetti cognitivi già descritti?
Sono domande esistenziali per le società libere, dove l’opinione pubblica è permeabile, non schermata da limitazioni o censure governative e soprattutto è il motore delle decisioni politiche.
La disinformazione è entrata a far parte delle priorità di sicurezza di tutti i Paesi Nato. Ma mentre gli effetti della disinformazione in senso stretto impattano sulle singole scelte politiche, quelli cognitivi di ciò che potremmo chiamare “riprogrammazione” si spiegano nel lungo periodo sul tessuto profondo delle democrazie, ovvero la capacità degli individui di ragionare e deliberare.
In Occidente, le conseguenze aggregate sono già ampiamente visibili sul dibattito pubblico. Il sondaggio di PEW research è un campanello d’allarme su una minaccia sistemica. Che società sarà la nostra quando, complice l’impatto dell’intelligenza artificiale generativa, quelle percentuali saranno molto maggiori? Che speranze, che senso ha lo spirito stesso della democrazia quando, nell’ipnosi dello scrolling, è persa la distinzione fra logica ed etica, previsioni e speranze, assoluto e relativo?
Da sempre le democrazie faticano a reagire con forza a minacce graduali. Da questa circostanza, di cui i nostri avversari sono perfettamente consapevoli, potrebbe dipendere il futuro degli equilibri strategici mondiali. Il primo argine è prenderne coscienza e tappare la falla, ad esempio attraverso una riflessione sul targeting algoritmico, ovvero la capacità delle piattaforme di proporre contenuto agli utenti. Sul piano strategico, il tema è uno dei tanti promemoria della necessità di ripensare il concetto di sicurezza nazionale e l’architettura istituzionale a sua tutela alla luce di un ambiente strategico profondamente mutato.